Formiche

Formiche

“Formiche” è un racconto di Cristina Pasqua. In copertina una foto dell’autrice

Se non fosse per l’aria che m’imbastisce il viso, le forbici di vento che tagliano il profilo, se non fosse che l’inverno è alle porte e che le porte sbattono al vento, non mi ritroverei qui, pensò Lucia, gli occhi impastati di veglia, la bocca arsa di sonno. Il coltello lo infilò tre volte, per il tempo, il luogo e l’ormai. Maldestro, Fausto rotolò su un fianco, respirò goffo la poca aria che gli restava, aprì e chiuse le mani, rinsecchite d’erba e di terra annidata sotto le unghie, le scapole s’affossarono nella giacca che s’era fatta larga, sversata dall’abuso, le asole della camicia allentate, i bottoni sbreccati, l’ultimo mancante, smarrito tra le zolle avant’ieri.

Che t’ho fatto?, lamentò, ma ormai l’occhio s’era appannato, i denti s’allignavano sotto una lingua bovina, inspessita, salmistrata di parole che non trovavano più sbocco né coerenza. Luisa scostò la camicia da notte e mostrò i lividi. Ti basta?, chiese mentre la luce di settembre violava la cucina, il tavolo coperto di briciole, il bilico di una sedia, il pane raffermo e dalla cena ancora in bella mostra sul tagliere. Formiche, in cerca di provviste per la stagione a venire, stizzite dal tramestio del gesto, s’erano appartate lungo bordo, certe s’erano acquattate nel cassetto, rischiarate dal lucore di cucchiai, forchette e punte di coltello, mentre una, in bilico, sul ciglio di un bicchiere, s’era soffermata a guardare.

Lucia, ritrovato il garbo e la postura, si prestò all’ogni giorno, alle faccende, a rigovernare la cucina dal subbuglio della sera prima. Con mano larga tirò via le briciole dal tavolo, avvolse il pane in un canovaccio bianco e lo mise a riposare nella madia, fece schiuma e lavò due piatti, le stoviglie e così i bicchieri, ritirati dalla tavola facendo attenzione a non schiacciare la formica, ora impazzita, che s’affannava sul legno in cerca di riparo. Intanto, Fausto s’irrigidiva di membra e perdeva liquami tra le gambe sue e quelle delle sedie, e senza tante smancerie moriva.

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