Ogulnar: Luciana De Palma e il potere della parola

Ogulnar: Luciana De Palma e il potere della parola

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Ogulnar” di Luciana De Palma, Les Flaneurs Edizioni, 2025

Ogulnar” di Luciana De Palma sa di favola. Ogni parola sembra avere un peso specifico, quasi una responsabilità. Ciascun termine sprigiona un potere ammaliatore. Ciò rende ogni discorso un rituale.

Nel cuore del deserto del Karakum, in Turkmenistan, in un villaggio che ha fatto del silenzio una regola e dell’abitudine una prigione, vive lei, Ogulnar, creatura colpevole di possedere un dono considerato pericoloso: dare forma alle parole, custodirle, intrecciarle fino a renderle vive.

I suoi componimenti, quasi divinatori, non sono ornamento, ma azione. Intervengono nel qui-ora, scalfiscono la realtà e la mettono in discussione. Ed è proprio questo che spaventa di lei. Ciò che fa è un prodigio o potrebbe richiamare una sciagura?

De Palma costruisce un mondo essenziale e arido, dove il deserto non è solo un paesaggio ma una categoria dello spirito. E lì dentro inserisce una crepa: la parola. Che non è mai neutra. Può guarire, certo, ma anche ferire, contaminare, rompere equilibri antichi. È questa ambivalenza a rendere il romanzo interessante: la parola come salvezza e rischio.

Quando Ogulnar viene spinta oltre i confini del suo isolamento, in un viaggio che ha il sapore della prova iniziatica, il libro diventa un itinerario verso qualcosa di proibito: la propria intimità. La vera traversata non è nel deserto, ma dentro la voce che ciascuno tenta di ascoltare.

Ogulnar” diventa così una riflessione limpida sull’incomunicabilità: su ciò che accade quando il dialogo si spegne e resta solo l’assenza. E allora la parola, quella autentica, torna a essere un atto rivoluzionario. Riempie il deserto, lo incrina, lo rende umano.

Una favola, ma anche un romanzo che cerca di fare riflettere su quel prezioso dono che ciascuno di noi possiede: la parola. E senza parole nulla si edifica e tutto perde identità.

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