Il davanzale

“Il davanzale” è un racconto di Jean Paul Ricard. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Da bambino potevo restare ore sul davanzale della cucina a guardare i temporali. Il lampo arrivava e per un istante c’era tutto. Poi aspettavo il tuono. Contavo i secondi, ma non era soltanto un conto. In quel tempo succedeva qualcosa che ancora oggi non saprei definire. Avevo il cuore in gola e nessuna intenzione di andarmene.
Mia madre mi era accanto. Aspettava mio padre, fuori per un guasto ai cavi telefonici. Cercava sulla strada un rumore diverso da quello della pioggia. Io aspettavo che il cielo ricominciasse. Non vivevamo la stessa notte. Eppure sentivo che restare lì le faceva bene. Non avevo bisogno di conoscere tutta la sua paura. Il marmo bianco sotto il mento, la sua presenza, il buio davanti: ricordo questo. Le parole con cui lo sto raccontando sono arrivate molto dopo.
Oggi so perché il tuono arriva dopo il lampo. Sapere questa cosa non mi ha tolto il temporale. Mi domando, piuttosto, quante volte abbia usato una spiegazione per smettere di guardare. È una possibilità che conosco bene. Ho fatto della conoscenza un mestiere. Ho imparato a dare un perimetro a un progetto, scegliere ciò che conta, scartare ciò che non serve. Senza quel lavoro molti progetti resterebbero incompiuti, e alcuni farebbero danni.
Poi, qualche volta, la mano che traccia il confine si dimentica di averlo tracciato. Ciò che è fuori diventa irrilevante. Ciò che non riesco a misurare comincia a sembrarmi meno reale. Alla fine posso ritrovarmi con una spiegazione impeccabile e una certa insofferenza per tutto ciò che continua ad accadere oltre il suo perimetro. Il bambino sul davanzale non aveva questo problema. Non sapeva quasi niente. Aveva una disponibilità che oggi devo cercare, e qualche volta difendere proprio da ciò che so.
Per un periodo ho creduto che ricordare troppo fosse una debolezza. Volevo procedere. Alcuni ricordi mi sembravano distrazioni, altri cedimenti a una parte di me che non doveva interferire. Avevo cose da fare, una direzione, un’immagine sufficientemente convincente dell’uomo che intendevo diventare. L’utilità era un criterio rapido. Mi piaceva la rapidità con cui decideva.
Non tutto ciò che ho costruito allora era falso. Sarebbe comodo raccontarla così, adesso che posso permettermi di guardare quell’uomo da lontano. C’erano volontà, lavoro, desiderio. C’era anche una certa arroganza, ma aveva imparato a presentarsi bene. Il bambino, in quel progetto, non aveva un incarico preciso. La finestra era già tornata, da ragazzo, su una nave, in mezzo a un’altra tempesta. Ero al riparo vicino alla murata e sentivo il vento, il ferro, il mare. Insieme c’era mia madre. Sentivo il marmo sotto il mento. Non avevo convocato nessuno.
Oggi tornano entrambe le scene. Le ritrovo dopo gli anni nei quali avevo creduto di poter scegliere che cosa conservare. Non so ricostruire ogni passaggio di questi ritorni. Posso riconoscere l’esperienza, cercare di raccontarla, osservare che cosa cambia mentre la racconto.
Anche ora cambia.
Ho usato la parola perdita. Perdere per rinnovarsi, lasciare una forma per trovarne un’altra. Mi accorgo che avevo già cominciato a fare i conti. Quanto devo lasciare? Che cosa riceverò? In quanto tempo? Il vecchio amministratore era tornato alla scrivania e aveva aperto il bilancio della meraviglia. Ci si può affezionare perfino alla propria trasformazione, purché garantisca un risultato presentabile.
Non desidero eliminare l’ego. Mi serve anche per scrivere queste righe, per assumermi il rischio di mandarle a qualcuno, per sopportare che quel qualcuno le trovi inutili. È un animale pieno di energia. Ho imparato qualcosa quando ho cominciato a riconoscerne i movimenti, soprattutto quelli che mi piacevano troppo. Adesso vorrebbe essere l’autore che ha saputo ritrovare il bambino.
