Fabio Orrico e Simone Ungaro: quando la poesia è un sentiero che si biforca

Doppia intervista di Viviana Viviani a Fabio Orrico e Simone Ungaro. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Culturale Connessioni. La foto in copertina è stata fornita dagli autori
Nel catalogo del Centro Culturale Connessioni convivono due collane poetiche che sembrano muoversi in direzioni quasi opposte, ma proprio per questo finiscono per delineare insieme una geografia coerente della scrittura contemporanea. Scavi Urbani guarda verso l’esterno: la città, le sue macerie industriali, la vita metropolitana fluida e postmoderna diventano il terreno su cui cercare nuove voci poetiche capaci di raccontare il presente senza rifugiarsi nelle formule stanche della tradizione lirica. La collana nasce infatti dall’esigenza di rintracciare autori che sappiano attraversare il paesaggio urbano e sociale del nostro tempo, assumendone le contraddizioni come materia viva della poesia. Sentieri Interrotti, al contrario, procede in modo più obliquo e meditativo. Il titolo, preso dalla raccolta di saggi di Martin Heidegger, suggerisce già la sua postura: il pensiero e la poesia non avanzano per linee rette ma per deviazioni, soste, fratture. I libri accolti nella collana non cercano una direzione definitiva né una conclusione, ma abitano l’incompiuto, riconoscendo nell’erranza e nella discontinuità una forma autentica di esperienza poetica. Se Scavi Urbani scende nelle stratificazioni del presente come in un terreno da esplorare, Sentieri Interrotti accetta invece la logica del percorso che si perde, del pensiero che si interrompe e riparte altrove. La prima collana lavora per immersione nella realtà contemporanea; la seconda per deviazione, interrogando la poesia come spazio aperto, non concluso.
Viviana Viviani ha intervistato Fabio Orrico per la collana Scavi Urbani e Simone Ungaro per la collana Sentieri interrotti, autori rispettivamente di Psicosi dei giorni pari e dispari e L’estate.
1. Quanto della tua scrittura nasce dall’osservazione diretta della realtà e quanto invece da un lavoro di elaborazione interiore o immaginativa?
Fabio Orrico: Direi un ottanta per cento osservazione, un venti per cento rielaborazione, che poi penso valga per tutto ciò che ho scritto, anche al di fuori del recinto della poesia. Più passa il tempo e più tendo alla sottrazione, quindi gli aggettivi della rielaborazione sono in minoranza rispetto ai sostantivi dell’osservazione.
Simone Ungaro: Difficile, tanto difficile, affermare: “Qui sta la realtà, la cosa in sé, e qui sta l’elaborazione della realtà”. Forse la poesia è un esercizio di setaccio dell’una dall’altra e, in maniera contemporanea e antinomica, un esercizio di aderenza tra l’una e l’altra. Intendo dire che se guardiamo alla realtà e all’elaborazione della realtà come alle due facce di una moneta, la poesia ne rappresenta il bordo. Trovo una delle più alte riflessioni sul tema in una poesia di Zbigniew Herbert; scrive, parlando dell’immaginazione del signor Cogito, alter ego del poeta:
Non c’è posto in essa
per i fuochi artificiali della poesia.
Dove l’accento è da porre sulla parola artificiali: un’immaginazione scollata dalle cose, pare dirci, è destinata a mancare il bersaglio.
2. Nei tuoi versi compaiono spesso figure, luoghi, situazioni concrete. Che rapporto hai con il dettaglio quotidiano: è un punto di partenza o il vero centro della poesia?
Fabio Orrico: Entrambe le cose. Nei miei lavori c’è molta visione, molta contemplazione, quindi il dettaglio quotidiano si situa alla fonte del testo per poi diventarne la struttura. Anche da lettore, resto sempre molto colpito da come un aspetto ordinario, addirittura corrivo della quotidianità, può diventare centrale in un testo.
Simone Ungaro: Il dettaglio è selezione del mondo, strumento di accuratezza. Vale tanto per il dettaglio immaginifico quanto per il dettaglio tecnico – ritmico, fonetico, sintattico. La chiara visione del dettaglio spiana la strada al nitore del pensiero. Ma dubito che nel dettaglio batta il cuore della poesia, semmai nella grana con cui il dettaglio emerge, vale a dire la luce che vi cade sopra.
3. La poesia contemporanea è spesso accusata di ripetere formule già viste oppure, al contrario, di cercare a tutti i costi la rottura. Come ti poni rispetto alla tradizione poetica? E chi sono i tuoi maestri?
