11 settembre 2001: noi suonavamo

11 settembre 2001: noi suonavamo

“11 settembre 2001: noi suonavamo” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine realizzata con l’intelligenza artificiale

Ciascuno ha la sua storia anche quando il mondo ne costruisce una che si impone a tutti, nessuno escluso.

11 settembre 2001: io e il mio amico Massimiliano parliamo di un ipotetico gruppo musicale che diventerà famoso appena i suoi componenti – in quel momento io e lui – impareranno a suonare. Certamente, da qualcosa bisogna pur cominciare, allora eccoci in una stanza di casa sua. Lui dietro la batteria, io seduto su uno sgabello con una chitarra in mano. Cominciamo a riprodurre qualcosa di simile a «Iron Man» dei Black Sabbath.

È il momento di una sorta di assolo di chitarra – qualcosa che sta tra il rumore di sega elettrica e lo starnazzare di una gallina presa a calci – ma si spalanca la porta della stanza. La musica si spegne. È il padre di Massimiliano che grida: «Sta per scoppiare la Terza Guerra Mondiale». E noi ridiamo, perché abbiamo appena iniziato a suonare e già il mondo ci schifa e fa di tutto per fermarci.

Corriamo verso la televisione e vediamo le Torri in fiamme, il panico del telecronista. Sono le ore 15,30 e quella è la realtà. A me e Massimiliano non ce ne frega niente, però. Noi siamo felici per la nostra «Iron Man» che ci è venuta quasi tutta. Certo, l’assolo va studiato meglio, alcuni passaggi di batteria vanno suonati per altri mille volte; però ci siamo. Intanto crolla una Torre e si attende che anche l’altra faccia la stessa fine, tant’è che quando succede il giornalista in Tv quasi piange.

Per noi invece è tutto distante. «Attentato, attentato… Islam, islamici, talebani, Osama Bin Laden… Mondo in guerra…», queste sono le parole che vengono ripetute con maggiore frequenza. A me fanno male i polpastrelli, a Massimiliano prudono le orecchie. «Prima o poi avremo una saletta insonorizzata in cui rifugiarci», effettivamente così è stato, ma un dopo quell’11 settembre 2001.

In quel momento noi subiamo come tutti, nessuno escluso, in fusi orari diversi, una storia di cui possiamo anche infischiarcene. Però è la Globalizzazione a imporci di dimostrare solidarietà a «Mamma Stelle e Strisce, nonché nostra Salvatrice». Io compirò diciannove anni a novembre, Massimiliano ne ha da poco fatti sedici. Noi vogliamo solo essere delle rockstar. Se ci dovesse andare male faremo di tutto per essere impiegati statali.

Dopo aver visto per al rallenty trenta volte il crollo delle Torri Gemelle, dopo esserci sorbiti un’ora di commenti luttuosi e catastrofici, dopo aver immaginato mia madre che si è precipitata a fare scorte di beni di prima necessità – anche se non abbiamo un bunker antiatomico – io e Massimiliano torniamo nella nostra stanza.

Per dieci volte suoniamo «Iron Man» dei Black Sabbath. Ogni volta ci viene meglio. Poi, alle 19,30 di quell’11 settembre 2001 andiamo a comprare due margherite e una bottiglia di birra da 66 centilitri. Ci sediamo su una panchina di quello che ancora non è il Lungomare di Praia a Mare, ma solo un marciapiede più largo del normale.

Parliamo del futuro del gruppo, del nostro rock, della nostra Storia. Alla fine, per ridere, ruttiamo alla faccia della vastità del mare. Gli Stati Uniti sono ancora lontani, la storia però la faranno loro.

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