Hotel Goya Zaragoza

“Hotel Goya Zaragoza” è un articolo di Silvia Palombi. In copertina una foto dell’autrice
Ti ho rubato spensieratamente nei primi anni Settanta del Novecento e siamo sempre stati insieme, prima hai fatto l’asciugamanino, poi nella casa più piccola che ho abitato – una soffitta non coibentata e senza abitabilità detta scatola da scarpe – hai svolto le funzioni di tappetino per una doccia che non c’era, poi a un certo punto sei approdato in cucina e sei stato molto più utile di qualsiasi straccio che promette, mentendo, di assorbire persino il vapore acqueo generato dal respiro. Tu sì che hai assorbito, sono decenni che assorbi tutto, nel male e nel bene. E ti sei consumato.
Sei stato il mio primo furto alberghiero, prima avevo rubato penne e matite al supermercato, libri in libreria e dopo qualche anno una maglietta in un negozietto dove ero andata con la mia cugina preferita. Eravamo in camerino a provarci qualcosa, non avevamo premeditato il furto, poi però volevamo due magliette ciascuna e i soldi erano cronicamente pochi, così una l’abbiamo portata alla cassa e l’abbiamo pagata e siamo uscite con sotto l’altra. La mia era rosa antico, girocollo e maniche lunghe, ancora me la ricordo. Non erano ancora tempi di guardiani grandi e neri come Lothar a New York City o di metal detector.
Zaragoza-Saragozza, tappa di una vacanza coi miei nella Spagna del nord cominciata a Barcellona e proseguita in diagonale verso i paesi Baschi e poi le Asturie. Un viaggio magnifico che ho fatto quasi tutto col muso, perché in città avevo lasciato il mio primo amore… Quant’era bello il mio primo amore, bello come un indiano bello, liscio e con la pelle ambrata; da quanto eravamo innamorati ci eravamo comprati le fedi, prima due maccheroni d’argento e poi d’oro come chi si sposa davvero. Ma mamma disse no, eravamo minorenni e i miei avevano capito che in lui c’era qualcosa che non andava.
In quella vacanza ho bevuto il sidro, anzi la sidra, e ho imparato a versarla in un modo complicatissimo, facendola cadere dall’alto sopra la testa in bicchieri grandi, svasati, col vetro sottile come quello delle lampadine; ho baciato un ragazzo che mi piaceva e mi faceva la corte sentendomi una poco di buono, una traditrice; ho fatto per la prima volta il bagno nell’oceano e mi è sembrato di nuotare in una grande brocca piena di cubetti di ghiaccio, la morte per ibernazione è indolore, si perde qualsiasi senso, si muore sorridendo.
E adesso conciato così tocca lasciarti andare, concederti l’eterno riposo, vorrei essere capace di cucire ma come si cuce la spugna? Poi dovrei rattoppare anche qualche ricordo, occultare le tristezze sotto qualche pinces, nascondere i rimorsi negli orli… no meglio darci un taglio, al nostro rapporto, intendo; un taglio netto, pulito, chirurgico, invece di trascinarci ancora perdendo fili e microscopiche briciole di spugna azzurra come dopo l’ultimo lavaggio in lavatrice, che mi è toccato toglierli uno per uno dagli altri asciugamani ancora in buona salute.
Sei stanco, si vede, avresti diritto a spirare serenamente e invece mentre sto scrivendo ho pensato che il taglio netto lo do a te, finisco di aprire la faglia che si è formata tra la città e l’albergo, rompo l’ultimo lembo di spugna, così da domani vivrete due vite separate e autonome, taglio i filapperi, pulisco un po’ e continuerò a sfruttarti come ho fatto fino a oggi, pensando a com’era bella Zaragoza, quant’era seducente Joaquim e che voce calda, bassa, rotonda aveva; soprattutto parlava spagnolo e io con lo spagnolo sono come Wanda nel film “Un pesce di nome Wanda”, perdo il senno, ripenso a quant’era buona la sangria e a quanta ce ne siamo bevuta fra tutti e tre, tanto si andava a dormire all’Hotel Goya appunto.
Da oggi due entità separate e distinte, una geografica, ben collocata fra meridiani e paralleli europei e una amministrativa strutturale quasi neutra che potrebbe tranquillamente essere alla periferia di Madrid o a Bordeaux, per dire, adattabile a qualsiasi situazione e condizione, vaga, indefinita, aperta a infinite possibilità tranne che alla durevolezza perché in hotel, a meno di essere Coco Chanel che al Ritz visse per trent’anni guardando place Vendôme dalla finestra della suite che oggi porta il suo nome, non ci si sta a lungo.
Adesso che ci penso all’Hotel Goya di Zaragoza ho rubato anche un piccolo fregio in metallo, tutto ghirigori, una ladra matricolata proprio, devo ricordarmi di cercarlo, di sicuro non l’ho buttato.