Fabio Orrico: Non mi pongo in nessun modo; spesso ho l’impressione che rivendicare ascendenze e influenze sia un po’ come pretendere un’eredità che nessuno ha pensato di lasciarti; quindi, una volta espletati i miei doveri di lettore presso classici e contemporanei cerco di andare per la mia strada. Diciamo che i miei maestri sono gli anonimi autori de Il libro di Giobbe e de L’Ecclesiaste, più recentemente Luigi Di Ruscio.
Simone Ungaro: Voglio riportare la metafora del treno; l’autore è Iosif Brodskij. Mi pare sintetizzi il senso della poesia contemporanea – di ogni contemporaneità, voglio dire, non solo della nostra.
La poesia è un discorso infinito, è un lungo treno che si è messo in movimento in un punto imprecisato
dell’antichità e il cui viaggio attraverso il tempo consiste principalmente di partenze. Nessun poeta, per
quanto si sforzi, porterà quel convoglio a destinazione.
Sono tre i punti che tocca:
uno, il treno parte da lontano;
due, per quanto il viaggio duri da millenni (da sempre?), salire sul treno equivale a una nuova partenza,
un’origine, un punto zero;
tre, il viaggio non ha fine.
E se i punti sono tre è perché – al di là dei revisionismi delle scienze e del pensiero – tre restano i tempi della poesia: il passato, cioè i partenti che furono; il presente, cioè il tuo viaggio; il futuro, ovvero i partenti che ti seguiranno quando il tuo viaggio sarà concluso.
Gli autori che riscopro più spesso sono quelli che mi sembrano ribadire con più sapienza quella tripartizione del tempo. Sugli altri Herbert, Montale, Borges, Jaccottet.
4. Scrivere poesia oggi significa inevitabilmente confrontarsi con un pubblico ristretto ma molto attento. Pensi al lettore mentre scrivi o la poesia nasce prima di tutto come esigenza personale?
Fabio Orrico: Non penso al lettore (anche perché temo di non averne) ma nemmeno parlerei di esigenzapersonale. Scrivo perché scrivo.
Simone Ungaro: Scrivere poesia significa riflettere seriamente sul Tu, sull’Altro. In questo senso la poesia è assorellata alla preghiera, che dal Tu non può prescindere; allo stesso modo non esiste poesia che non sia indirizzata a un interlocutore. Che poi si tratti di un Tu bene identificabile, di un Tu che è Me Stesso, del Lecteur, di Dio, del Nulla, è differenza non dico di poco conto, ma che si porta dietro una certa cavillosità accademica, e stare troppo a ragionarci sopra equivarrebbe a farne una questione puramente pronominale.
Più quel Tu emerge dall’indistinto, più nitidamente si profila, e più intonati suonano i versi. Lo stesso avviene nel parlare, ne facciamo esperienza ogni giorno.
5. Nei tuoi testi la dimensione narrativa sembra talvolta affiorare tra i versi: piccoli racconti, scene, frammenti di vita. Che rapporto hai con la narratività in poesia?
Fabio Orrico: È uno strumento come un altro. Nel mio caso cerco di farne il grimaldello per contaminare forme diverse. Il concetto di contaminazione per me è centrale e lo apprezzo anche come lettore. Può valere per la poesia, nell’intersezione di forme e scansioni metriche, ma naturalmente vale anche per la narrativa e in questo senso basta pensare alle continue e sempre più pervasive contaminazioni tra generi
anche nel cinema e nel fumetto. Poi naturalmente ci sono forme di scrittura in cui la poesia viene “sporcata” dalla narrativa ma questa non è certo una novità. In questo senso per me un punto di riferimento resta La ragazza Carla di Elio Pagliarani, modernissimo e tuttora influente romanzo in versi.
Simone Ungaro: Se per narrativa intendiamo l’arte del racconto, credo allora che la poesia sia sempre opera narrativa. I versi di Transtromer possono rivelarsi meno fulgidi degli esametri di Omero, ma non sono meno veicolo di racconto. Montale, a indicare la continuità appunto narrativa dei suoi lavori, sosteneva di aver scritto un solo libro; ancora più significativo il caso di Ungaretti, che usò il più romanzesco dei titoli per la raccolta definitiva della sua opera, “Vita d’un uomo”. Quanto all’Estate, ritrovo elementi schiettamente narrativi nella geografia precisa, nella sequenza dei testi, in certe simmetrie interne.
