La sirena

“La Sirena” è un racconto di Giuseppe Libertino. In copertina una foto di Dmitry Daltonik, tratta da Pexels, a uso gratuito
Il solito tavolo a La Sirena.
Quello nell’angolo a destra. Aveva una gamba storta che lo faceva dondolare ogni volta che vi si appoggiava.
Il mare, lì. Davanti. Un brontolio continuo, come quello d’un vecchio alcolizzato che ripete all’infinito sempre la stessa tiritera.
Le lanterne dell’osteria proiettavano ombre allungate sulle tovaglie. Una di quelle notti molli, annoiate, con l’Etna Rosso, nel bicchiere. Pareva sangue rappreso.
Dieci estati lì. Ammagliato in quella rete. Aspettava. Come fosse sempre la sera prima, senza che il giorno dopo avesse alcuna speranza di venire.
Non amava parlare di lei. Né dei motivi che lo spingevano a tornare. Ogni anno.
L’unica risposta data a chi chiedeva era «Aspetto», con un riserbo strafottente. E nient’altro. Sputava quella parola fuori dalla bocca come fosse una pietra.
La solita sera. Rumore di piatti in cucina. Una forchetta caduta sul cemento. Vociereccio e odore di pesce fritto.
«Ciao. Posso sedermi?»
Stava guardando una formica che trascinava una briciola verso una fessura nel muretto.
Voltò lo sguardo.
Il contorno era d’una figura slanciata, una bellezza sottile. I capelli come la pece, legati in una coda che le cadeva su una spalla. Gli occhi scuri e un piccolo neo sopra il labbro. Indossava un vestito blu. Leggero. Le disegnava le gambe svolazzando come una bandiera. Decisamente bella, si. Davvero. Un profumo particolare. Di zagara.
Lo stava fissando.
«Certo… siediti pure» rispose lui, indicando la sedia vuota accanto a sé.
Si sedette. Appoggiò la tracolla di tela a terra, ai piedi della sedia.
«Sono Anna».
«Paolo. Benvenuta».
Si guardava intorno. Un “sourire en coulisse”, come dicono quelli bravi.
«È un posto bellissimo…speciale».
Paolo socchiuse gli occhi, lo sapeva bene. Aveva già da tempo venduto l’anima a quel pezzo di terra. «È il mare…o forse sono i ricordi. Questo posto ne è pieno zeppo».
«Ricordi?» chiese lei. Tirò con le dita una ciocca di capelli svolazzante, fermandola dietro l’orecchio.
Lui abbassò lo sguardo. «Eh già, ricordi… di storie nate qui, forse senza volerlo, che poi hanno continuato a rincorrersi, senza ritrovarsi, chissà…».
«Ah». Sussurrò mentre incrociava le gambe. Aveva un ginocchio sbucciato, una ferita ancora fresca. «Storie perdute».
Non rispose subito.
Ruotava il calice tra due dita. Ad ogni giro, il vino, lasciava sul vetro rivoli rosso granata. «Le storie vissute cambiano nel momento stesso in cui le racconti. Pur non volendo, le tradisci. Aggiungi un particolare, ne togli un altro. Una sfumatura diversa, senza nemmeno volerlo. Alla fine non sai più quale sia la vera storia. Meglio lasciarle andare».
Lei lo scrutava.
Rimasero lì. A parlare, a raccontarsi. Il mondo attorno pareva non esserci più.
Lui gli parlò di arte. Dei suoi quadri che rimanevano invenduti. Delle mani che segnano la tela fino tirarne fuori un’anima. Anna gli raccontò della sua passione per le piante grasse. Quelle coltivate sul suo terrazzino di Scicli. «Quel tipo di pianta è abituata a soffrire, sopravvive con niente», disse strappando una scheggia di legno dal bordo del tavolo, «proprio come fa tanta gente».
Il locale si era svuotato. I camerieri cominciavano a sistemare.
Anna si alzò. Movimenti delicati, passi leggeri, quasi in punta di piedi, simili a quelli delle ballerine che aveva visto al Teatro Massimo, negli anni passati a Palermo. Prima che tutto gli sfuggisse di mano.
