Il Diavolo veste Prada 2: tra nostalgia e nuovi ritmi

Il Diavolo veste Prada 2: tra nostalgia e nuovi ritmi

Letizia Falzone scrive dal film “Il diavolo veste Prada 2”

Ritornare nei corridoi di Runway dopo quasi vent’anni è un po’ come infilarsi un paio di décolleté meravigliose: l’impatto estetico è incredibile, ma dopo un po’ iniziano a fare male i piedi.

Dopo quasi vent’anni di attesa, il ritorno nell’orbita di Miranda Priestly non è solo un evento cinematografico, ma un vero e proprio test culturale. Il Diavolo veste Prada 2 riesce nell’impresa di non rovinare il mito, ma deve arrendersi al confronto con un capostipite che aveva ridefinito il concetto di commedia brillante.

Il Digitale contro l’Icona

La storia ci riporta in una New York dove la carta stampata è ormai un reperto archeologico. Miranda Priestly, ancora al timone di una Runway in declino finanziario, si trova a dover combattere non solo contro i nuovi giganti del web, ma contro un tempo che sembra non voler più aspettare i suoi ordini. È qui che le strade di Andy ed Emily si incrociano nuovamente, non più come assistenti terrorizzate, ma come professioniste affermate con i propri dilemmi etici.

“Il Diavolo veste Prada 2” ha un cast che rasenta la perfezione

Il punto fermo della pellicola è senza dubbio la recitazione. Se il film tiene incollati allo schermo nonostante i cali di ritmo, il merito è esclusivamente loro:

Meryl Streep: La sua Miranda è diventata più umana, ma non per questo meno temibile. La Streep lavora di sottrazione, usando silenzi e sguardi che valgono più di mille battute. Non ha perso un grammo del suo carisma glaciale. Ogni suo “È tutto” continua a pesare come un macigno.

Anne Hathaway & Emily Blunt: Il vero cuore pulsante del sequel. La dinamica tra Andy ed Emily è cambiata; c’è un rispetto reciproco che rende i loro dialoghi densi e meno caricaturali rispetto al passato.

Stanley Tucci: Il suo Nigel rimane la bussola morale (e di stile) della narrazione, regalando i pochi momenti di vera ironia pungente.

Il Problema del Ritmo: Quando l’Eleganza rallenta

Se il primo film era un montaggio frenetico di tacchi che battevano sul marciapiede, questo sequel sceglie una via più riflessiva. La narrazione appare a tratti lenta, quasi appesantita dal voler spiegare troppo la transizione dal cartaceo al digitale.

L’urgenza del primo capitolo — quella lotta per la sopravvivenza in un ambiente spietato — qui viene sostituita da una sorta di malinconia aziendale. Le scene di ufficio, pur essendo visivamente splendide, mancano di quel “morso” che rendeva ogni errore di Andy una tragedia nazionale.

Il Diavolo veste Prada 2 è un sequel necessario? Probabilmente no. È un bel film? Assolutamente sì.

Non ha la forza d’urto dell’originale e soffre di una certa lentezza narrativa, ma vedere attori di questo calibro riprendere i propri ruoli iconici è un piacere raro. È un omaggio alla carriera della Streep e un regalo ai fan, anche se il vestito, pur essendo d’alta moda, questa volta è stato stretto un po’ troppo in vita.

Voto: 7.5/10

Nota di stile: Se cercate le risate ciniche del 2006, preparatevi a qualcosa di più maturo e pacato. Il diavolo non porta più solo Prada, porta anche il peso del tempo.

 

 

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