6. Che cosa cerchi, oggi, nella poesia: una forma di conoscenza, una forma di testimonianza del presente, oppure uno spazio di libertà linguistica?
Fabio Orrico: Quando ero giovane cercavo tutte queste cose, oggi, forse perché sono più disincantato, non cerco più niente. Ho l’impressione che, se la poesia è un genere così poco frequentato dai lettori, è proprio per una certa tendenza al sublime che lo identifica. Quando scrivo una poesia ho l’impressione di creare una forma e un suono che in genere nascono da una specie di violenza, di progressione in avanti che sento dentro di me. In tutto questo non vedo conoscenza trasmissibile perché non è detto che la mia conoscenza, la conoscenza da me sperimentata e archiviata, sia effettivamente utile per gli altri.
Testimonianza del presente e spazio di libertà linguistica non sono appannaggio della poesia, anzi si possono trovare pure in un buon articolo di giornale.
Simone Ungaro: Che il ruolo sociale della poesia sia andato gradualmente disgregandosi è un dato di fatto. Leggere i poeti del secondo dopoguerra offre la misura di uno strappo definitivo. Ma poi, guardando meglio, ci si accorge che la poesia – senza scadere nel misticismo o in chissà quale forma di eternalismo – conserva della sua natura originaria il superamento della contingenza. Sto dicendo che quanto avviene nel cuore del lettore odierno non può essere altro che quanto avveniva nel cuore del lettore di ieri e quanto avverrà nel cuore del lettore di domani. Parole come compassione, verità, conoscenza, sfilacciate dall’uso, suonano oggi vagamente sospette, non i sentimenti che evocano; la poesia, pur evitando sapientemente l’uso di quelle parole, continua a farsi sondaggio di quei sentimenti.
7. Dopo questo libro, in che direzione senti che potrebbe muoversi la tua scrittura? Continuità con il percorso attuale o desiderio di cambiare strada?
Fabio Orrico: Credo che questo sarà il mio ultimo libro di poesia. I testi che racchiude risalgono a prima del Covid, dopo non ho più scritto versi, ma non è escluso che torni a farlo.
Simone Ungaro: La stampa dell’Estate è fresca, ma il libro si è chiuso da quasi tre anni. Nel frattempo ha preso forma un nuovo lavoro, attualmente in uno stato molto avanzato. Sono lavori diversi, mi pare, quanto può essere diverso un uomo dopo tre anni.
8. C’è un verso del tuo libro che senti come il tuo vero centro, quello che contiene in miniatura tutto il resto?
Fabio Orrico: “Lo eccitava l’idea / di essere decapitato”. Anch’io vorrei essere decapitato ma rigorosamente da una donna bella ed elegante. Mi piacerebbe anche che mostrasse la mia testa a un pubblico festante con un gesto solenne e poi si riposasse sotto un albero frondoso nella stessa posa della Giuditta del Giorgione.
Simone Ungaro: Una delle ultime poesie della raccolta contiene questo distico:
Esistono case in cui le parole
sono il frutto maturo del silenzio
Non so se ha la forza per farsi portabandiera dell’intero lavoro; so però che, per ragioni non soltanto intrinseche al lavoro stesso, difficilmente riuscirò a liberarmene.
9. Qual è la cosa più difficile da dire in poesia oggi: l’amore, la politica, il corpo, la solitudine o qualcos’altro?
Fabio Orrico: Sono tutte trappole temibili. L’amore in particolare: più o meno tutti abbiamo iniziato a scrivere poesie perché ci siamo innamorati di qualcuno, poi le abbiamo rilette qualche mese dopo e ci siamo (in genere giustamente) vergognati. Credo valga l’aureo motto di Eliot: “La poesia inizia dove finisce il sentimento” (cito a memoria).
Simone Ungaro: È sempre di vita e di morte che si parla, e il coefficiente di difficoltà nel parlare di vita e di morte oggi è lo stesso con cui facevano i conti Euripide o Dante o Shakespeare. Se dovessi cercare un ostacolo peculiare dell’oggi, più che nei temi lo troverei nell’assenza di un dibattito serio intorno alla poesia, con l’enorme rischio di autoreferenzialità che ne deriva.
10. Se un lettore, chiudendo il vostro libro, dovesse portarsi via una sola sensazione – non un’idea, ma proprio una sensazione – quale spereresti che fosse?
Fabio Orrico: Pericolo.
Simone Ungaro: L’auspicio è che il libro arrivi almeno a sfiorare quella che Borges chiamava non la semplicità, che non è niente, ma la modesta e segreta complessità.
