Alfonso Sciacca: Senectus come omaggio alla classicità

Alfonso Sciacca: Senectus come omaggio alla classicità

Articolo di Giuseppe Bella. In copertina una foto di Alfonso Sciacca, autore di “Senectus”, Qed Edizioni, 2025

Alfonso Sciacca è stato docente di latino e greco nei Licei, per vari anni; poi, nella sua Acireale, è stato preside del Gulli e Pennisi, fra i più vetusti e rinomati istituti classici di Sicilia. Non ha mai concepito lo studio del mondo antico come rifugio e come antidoto alle cure problematiche del presente; non si è mai tenuto in disparte. Ma ha destinato alla politica la parte più fervorosa della sua intelligenza. È stato consigliere comunale, infine sindaco.

La cultura classica per lui è stata la saggia matrice ai cui insegnamenti si è sempre richiamato. Con questa caratteristica indefettibile, tuttavia – che quell’occhio fermo sull’antichità greco-latina gli è servito per meglio osservare, valutare, giudicare i fatti e i fenomeni dell’attualità culturale, politica e civile. Ad Acireale, alla sua tradizione pittorica e ai suoi cittadini più insigni per modernità di vedute ha dedicato indagini accurate, svolte con erudizione e incisive capacità narrative (Il racconto dell’arte; Giambartolo Romeo, Il cerchio che si spezza). Ma la sua vera patria, per così dire, la sua dimora più confortevole e saziante l’ha sempre trovata in ciò che la civiltà greca produsse quali valori che non trasmutano con il passare dei millenni.

Ecco, allora, una colta incursione nel mondo di Erodoto (Il filo della trama, novellando con Erodoto), di cui riscrive le storie, non come semplici parafrasi ma come “racconti di racconti”, una narrativa al quadrato, che estrae e rafforza appunto il “filo della trama” che tiene insieme le molteplici figure e le intramontabili vicende raccolte e descritte dal genio letterario di Alicarnasso.

Con questo Senectus, adesso Alfonso Sciacca si inoltra nei territori della vita offuscati dalle brume del tramonto. Usa questa nuda parola per intitolare il suo libro. Una parola lapidaria, univoca, asciutta. Una parola che non richiede aggiunte, e il cui significato non si circonda di perifrasi. Una parola: vecchiaia, a tutti comprensibile – perché raffigura l’orizzonte di ogni esistenza, il suo crepuscolo, il suo termine inaggirabile.

Il senso della vecchiaia è connesso inestricabilmente con l’esperienza del dolore, della decadenza del corpo, delle infermità; ed è temuto come una sorta di introibo alla morte. Su questa che è come una pietra di inciampo lungo il percorso della vita Alfonso Sciacca propone una meditazione dai toni alti ma accessibile a chiunque si interroghi e, insieme, interroghi la sfinge celata nelle infinite sfumature di questa stagione ultima dell’esistenza. È un testo di agile lettura, ma di intensità straordinaria. Come spirito guida nelle sue escursioni lungo i territori temibili della senilità Sciacca si avvale di Cicerone. Nel suo complesso, infatti, possiamo concepire questo Senectus come una serie organica di scholia alla famosa opera ciceroniana; ma se è vero che il De senectute costituisce

l’ossatura portante del saggio, non va trascurata l’altra fonte, più antica, rappresentata da Erodoto, delle cui storie – come già detto – Alfonso Sciacca è stato un interprete curioso e ben fornito di mezzi filologici. Ma accanto a Erodoto è l’intera cultura classica che offre spunti inesauribili agli argomenti di Sciacca; Omero, a esempio – ma è un nome che vale per tutti.

Ecco, allora, che Senectus si presenta con un profilo complesso, anzi prismatico: è molte cose in una volta. Partecipe meditazione su quel finis vitae, che tutti ci attende; trattatello morale; riflessioni sul senso del tempo e della storia; investigazioni intorno ai vissuti profondi allorché l’essere per la morte ha raggiunto quasi il suo traguardo. Ma si trova nelle sue pagine un sottile filo autobiografico (si dovrebbe meglio dire: auto-rappresentativo) che specie in alcuni capitoli (Il tempo e l’eternità, Achille e Priamo, L’approprinquatio mortis) conferisce alla materia una temperatura più calda e personale.

La scrittura è di alto livello per qualità espositiva. È dotta ma anche affabile, e non presenta alcuna di quelle pesantezze di stile che l’erudizione si porta appresso come una fatale ombra. Insomma: leggere questa preziosa creatura dell’intelligenza di Sciacca è un colto antidoto alle illusioni dei nostri tempi, un garbato e affettuoso richiamo a tutti coloro che pensano alla vita come a una palestra in cui esercitare il corpo a un’infinita giovinezza.

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