Ambientalista del cazzo: una storia dalla Riviera dei Cedri

«Ambientalista del cazzo» è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto di Pino Maulicino, modificata con l’intelligenza artificiale
È una domenica mattina quando l’amico Pino Maulicino entra in un bar dell’alto Tirreno cosentino e, dopo aver pronunciato un cordiale «buongiorno», sente sibilare alle sue spalle un «ecco l’ambientalista del cazzo».
Lì per lì Pino ci rimane male. Poi, ha deciso di pubblicare un videomessaggio su Facebook per spiegare che, dopotutto, lui «ama sensibilizzare le persone su ciò che appartiene a tutti, ovvero l’ambiente». Insomma, ha fatto capire che dovremmo stare tutti dalla stessa parte, proprio perché di devastazione ne vediamo troppa.
Comunque, non è la prima volta che Pino viene apostrofato così in pubblico. Mi ha detto che tante volte ha fatto finta di non sentire certe «parole» uscite dalla bocca di qualche buontempone.
Pino ignora una cosa, secondo me, che il tizio che ha pronunciato la locuzione «ambientalista del cazzo» è un genio e dovrebbe essere inserito nel «patrimonio dell’identità comune dell’alto Tirreno cosentino». Infatti, il tizio non ha fatto altro che esprimere una consuetudine consolidata dei nostri territori: «con la storia del bene comune né si mangia né si fa politica». Qui sono graditi solo coloro che coltivano il proprio orticello, facendo credere che ci guadagneranno pure gli altri coltivatori di orticelli.
L’ambientalista del cazzo Pino Maulicino, invece, ha dato prova di «voler spezzare l’indifferenza pubblica» in diverse occasioni. Infatti, ogni volta che c’è un incendio lui piazza sui social una fotografia; ogni volta che esce a passeggiare per boschi e prati, toglie qualche sacchetto della spazzatura bruciato o segnala le zone in cui si vanno a buttare i rifiuti. Ma queste sono minuzie.
L’azione più pericolosa compiuta dall’ambientalista del cazzo Pino Maulicino risale al 06 ottobre 2026. Il fricchettone naturalista di Grisolia, durante una passeggiata a Scalea, in un punto in cui qualche giorno prima c’era stato un incendio, ha scoperto un tubo della fognatura bruciato da cui fuoriusciva «acqua colorata».
C’è da dire che in quel luogo, molto vicino al centro abitato, Pino nota due ruscelletti che hanno formato un bel laghetto in cui si tuffa «quest’acqua diversamente potabile». Tutto intorno è un trionfo di rifiuti bruciati. Quindi che fa l’ambientalista del cazzo? Avvisa i Carabinieri Forestali, poi il Comune, solo che ci vuole tempo e, soprattutto, Pino non ha le competenze per dire se in quel laghetto entra pure «acqua avvelenata» o se quei rifiuti siano più o meno nocivi. Ci vogliono le analisi, ma anche tanta tanta pazienza.
Allora, come documentato in altri articoli di giornale, l’ambientalista del cazzo fa un video e lo mette su Facebook. Solo avvicinandosi a quella pozza maleodorante e respirando a pieni polmoni, il fricchettone di Grisolia ha rischiato lo svenimento. Scoppia un bordello. Come ha osato Pino sfidare i meccanismi del sistema liquido-panottico del Tirreno cosentino? La domanda trova la sua risposta proprio nella locuzione «ambientalista del cazzo».
Ora, io so, ma non ho le prove, che sul Tirreno cosentino c’è una élite che spinge a pensare che tutte le cose, anche le più terribili, siano volontà di Dio. Non c’è Terra più «millenarista» della mia Riviera dei Cedri. Qui tutti si battono il petto nell’attesa che un Messia converta i cuori. Nel frattempo, tra un «come Dio vuole» e un pianto greco, si commette ogni scempio, sicuri che prima o poi il Signore degli Eserciti farà giustizia con un paio di parole magiche, tipo e «sia la Foresta», «e sia un Lago», «e siano tutte le opere incompiute come la Scalea-Mormanno». E quelle appariranno in un batter d’occhio.
Insomma, dietro la locuzione «ambientalista del cazzo» c’è tutta una filosofia contorta ma affascinante. Pensate a quanti giovani stanno morendo di tumori strani, di patologie che prima non si conoscevano. E tutto ciò accade nella Terra in cui mia nonna ha coltivato pomodori, zucchine e peperoni fino alla veneranda età di 86 anni. Lei, classe 1920, vissuta nella e sulla terra, aveva anticorpi atavici. Oggi? Più chemioterapia per tutti?
Ma chi sono io per dire questo? Vero, non sono scienziato né medico, ma per me «uno più uno fa quasi sempre due», quindi poiché azzardo vorrei essere smentito, ma ciò non è ancora avvenuto e, un po’ ovunque sul Tirreno cosentino, vedo ancora chi allarghi le braccia e chiuda ogni lutto con un «come Dio vuole».
Allora, l’ambientalista del cazzo Pino Maulicino capisca che, purtroppo, dietro quel mormorio c’è qualcosa di escatologico, che viene da lontano. Un «come Dio vuole» più forte di ogni rivoluzione del pensiero. Qui «non tutti» devono stare bene. Solo pochi devono ergersi sugli altri e decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Ma attenzione, perché sono tanti i cittadini del cazzo che si sono rotti del «millenarismo rivierasco».