«Tornerai domani?» le chiese Paolo.
Quella domanda venne fuori spontanea. Involontaria. Si sorprese da solo. Sentendosi vulnerabile.
Anna esitò.
Un breve silenzio. La ciocca di capelli si agitava di nuovo, tagliandole il viso a metà.
«Forse».
Un sussurro. «Questo posto ha un modo tutto suo per farti tornare».
«Io sarò qui», disse Paolo. Senza la consueta reticenza.
Prese la sua borsa. Lo guardò ancora, pareva promettere e nascondere.
«Buonanotte».
«Buonanotte a Te».
Si incamminò verso la spiaggia, perdendosi presto nell’ombra del buio oltre le pale di fichi d’India che cadevano dal muretto a secco. Paolo restò in compagnia del suo Rosso. Etna Rosso.
Quel tavolo zoppo era stato un nascondiglio in cui starsene per conto suo. Adesso, però, era diverso.
C’era altro.
Una sconosciuta. Un altro nome. Da pronunciare a voce alta.
Si sentiva leggero. La stretta che non sapeva di avere addosso si stava allentando. Aveva detto “Aspetto” troppe volte. Tante che quella parola si era consumata.
Guardò il bicchiere. Un piccolo sorso, lento. Un gusto secco che gli sapeva di terra arsa. Scese giù senza fretta, lasciandosi dietro una punta d’aspro. Buono però.
Qualcosa era cambiato, anche solo per un istante. Per quel “forse” detto da una sconosciuta incrociata per caso.
Un sospiro lungo. Si tirò indietro i capelli passandoci le mani e alzò il mento al cielo.
Gli piaceva quel momento. Voleva restasse così. Fermo.
L’osteria era oramai vuota.
Si avviò lasciandosela alle spalle. La brezza gli entrava nel collo. Seguì lo sterrato fino alla scogliera, quello che portava al faro di Santa Croce. Nel buio, spiccava di bianco.
La sera successiva, tornò a La Sirena.
Al “suo” tavolo.
Il calice era lì. A ricordargli quel “forse” pronunciato da Anna. Guardava i volti di ogni persona. Uno ad uno.
Non arrivava.
La scossa della sera prima, sembrava svanire man mano. L’aria era girata a libeccio come il suo umore.
Il proprietario del locale, si avvicinò al tavolo. La consueta andatura spedita di Peppe. Andava e veniva coi piatti fra le mani. Piccoli passi veloci. Sembravano contati. Il mantesino immacolato annodato sul davanti che gli arrivava fin sotto il polpaccio.
Non disse nulla, subito.
Posò la brocca dell’acqua sul tavolo. Nei suoi occhi c’era tutta la consapevolezza di chi ne ha viste passare tante. «Paolo chi dici?… Tutt’ a postu?» chiese col suo accento marcato. Senza invadenza.
Abbozzò un piccolo gesto, con la testa. «Sì, Peppe. Tutto bene», mentiva. Niente era a posto.
«U’ mari chistu è…a voti lassa quaccosa…e a voti si teni tuttu strittu. Avi circare, Paolo, cercare». Era di poche parole, quelle giuste. Pesate. Spesso se ne usciva con vecchi proverbi, tramandati, ripetuti e sempre attuali. Era la sua filosofia semplice, maturata fra tra i tavoli e la gente di quel locale lungo la costa.
Paolo restò coi suoi pensieri, non disse nulla.
Il bicchiere di nuovo sotto gli occhi. Non aveva il gusto della sera prima.
Le cicale mantenevano il loro ritmo regolare, marcavano il tempo come un metronomo.
Anna non era tornata.
Si sentiva un fesso. Chi avrebbe mai creduto che quelle quattro chiacchiere volate via avrebbero potuto squarciare anni d’apatia?
Quella era la sua fottuta realtà. Quella. L’attesa.
Il “forse” di Anna era stato un abbaglio. Un’illusione destinata a svanire rapidamente.
«No, no… non può essere» si ripeteva. In fondo, in fondo, conservava una speranza.
