Arthur Schopenhauer: una confessione senza tempo

Arthur Schopenhauer: una confessione senza tempo

“Arthur Schopenhauer: una confessione senza tempo” è un articolo di Martino Ciano

Ci siamo amati deridendoci, soffiandoci a vicenda il vento della vita nelle narici. La volontà ci ha unito le mani: chissà da quale tempo derivavamo. Il nostro primo e ultimo incontro era stato tra nebulose in formazione, in India, in Macedonia o in Galilea? Ovunque esso sia stato, noi ci siamo guardati e ci siamo mischiati.

La morte separa le anime. Abbiamo chiuso gli occhi su un’epoca per riaprirli su un’altra. E sebbene non ricordassimo l’origine e ciò che è stato in precedenza, in noi è cresciuta la consapevolezza che non vi è “fine”, ma “passaggio”. Cadendo di sogno in sogno, esistendo nell’esistenza necessaria ed eterna, ovunque ci sia il soffio della volontà, tutti esisteremo sempre.

Allora io vedo che persino darsi la morte è spegnere la luce su qualcosa che ci ha deluso, su una vita che tanto abbiamo amato, che abbiamo preso sul serio, che ci ha tradito. Perciò chi si ammazza non ha disprezzato l’esistenza, ma l’ha amata troppo e senza remore. Chi si lascia affascinare dalla vita, temendo che dopo di essa non ce ne sia un’altra terrena, è colui che la custodisce, che ne raccoglie i frutti, che sa come districarsi tra i pericoli e sa farne tesoro. Egli è convinto che “ce n’è una soltanto” e la viva fine in fondo, anche se disgraziata.

È allora la consapevolezza inconscia che, invece, ci sono più esistenze e più mondi visitabili che permette ad alcuni di dire facilmente “addio”? E chi sarà così franco, così capace di affermare che questo sia vero? Tutto ciò ribalterebbe idee e pensieri, farebbe a pezzi teologia, morale ed etica. Renderebbe Dio solo un osservatore incapace di governare la sua Creazione. Non ci sarebbero sospiri di Redenzione, ma tutto sarebbe solo un tentativo.

E se la volontà punisse chi fugge anzitempo dalla vita? È una condanna che bisogna scontare, la vita?

Io, Arthur Schopenhauer, non riuscirò mai a pronunciare con chiarezza queste cose. Lascerò che qualcuno le estrapoli. Non ho la forza di prendermi questa responsabilità. Non lo faccio per viltà, ma perché neanche io ne sono certo. Mi condannerei, se così non fosse, a ripulire la mia coscienza nei secoli. Ci sarà invece qualche discepolo che, in mio nome, nel tempo futuro, dirà tutto questo e lo proverà. O magari sarò proprio io con un altro nome, con altri abiti, con altre labbra, che pronuncerò queste teorie. Le dirò dimentico della mia precedente esistenza, scrollato d’ogni mia paura.

E poi verrà il giorno in cui si dirà che “Dio è morto” e che dalla sua decomposizione sgorga la vita. E man mano che la vita scomparirà, ecco che anche le scaglie di Dio svaniranno, riportando tutto al “nulla” e al “non-essere”, quindi alla verità dell’Esserci.

Io, Arthur Schopenhauer, non riuscirò a dire tutto questo con chiarezza, perché la consapevolezza che il mio tempo è breve mi perseguita. Non consegnerò i miei ultimi giorni alla follia, ancora non è giunto il momento di addormentarsi.

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