Francesco Spiedo e il mestiere dell’umorismo

Pubblichiamo un’intervista di Elisa Zumpano a Francesco Spiedo. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Culturale Connessioni. La foto in copertina è stata fornita dagli autori
Francesco Spiedo, nei tuoi romanzi come “Stiamo abbastanza bene” e “Non muoiono mai” emerge una voce critica e ironica sul quotidiano. In che modo l’umorismo struttura il tuo modo di raccontare personaggi e situazioni?
Qualcuno decisamente più esperto di me diceva che – parafraso perché non mi viene di imparare a memoria neppure il mio codice fiscale – la scrittura è un organismo complesso, che noi dobbiamo analizzare in forma di particelle (narratore, personaggi, dialoghi, azioni, stile, tono, etc), ma che funziona, si esprime e si pratica tutt’insieme. Questo giro largo per risponderti che faccio grande fatica a scindere l’umorismo da tutto il resto. Per me è sicuramente, in primo luogo, una questione di postura, di sguardo sulle cose del mondo. Quindi diventa, inevitabilmente, una sorta di meccanismo narrativo che genera eventi e situazioni, di movimento provocatorio che obbliga i personaggi a ritrovarsi spesso a fare i conti con l’ironia della vita e reagire. Perché poi, e su questo credo non ci possa essere grande dibattito, il mondo ha una suo tremendo e costante umorismo. La realtà si crepa costantemente sotto i nostri occhi, come potrebbe non accadere questo nelle storie che ci ritroviamo a raccontare? Con questo non voglio dire che la scrittura viva un rapporto mimetico con la realtà – direi che anche su quanto sia menzognera la scrittura dovremmo essere già tutti d’accordo con Calvino, Pirandello, Tabucchi -, ma che al contrario possa rappresentare uno spazio dove sperimentare regole diverse. Spesso mi ritrovo a inseguire finali alternativi, scene parallele, risposte mai ascoltate o domande mai poste: allora, quando scrivo, cerco di costruire uno spazio dove l’equivoco strappa una risata, la strafottenza di una riposta stempera i toni, l’incomprensione offre una domanda scomoda, e via dicendo. Non perché tutto sia leggero, ma perché l’assurdo di ciò che ci circonda possa venire a galla. In fin dei conti combattiamo tutti la stessa impari battaglia: l’entropia dell’universo spinge verso il disordine e noi proviamo a metterci una pezza. Cosa potrebbe andare storto? Come potrebbe andare peggio di così? Quale sarebbe la frase più inappropriata? E il pensiero più scomodo? A volte l’umorismo nasce anche dal portare in scena ciò che vorremmo, ma non si può. Un po’ come trascorrere la vita a spolverare, a togliere la polvere che puntualmente – e chissà da dove – torna ad accumularsi sui ripiani della libreria. Allora, ogni tanto, mi viene in mente di lasciarla lì, di farci dei disegni, di scriverci una parola e vedere che succede
“Addio arrivederci ciao” ti vede tornare alla forma breve dopo diversi romanzi. Che differenze incontri nello spazio narrativo del racconto rispetto alla forma lunga, e come gestisci l’ironia su una pagina più contenuta?
La forma breve è il primo amore. Ne parlavo, forse proprio ieri?, e la combinavo all’umorismo: la letteratura italiana praticava la brevità e praticava l’ironia, a ottimi livelli e con una diffusione quasi capillare, da nord a sud, nelle case editrici più grandi e nelle realtà più contenute, nelle riviste, sui giornali. Questo che c’entra con la domanda? Niente, però mi sembra sempre importante ricordarsi da dove veniamo e schierarsi a favore dei racconti.
Tornando a me, che sono molto meno interessante, direi che lo spazio del racconto è sempre stato – dal 2015, quando ho iniziato a pubblicare i primi online – la dimensione dell’esperimento. Ho cambiato voce, tono, stile, mi sono infilato in narrazioni che non avrei avuto la forza (né la voglia) di articolare in un romanzo. Perché il racconto ha una sua dimensione – che è si più breve, ma anche più profonda, quasi verticale e abissale – che ti permette di lavorare sull’episodio, su una dinamica di azione e reazione, su una parentesi. E in questo senso spesso ho fatto a meno dell’ironia, perché non serviva alla storia, così come ho imparato a notare le sfumature dell’umorismo. Meno di trama, più di dialogo perché un racconto può anche reggersi sullo scambio di battute tra due, tre personaggi. Meno di insieme, più di situazione perché un racconto spesso vive di un solo momento e se questo momento è assurdo, buffo, ripetuto può vivere di ironia. C’è l’equivoco, la sorpresa, magari da sfruttare sul finale, con un ribaltamento, un rovesciamento. Spesso non c’è lo spazio – narrativo e sulla carta, letteralmente – per giocare sullo sviluppo ironico degli eventi, ma può sfruttare l’atmosfera, il contesto. Ecco, in generale, credo che la scrittura di un racconto ti obblighi a guardare il dettaglio, a misurarti, a dover centellinare le parole. La questione della brevità, allora, spinge a farsi molte più domande, a valutare molte più alternative, a premiare la linea retta tra due punti e a lasciar da parte una serie di appoggi che il romanzo, il suo sviluppo, ti offre (e che, a volte, sono solo il riflesso della pigrizia)
Quali autori o opere ti hanno influenzato maggiormente nello sviluppo della tua scrittura? Esistono modelli dichiarati o preferisci pensare alla tua voce come a un dialogo sotterraneo con una tradizione?
