Suprematista, io? Opinioni bandite dal politicamente corretto

Rocco Giudice è un nostro appassionato lettore che vuole dire la sua sull’abuso di certe parole come “suprematista”. Quando il politically correct bandisce le opinioni
In alcune aree del Nord dell’Italia, all’inizio del terzo millennio, gli immigrati costituivano il 10 percento circa dei residenti. Oggi, nelle stesse zone, fra prime, seconde e terze generazioni, gli immigrati sono più del 30 percento della popolazione. Se il trend è questo, fra 25 anni è facile immaginare che i “vecchi italiani” saranno una minoranze fra le altre.
La demografia ha conseguenze politiche, sociali, giuridiche, culturali inevitabili. Dato tutto questo, chi nota che è così viene accusato, sic et simpliciter – accusa formulata senza onere di prova e senza contraddittorio – di essere un “suprematista”: cioè? Almeno, chiamateli survivalisti di un popolo in via di estinzione e cancellazione sul piano storico.
Mai si è vista una civiltà avviarsi all’uscita dalla storia con i propri piedi e sparire dalla nazione in cui era insediata da secoli, perlomeno. Un sui-genocidio indolore e assistito senza tante scuse: tutti i mali del mondo sono responsabilità degli occidentali, bianchi – da “smantellare”, ci è stato detto senza che la cosa suscitasse tante repliche – e di tradizione, se non religione professata, cristiana. Via, sciò, fuori dall’Europa, un po’ per volta, con una forma di pulizia etnica incruenta.
Recentemente, un rapporto della polizia inglese ha accertato che molte migliaia – 250.000, si stima – bambine e ragazzine dai 4 ai 15 anni sono state per anni trattate come schiave sessuali, nonché violentate, seviziate, ricattate e definite puttane, troie bianche fra gli sghignazzi non di uno, due o venti aguzzini, ma da una rete attiva per anni di indo-pakistani che contava almeno 5 mila “affiliati”. Le vittime e le rispettive famiglie venivano minacciate dal non denunciare l’accaduto.
Anche quando questi dati – fatti, non paranoie: chi lo nega per ragioni “ideologiche” è paranoico e complice – è avvenuto nel silenzio dei media, nella inazione della polizia e della magistratura inglese: che hanno consigliato, scoraggiato, dissuaso le vittime del denunciare e dal parlarne alla stampa, parlando di “maschi” senza nulla dire dell’estrazione etnica e culturale dei carnefici, molti dei quali ufficialmente inglesi perché parlano, fosse pure come seconda o terza, la lingua del Re e pagano le tasse – non è detto – al governo di Sua Maestà.
Chiaro che non siamo di fronte a un episodio di cronaca nera e a crimini, frequenti, magari, ma isolati. Questa è l’espressione di una cultura che, al di là di casi tanto atroci – le condanne post hoc fioccheranno, da imam e correligionari o connazionali d’origine: sarebbero state più credibili le denunce per tempo -, potrà cambiare o no le leggi di un Paese europeo quando gli immigrati avranno raggiunto una massa critica sufficiente.
Rilevare questo farebbe di me un suprematista? Il mainstream istituzionale, politico, mediatico e intellettuale con licenza di uccidere la verità dei fatti ha sentenziato il “sì”. I panegirici e pannicelli caldi alla libertà di opinione e di dibattiti, i commossi omaggi alla miss Mondo delle Costituzioni, al sacrosanto diritto di cronaca e di critica, l’entusiasmo per “i nostri valori occidentali” sono gli specchietti per le allodole e gli usignoli del regime multipartitico a Pensiero Unico.
