Lotteria delle anime: Matteucci in Purgatorio

Lotteria delle anime: Matteucci in Purgatorio

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Lotteria delle anime” di Rosa Matteucci, Adelphi, 2026

Leggere Rosa Matteucci, almeno per me, vuol dire tornare alla letteratura capace di sperimentare, di oltrepassare le mode del momento tanto da farsene beffa. Quando dopo l’ottimo “Cartagloria” mi sono trovato tra le mani questo racconto breve, ho abbandonato tutto e mi sono concesso un lungo e felice respiro.

Dopo poche pagine, “Lotteria delle anime” mi è sembrato un po’ come quei trattatelli medievali che illustravano con accuratezza maniacale e scientifica cose estranee e bizzarre, come i mondi ultraterreni. Tant’è che alla fine ti convincevi che lo scrittore fosse stato davvero da quelle parti o avesse ricevuto istruzioni inconfutabili da chissà quale entità. Rosa Matteucci fa lo stesso, unendo tutto nel suo inconfondibile stile, in cui la parola è creatrice di una realtà inequivocabile.

Ciò che rende ancora più appassionante il viaggio tra queste pagine è quell’ironia che trasforma le assurdità in “verosimiglianza“. Sentiremo davvero le voci delle anime purganti che supplicano la protagonista di “pregare per loro“. Ciascun trapassato, imprigionato in questo luogo di dolorosa purificazione, chiederà qualcosa per sé, affinché si compia il passaggio verso il Paradiso.

Matteucci fa largo uso delle “fonti” medievali, dei Padri della Chiesa, delle tante isterie storiche. Ciò non fa che rendere attuale questo “Purgatorio” in cui tutti finiremo, perché nessuno di noi ha vissuto secondo la regola divina. Sarà anche un modo per sorridere di certe credenze, di alcuni aspetti che ancora trovano posto tra i nostri costumi e rintracceremo in alcuni passaggi più di qualche motivo per cui “non possiamo non dirci cristiani“.

Ma come detto fin dall’inizio, “Lotteria delle anime” è prima di ogni cosa “letteratura”, di quella capace di mischiare le categorie, di giocare con la tradizione, di farsi spazio tra le contraddizioni. È questo un racconto breve di appena 57 pagine, ma che per stile e intenti supera di gran lunga alcune proposte che lucrano sulle proprie disgrazie, tanto da poter definire buona parte dell’autofiction una moderna “simonia“.

Qui, invece, la bella scrittura incontra l’originalità. Forma e sostanza coincidono, perché non sempre un buon tema viene esposto senza sbavature. Lo stile di Matteucci è noto a chi la segue da anni, ma è anche capace di rinnovarsi. In questo caso è più chiaro, ma sempre irruento, capace di evocare nitide caricature delle nostre paure e delle nostre convinzioni.

Insomma, possiamo dire, senz’ombra di dubbio, di essere davanti a un’ennesima “commedia” ben architettata da questa scrittrice italiana di cui bisognerebbe parlare con maggiore frequenza.

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