Faccio sempre grande fatica a riconoscere le influenze. La parte più divertente, che segue ogni pubblicazione, è leggere e/o ascoltare le letture e gli accostamenti più disparati. Vengono fuori dei nomi che, non ho problemi ad ammettere, non ho neppure mai letto. Mi chiedo spesso, infatti, come funzioni il processo creativo, quanto possa essere implicita o involontaria la contaminazione, quanto invece sia un dialogo silenzioso e sotterraneo, come scrivi tu. Forse non ne usciremo mai, forse non esiste una sola risposta che sia valida sempre e per tutti.
Faccio fatica, dicevo, anche perché durante la scrittura non interrompo le letture, anzi. Conosco amici e amiche che smettono di leggere qualunque cosa per non farsi influenza, e rabbrividisco all’idea. Anzi, al contrario, spesso cerco conforto o stimolo nella lettura di testi che possono avere qualcosa in comune con quello che sto scrivendo o che, più semplicemente, mi aiutano a fare pace con un’attività che – per quanto naturale, raccontare storie secondo me lo è e lo è dall’alba dei tempi – mi affatica: inventare storie è divertente e faticoso, allo stesso tempo, e se farlo a voce mi sembra un ottimo passatempo, scrivere, mettermi al computer, consumarmi le dita, è uno strazio.
Ma stavamo parlando di autori e autrici che sono stati di: Vonnegut, Saunders, Moore, Adams. Lo stesso Calvino, Cortazàr, Amado, Manganelli, Campanile, Tabucchi, Arreola. E tanti contemporanei che leggo con piacere, nelle collane sempre divertenti e ricche di piccole sorprese come Quodlibet o Sellerio, Marcosymarcos o Exorma. Posso sorvolare su quanto Trosi o De Filippo influenzino il mio modo di vedere la realtà e costruire le situazioni? No, sarei irriconoscente. Ma vale lo stesso per De Crescenzo o per Lanzetta, per Moretti o per Allen, per Mel Brooks o per Al Yankovic (che ho conosciuto da poco, ma che mi sembra di conoscere da sempre).
Oggi l’umorismo in letteratura sembra oscillare tra intrattenimento puro e satira sociale. Dove ti collochi in questo spettro e quale responsabilità attribuisci alla scrittura ironica nel leggere il presente?
Questa è una bella domanda perché mi aiuta a ricucire. Per me non esiste alcuna distinzione netta: non c’è intrattenimento che possa sconnettersi dal contesto sociale, non c’è satira che possa fare a meno di intrattenere. Semmai è una questione di dosaggio, di equilibrio, di due diversi piani che non sempre sono allo stesso livello, non sempre sono controllati entrambi a dovere, non sempre c’è un grado di consapevolezza tale da riuscire nella combinazione.
Accanto a quest’idea poi mi sento di dover specificare che la letteratura non ha alcuna responsabilità etica, sempre opinione personale che potreste smentire con altrettante valide argomentazioni. Non perché non sia portatrice di messaggi o di chiavi di lettura, al contrario. Ma perché per essere efficace – anche nella sensibilizzazione – spesso necessità di essere sottile, di muoversi bene sui due livelli, di saper anche intrattenere e svagare. Non è facile, ma a me sembra una necessaria combinazione: penso a Don Chischiotte o a Guida Galattica per Autostoppisti, i primi due esempi che mi vengono in mente.
Allora è facile dedurre dove mi colloco. Al centro dello spettro, cercando di fare la parte del fantasma, con davanti le storie e sotto, visibile in controluce, la costante lettura del presente.
In “Difettosa”, scritto insieme a Nagla Augelli, emerge una dinamica di co-scrittura. Quali sono per te le sfide e le opportunità di lavorare su un testo a più mani, soprattutto in relazione alla costruzione della voce narrativa?