Lo lascio dire. Intanto guardo se il bambino ha davvero voglia di farsi fotografare con lui.
Il davanzale sostiene il corpo. Questo me lo ricordo bene. La casa è dietro, la notte davanti. Posso affacciarmi perché qualcosa mi regge. Non è necessario distruggere la casa per guardare fuori, e nemmeno convincermi che tutto ciò che esiste debba stare al riparo delle sue pareti.
Forse torno a quell’immagine anche per questo. Ho bisogno delle forme che ho costruito e della possibilità di interrogarle. Una competenza, una relazione, un’appartenenza possono darmi appoggio. Possono anche diventare il luogo dal quale non oso più sporgermi. La differenza non è fissata una volta per tutte. La cerco mentre mi muovo.
Ho chiamato equilibrio dinamico questa fatica. Per molto tempo quelle due parole mi hanno accompagnato senza che sapessi quante cose avrei finito per riconoscervi. Penso a un pendolo. Seguo il suo andare, il ritorno, quell’istante nel quale sembra arrestarsi e sta già cambiando verso. Se lo fermassi lì avrei una posizione precisa. Avrei perso il movimento che cercavo di comprendere.
Anche il mio desiderio di libertà può fermarsi così. Ho rifiutato parti assegnate, cercato spazio fuori dai recinti. Ma posso costruirmi un recinto con quel rifiuto e chiamarlo indipendenza. Mi basterebbe eleggere a dimora il punto dal quale contesto tutte le altre dimore. L’ego ci starebbe benissimo. Finalmente padrone di un luogo dove nessuno può dirgli che è rimasto fermo, perché sulla porta ha scritto «rivolta».
Poi qualcosa lo raggiunge. Una voce, una domanda, il ricordo di un gesto. E il movimento riprende, se gli lascio spazio. Non so anticipare quanto dovrò cedere. So quanto può essere forte la tentazione di restare dove ho imparato a sentirmi libero. Mia madre ascoltava la strada. Io il cielo. Torno su quella scena e mi accorgo che potrei spiegarla ancora, ricavarne qualcosa, disporre il bambino e la madre come figure di un discorso finalmente coerente.
Ma mio padre non era ancora tornato. Per lei l’attesa aveva quel peso preciso. Per me c’era un altro lampo da vedere. Restavamo vicini, senza possedere l’esperienza dell’altro. Ora che scrivo riesco ad avvicinarmi a entrambe, con tutti i limiti di questo avvicinamento. Il ricordo si apre dove credevo di averlo già capito. Il marmo è freddo. Il cielo si illumina. Comincio a contare. C’è un’immagine che mi accompagna mentre torno fra queste scene: un anziano con una lanterna.
Lo immagino fermo per un momento. La mano sostiene il manico, l’altra ripara la fiamma. Il terreno prende rilievo vicino ai suoi piedi; più avanti la luce si assottiglia. Deve scegliere dove appoggiare il peso. Non vede un sentiero intero. Tiene la lanterna abbastanza bassa da distinguere il passo. Poi la solleva. Qualcosa appare e il buio, intorno, acquista una profondità che prima non aveva.
Potrei lasciarlo in questa posa. Sarebbe una bella immagine, e non gli costerebbe più niente. Ma la fiamma consuma. Il braccio si stanca. Per proseguire dovrà occuparsi della luce che gli permette di farlo, e distogliere per un momento gli occhi dalla strada. C’è anche questo nel suo cammino: il lavoro minuto che impedisce alla lanterna di spegnersi.
Mi riconosco nel desiderio di avanzare. Il costo lo incontro quando ciò che riesco a vedere mi chiede di cambiare una convinzione alla quale avevo affidato molto. Posso comprenderne il limite e continuare a sentirne il peso. La spiegazione è arrivata; il resto di me deve ancora muoversi.
L’anziano sposta un piede. Il bordo della luce si sposta con lui.
