Il cordone ombelicale: Fais e ciò che di umano resta dell’amore

Il cordone ombelicale: Fais e ciò che di umano resta dell’amore

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Il cordone ombelicale” di Matteo Fais, Connessioni, 2025

È sempre una storia inquieta quella tra un uomo giovane e una donna in là con l’età. In essa si mischiano tabù sociali, interrogativi sulla natura dell’amore, la ricerca dell’eterna giovinezza, forse un’esperienza non comune o il bisogno, per l’uomo, di ritrovare la protezione materna.

Torniamo quindi all’origine e partiamo dalla domanda delle domande: cos’è l’amore? Inutile cercare una risposta che esaudisca tutti, ciascuno faccia da sé. A questa però aggiungiamone un’altra, più specifica: esiste il “per sempre” o è solo un gioco della mente in cerca di sicurezza?

“Il cordone ombelicale” di Matteo Fais non è il banale racconto di una storia d’amore con i suoi alti e bassi, ma l’attraversamento dei diversi stadi dell’amore. Dal rapimento all’estasi, fino al passaggio dal sogno alla nuda realtà, tocchiamo con mano il cammino di Walter e Mary, due personaggi che rimbalzano dal tragico al comico, che nei loro dialoghi lottano contro le loro paure. Sanno di essere fuori dalla norma, di infrangere il codice comportamentale e le consuetudini. Se ne fregano anche, ma hanno anche continuamente bisogno di ripeterlo.

È attraverso questa necessità di confessare pro e contro della loro relazione che si svela l’intima paura del giudizio. Ma non è questo il tema portante. “Il cordone ombelicale” è un romanzo sul senso di protezione che ciascuno di noi cerca in una storia d’amore. Mary e Walter sono amanti, tradiscono i loro rispettivi partner. Lei è una donna che ha superato i cinquant’anni, consapevole di aver convissuto per trent’anni con un uomo che non voleva. Lui è un trentenne che cerca nella maturità della donna ciò che non riesce a ricevere dalla sua compagna coetanea.

Entrambi cercano nell’altro un riscatto personale, ma senza accorgersene si plagiano a vicenda, si tirano contro i peggiori giudizi, dimostrando di essere anche loro pieni di perbenismo. Man mano che il rapporto va avanti, torna sempre l’immagine del tempo che passa. Per Walter e Mary, anche se lui cercherà di non esserne schiavo, l’amore è qualcosa di estetico. C’è bisogno sempre di una bellezza che rifiorisce e che non cede il passo al decadimento; così come c’è bisogno di una passione che si rinnova, che mai si evolve in una convivenza più quotidiana.

Ma così come sfiorisce la bellezza, così la passione iniziale viene sostituita da qualcosa che diventa più tenue, ma che allo stesso tempo si fa sicurezza e concretezza. Tutto ciò fa dell’amore una questione spinosa, in quanto il fedifrago è spesso colui che non riesce ad arrendersi all’idea che “il tempo passa”, che l’amore è un variegato e momentaneo stato di alterazione della coscienza che lascia spazio a una “convivenza che permette alla specie di sopravvivere”. Ciò che è romantico è sempre tragico, e sia Walter che Mary ce lo fanno capire.

Ma ciò che è romantico, quindi inquieto, passionale e tempestoso, è il lato umano dell’amore, con cui abbiamo plasmato anche i nostri dei. In senso naturale, invece, l’amore è qualcosa che in natura non esiste e che come finalità ha solo la riproduzione della specie. Pertanto, ancora una volta “Il cordone ombelicale”, ci fa capire che noi abbiamo bisogno dell’amore perdutamente umano, ma che, alla fine, la natura prevale su tutti noi.

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