La scrittura a più mani, che sia un lavoro come quello con Nagla o che sia un più classico lavoro di ghostwriting, pone al centro uno dei grandi quesiti di chi scrive: dove mi nascondo? Perché ci sarà sempre qualcosa di chi scrive nei testi che scrive – fosse solo la postura e lo sguardo. Ma nell’inganno menzognero della letteratura tutto deve sembrare nato dalla pagina, davanti agli occhi del lettore, durante l’esperienza stessa della lettura. A me piace molto nascondermi in bella vista, che poi è una strategia di sopravvivenza e un suggerimento utile anche per chi si trova a giocare a nascondino. Quando si lavora insieme, però, quei nascondigli devono valere per due, le strategie di sparizione devono essere condivise e, come giustamente scrivi tu, serve coesione per costruire una voce narrativa che sia credibile. Non ci si può parlare addosso, anche se si vogliono dire le stesse cose. Men che meno si può andare in due direzioni opposte, anche se sarebbe narrativamente stimolante. La sfida, prima che artistica, è umana. Prima di scrivere, devi ascoltare. Prima di scegliere, devi valutare attentamente innumerevoli possibilità e sfumature. Ti diverti, ma allo stesso tempo ti accorgi di dover trovare le parole adatte a spiegare le tue ragioni, ciò che stai vedendo e lo sviluppo che immagini per la storia: e devi farlo con convinzione, ma apertura al dialogo, con grande onestà intellettuale, ma anche con la consapevolezza che mediare non basta. A volte, infatti, si pensa a dividere il lavoro o a occuparsi di aspetti differenti, purtroppo non può funzionare. Bisogna restare lì, a ragionarci e a parlarne, a buttar giù bozze su bozze, finché entrambe le parti in gioco non sono contente. Non sentano come propria una voce che è fatta di due voci. Scrivere insieme ti obbliga a non accontentarti, in parte è come se anticipasse il lavoro di editing, ma con accanto un altro scrivente e non un editor. Che fa tutta la differenza del mondo.
Itaca – Colonia Creativa, di cui sei co-fondatore, è oggi uno spazio culturale attivo sul territorio, con corsi di scrittura, laboratori artistici, incontri pubblici, eventi teatrali e musicali. Qual è la visione che guida il progetto? Come dialoga con la comunità locale e in che modo contribuisce concretamente alla crescita culturale del territorio?
La nostra scuola, che ho fondato con Simone Somma, è ormai attiva da quasi quattro anni. Siamo partiti con attività online, legate principalmente al mondo della scrittura, mentre la sede – in quel di Pomigliano d’Arco – prendeva vita. Oggi accogliamo più di cento studenti, dai 3 agli 80 anni, che studiano teatro, danza, musica o scrittura. Abbiamo una palestra letteraria online frequentata da decine e decine di allievi, tutti i mesi. Classi attive a Londra e a Bruxelles, siamo stati ospiti del Campania Teatro Festival con una nostra produzione, ospitiamo a nostra volta una stagione teatrale, costruiamo incontri interdisciplinari, lasciamo che aspiranti attori lavori accanto ad aspiranti scrittori e così via.
Volevamo uno spazio dove l’arte fosse il centro, non subordinata a nient’altro: uno spazio accessibile e inclusivo, anche nel prezzo, innovativo e pronto a creare sinergie, necessariamente interdisciplinare perché non si può pensare di guardare alle discipline come dei compartimenti stagni. Non sono materie in ambiti diversi, anzi. Condividono principi e riflessioni, stratagemmi e interessi, teoria ed esercizi pratici. Volevamo un luogo dove accorgersi di essere simili e dove chi vive il territorio trovasse spazio per esprimersi. Per questo, tra le altre cose, abbiamo deciso di organizzare ogni anno un comitato popolare insieme al quale scegliere la stagione teatrale: non siamo noi a decidere quali spettacoli ospitare, ma li valutiamo insieme al pubblico, insieme ai nostri studenti. Perché aumenti la consapevolezza e ci si senta parte di ciò che avviene.
Qualsiasi disciplina artistica, prima di insegnare una pratica e far acquisire delle abilità – più o meno spendibili nella società capitalista -, aiuta a guardarsi dentro, quindi attorno e di nuovo dentro. A capirsi e a capire, a sentirsi e a sentire. E chi sente, vede e sperimenta delle emozioni sarà sempre un cittadino più attento e consapevole. Perché prima di tutto si accorgerà di esistere, di esserci. E questo fa tutta la differenza del mondo. È questo che aiuta a non essere indifferenti.
Chi è Francesco Spiedo?
Francesco Spiedo Nasce ingegnere a Napoli nel ’92 ed è ghostwriter, scrittore, drammaturgo e formatore. Ha pubblicato racconti online e in antologie, poi articoli su Minima&Moralia, Nazione Indiana, Le Parole e le Cose, etc. Per Fandango Libri sono usciti Stiamo abbastanza bene (2020, tradotto in Cile, Argentina e Uruguay), Non muoiono mai (2022) e Difettosa (2024). Per Zona42 ha pubblicato Addio Arrivederci Ciao (2024). Fondatore di Itaca Colonia Creativa, scuola di formazione, produzione e distribuzione culturale con sede a Pomigliano d’Arco (NA), ma con corsi attivi anche online e all’estero (Bruxelles, Londra, etc). È stato ospite di festival nazionali e internazionali (tra cui FliB, festival di letteratura italiana-spagnola-catalana di Barcellona, e il Festival del Libro di Montevideo).
Il Centro Culturale Connessioni organizza laboratori, rassegne ed eventi letterari, è tra i fondatori di Inchiostro: comitato nazionale per la promozione della lettura.
