Campo Sant’Agnese

Campo Sant’Agnese

“Campo Sant’Agnese” è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Stefania Manzi

«Finalmente una panchina!» Benedetta afferra la mano di Federico, suo marito, trascinandolo come un peso morto. Lui si sfila lo zaino dalle spalle, lo lascia cadere sul legno rosso e umido. Si siedono, quasi si lasciano cadere anche loro, stanchissimi.

Lei si accende una sigaretta: «Campo Sant’Agnese, bellino qui, no?» dice leggendo la targa sul muro scrostato di una palazzina bassa alla loro destra.
Federico si guarda intorno: «Mah, non direi. Un po’ anonimo».

La piazza è delimitata dalla facciata laterale della chiesa intitolata alla santa; al centro, una vera da pozzo in pietra d’Istria, con la copertura stondata in metallo opaco. Benedetta stende le gambe, si massaggia le cosce. Si alza, si avvicina al pozzo, ci gira intorno, accarezzando la pietra bianca: «C’è una figura di donna in rilievo, sarà la santa. Sicuramente matta come tutte le altre, anoressica o schizofrenica».

Federico prende il cellulare: «Vediamo cosa dice Wikipedia: “Subì il martirio durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano, all’età di dodici anni”…»
Benedetta si appoggia alla struttura esagonale, il suo sguardo scivola sulle pareti della chiesa: mattoni rossastri in cotto, nessun abbellimento particolare, qualche archetto cieco: «Sembra una casa di campagna,» commenta, senza ricevere risposta da lui «tipo quella dove abbiamo fatto il Capodanno nel… che anno era?»

Ma Federico sta continuando a leggere: «La chiesa fu costruita a cavallo tra il X e l’XI secolo…», per lei solo un movimento di labbra senza suoni.
Benedetta torna a sedersi: «Abbiamo ancora i biscotti comprati nel Ghetto?»
Lui posa il cellulare, estrae dallo zaino il sacchetto di carta della pasticceria e glielo porge.
«Guarda là» gli dice lei, con la bocca piena, indicando una giovane coppia sulla panchina dall’altra parte del campo.
I due se ne stanno aggrovigliati l’uno all’altra, le labbra incollate come se non avessero bisogno di respirare, le mani a frugarsi sotto i giubbotti.
Federico rimane in silenzio, le spalle contro la panchina, le braccia distese sullo schienale, come in una crocifissione improvvisata.
Benedetta si pulisce dalle briciole che le si sono appiccicate addosso: «Vabbè… Senti, i biscotti li finisco o ne vuoi uno anche tu?»

Il marito le fa cenno di no con la testa, ha di nuovo gli occhi dentro il display del telefono.
Una donna, proveniente dal sotoportego su uno dei lati della piazza, passa loro davanti. Porta al guinzaglio un cane, al quale manca una zampa. L’animale salterella e scodinzola, nonostante l’handicap.

«Sembra felice» dice Benedetta, mentre manda giù l’ultimo boccone già mezzo sbriciolato.
«Il cane o la coppia?» ribatte lui, con tono apatico.
«Il cane, la coppia, pure i gabbiani che stanno beccando nel cestino dell’immondizia. Tutti tranne noi».
«L’idea di Venezia è stata tua. A me ‘sta città mi fa cagare, è un circo per turisti e l’aria è irrespirabile. E poi dovevo finire una relazione al lavoro, ma ovviamente per te non è importante».
Benedetta sospira: «Fosse solo il lavoro… Comunque qui intorno non vedo turisti. Solo i due pomicioni laggiù e questo albero secco. Magari in primavera ci sono i fiori»
«Ho una app per riconoscere le piante» dice puntando la fotocamera.
Lei si alza di nuovo, si avvicina all’arbusto spoglio: «Sei preciso solo quando ti fa comodo… Questi rami non ti sembrano, che ne so, artigli o delle braccia ossute? Metti via il cellulare per una volta».
Federico, senza battere ciglio, prende lo zaino e si rimette in piedi: «Siamo alle solite, con te è impossibile parlare. Tu sei l’artista e io invece quello noioso. Torniamo in albergo, sono stanco e inizia a fare freddo».

Benedetta dà un’ultima occhiata al campo, una scacchiera grigia e verde: tra i masegni ciuffi di erba che l’autunno non ha ancora inaridito.
Nel silenzio, d’improvviso si sentono suonare le campane. Lei alza gli occhi e solo in quel momento nota il campanile a vela che incornicia un pezzo di cielo rosa-azzurro.
Federico sta cercando sul navigatore la strada per rientrare: «È lontano, quanto cazzo abbiamo camminato da stamattina?»
«E se non guardassimo la mappa? Magari basta tornare sui nostri passi» si ferma, cercando le parole giuste «e tutto si sistema».
Lui non la ascolta nemmeno, sta già studiando il percorso.

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