Fare e disfare

Fare e disfare

“Fare e disfare” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell’autore modificata con l’intelligenza artificiale

Continuerà il suo moto senza me e te, senza la mia e la tua ansia da prestazione, senza i miei e i tuoi lamenti. È stato così e sarà così ancora per miliardi di anni. Hanno infatti previsto che esploderà sotto la pressione del sole che, spegnendosi, diventerà una «stella gigante rossa» e si espanderà a dismisura.

Finirà così la terra, ma tu e io non vedremo quel giorno. Per fortuna, aggiungo, perché non sopporterei l’idea, così come non riesco a pensare a quando io morirò. Eppure avverrà. Qualcuno assisterà al mio funerale e, una volta finita la funzione, se ne andrà a casa e ricorderà di qualche momento passato insieme. Poi svanirò tanto dalla sua quanto dalla mente degli altri. Sarò consegnato all’oblio e per me non ci sarà più neanche lo spazio di un «Ei fu».

Siamo gli unici animali a compiere azioni con lo scopo di dare un senso all’esistenza. Infatti potremmo farne a meno, perché pure senza di esse i giorni continuerebbero a susseguirsi. La felicità è forse questa: capire che l’affannosa ricerca di uno scopo è inutile e che il perpetuo «fare e disfare» è solo una manifestazione del nostro istinto di sopravvivenza.

Ricordo di un uomo che passò la vita a costruire una casa. Ha aggiunto un piano per ogni figlio che gli è nato. Alla fine l’abitazione è diventata di cinque piani ma, morti lui e sua moglie, nessuno è rimasto tra quelle mura. I figli se ne erano andati anni prima a cercare fortuna altrove, sono tornati solo per Natale, per Pasqua e per Ferragosto. Man mano che invecchiava, l’uomo guardava la casa perdere qualche pezzo d’intonaco. I suoi sacrifici si facevano polvere e continuano a fare quella fine.

Ecco, il perpetuo fare e disfare non serve altro che ad alimentare il nostro orgoglio. Causa ed effetto non fanno altro che illuderci di aver compreso il meccanismo dell’universo. Però non bastano a placare fame e sete di conoscenza, non aiutano a renderci felici. Arrivano giorni in cui l’inutilità delle cose si mostra drammaticamente. Nonostante tutto, ci ripetiamo che ancora non è giunta la nostra ora e che il nostro apporto sarà necessario.

E se fosse invece quello il momento giusto per andare via? Dirà qualcuno che bisogna avere Dio nel proprio cuore per comprendere quanto ciascun elemento sia funzionale alla sua Opera. Ma anche i mistici, nei loro attimi di scoramento, hanno visto il volto crudele del Creatore, di colui che se ne sta beato fuori dal tempo e per cui «un minuto vale quanto mille anni e viceversa».

Allora, cosa vogliamo raggiungere ogni giorno con il nostro disperato fare e disfare? A me sembra che sia solo quella sensazione di tempo che trascorre, che muta il nostro corpo, che suggerisce sempre nuovi pensieri, che introietta in noi l’ansia e il dolore, che ci spinge a correre e a convincerci che vivere sia indispensabile.m

Trovo invece saggio dedicarsi quotidianamente, per qualche minuto, alla propria morte, a quella evidente fine verso cui andiamo incontro. La morte è un antidoto contro ogni perdurante illusione.

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