Avremo tempo per ricordare

Avremo tempo per ricordare

“Avremo tempo per ricordare” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell’ex fabbrica Marlane di Praia a Mare, modificata con l’intelligenza artificiale 

Avremo tempo per ricordare, per lasciare che dal petto vada via questa sensazione di non essere felici in nessun luogo. Abbiamo inteso che dal 2019 non ci sia più tregua, tanto che quell’anno ci appare come l’ultimo di un’altra vita. Prima un virus, poi una guerra, infine altri conflitti-lampo. Su tutti gli eventi sono stati sparsi complotti balordi per occultare mezze verità.

Coraggio, avremo tempo per ricordare questa alterazione della realtà e queste storie che non combaciano tra loro. Uscire di casa e vedere un altro mondo rispetto a quello che sta dietro uno schermo; sentire che si sta sopravvivendo, mentre qualcuno sventola statistiche rassicuranti.

C’è una buona notizia che puzza di Vangelo per idioti. Recita più o meno così: un Cristo risorto vuole donare felicità a tutti, mentre un musulmano è pronto a farsi saltare in aria. Entrambi sono servi di Satana e del Capitale. Ciascuno, a modo suo, è suprematista e parla di unicità. Hanno nemici dappertutto. In molti credono alle loro parole.

Avanti, avremo modo di ricordare la corruzione della Storia, il vino che si inacidisce in barili di piombo. Farneticare sulla Terra Promessa è come dire la propria sugli alieni. Ecco, tutto ciò ci piace. C’è confusione, c’è caos, c’è vita. Si amano uomini e donne, parisesso e ossessi, petulanti e lascivi, igienisti e cinici. Bene, ora venga il resto.

Oggi scarabocchio un pensiero. Mi sembra che il mondo giri al contrario. È l’epoca dell’analfabetismo di Stato, nonostante tutti sappiano leggere e scrivere. Ma non basta la penna, neanche il buon cuore. Forse ci vogliono azioni congiunte, coagulanti, magari un’esplosione atomica che incenerisca ogni cellula di questa civiltà malata.

Avremo modo di ricordare il dolore che schiaccia gli oppressi, compresi noi che siamo così felici di subire e di inginocchiarci davanti a coloro che ci affamano. Sarà che in questa società decadente stia vincendo l’istinto di morte, così suadente da aver reso la quotidianità un comico suicidio collettivo.

La luce del tramonto lambisce anche la fabbrica abbandonata di Praia a Mare. Da essa si leva ancora un silenzio colpevole, un benessere sfregiato, la malinconia di un mondo piccolo che sperava di non diventare mai adulto. Io cammino e un giorno avrò il dovere di ricordare.

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