Malgrado tutto.
Forse l’avrebbe rivista.
Forse.
Stava per chiedere a Peppe il conto quando qualcosa accadde.
Non era Anna che appariva sul sentiero. Non era nemmeno un biglietto o un messaggio.
Un movimento.
Nel buio della spiaggia, a stento visibile dalla sua prospettiva.
Qualcosa… Rotolava sulla riva, quasi un’ombra, bassa, sull’onda. Poi prese forma.
Una figura trasportata dalla risacca. Un corpo.
Il fiato corto. Il cuore. Gli martellava in gola. Forte. Si alzò di scatto quasi rovesciando la sedia.
«Peppe!» chiamò, la voce sconvolta. «Guarda!»
Peppe si voltò di colpo seguendo il gesto di Paolo. Sforzò la vista, cercando di tirar fuori qualcosa dal buio.
La figura sul bagnasciuga si muoveva ancora.
Si sentì gelare. Un corpo. Un corpo inerte. Restituito dal mare. Il pensiero più tetro. Poteva essere…poteva essere Anna? Mio Dio, Anna?
L’idea lo agghiacciò.
Corse.
Scavalcò il piccolo steccato di legno e corda che delimitava il ristorante dalla spiaggia, con Peppe che lo seguiva spedito. Si avvicinavano e man mano quella figura incerta si rivelava.
«Sì, si…è un corpo», si diceva Paolo.
Era steso sulla sabbia umida del bagnasciuga.
Si avvicinò.
L’agitazione gli stringeva le viscere, era pronto al peggio.
Si fermò di colpo, con Peppe subito dietro.
Prese un lungo respiro. Profondo. Incredulità e una punta di rabbia.
Non era un corpo, grazie a Dio.
Solo un tronco enorme. Lasciato sulla spiaggia dalla marea. Scuro. Liscio. Sembrava pelle levigata. Da lontano, il buio li aveva ingannati. Aveva dato l’impressione d’una persona accasciata a terra. Non era altro che un pezzo di legno, un capriccio del buio e della notte.
Il timore per Anna svanì, lasciandogli comunque una sensazione amara. Perfino il mare sembrava beffarsi di lui e della sua inutile attesa.
Era tormentato. Pronto a credere a qualsiasi cosa. Aveva confuso un banale tronco con una disgrazia.
Si sentì stupido.
«Sulu…‘nu lignu, Paolo», disse Peppe, con voce affannata, «’U mari porta e ‘u mare pigghia… A vote porta sulu lignu».
Paolo annuì.
Anna non era annegata, ma non era nemmeno lì.
Si voltò per tornare verso il locale.
Il suo sguardo fu attirato da uno strano sbrilluccichìo. Esile. Si fece più vicino per mettere a fuoco, di nuovo attratto.
Notò qualcosa, un oggetto.
Un pezzo di metallo radicato nel legno come fosse cresciuto lì. Difficile capire cosa fosse in quella luce. La sua forma…Una forma strana.
Si chinò esitante e allungò la mano per tirarlo via. Lo strappò cercando di ripulirlo.
Ma cos’era?
Non riusciva a vederlo bene. Cercò di sentirne la forma con la punta delle dita.
Peppe, si fermò a pochi passi, «…chi jè?», chiese.
Aprì piano la mano.
La luce del locale non riusciva a raggiungerli, ma la luna offriva un chiarore leggero. Era uno strano ciondolo. A forma di sirena, lo stesso simbolo inciso sui menù del locale. Forse antico. Leggermente corroso dalla salsedine.
Un ciondolo a forma di sirena, incastrato in un tronco portato dal mare, nella sera in cui aspettava Anna e un colpo di scena fasullo, che si era rivelato un abbaglio. Cos’altro gli avrebbe riservato quella serata?
Guardò il ciondolo, poi la linea scura del mare, poi di nuovo verso il paese.
Anna non era venuta.
Strinse la piccola sirena. Non sapeva se contasse qualcosa. Magari no. Forse solo un altro scherzo del caso.
Quell’oggetto catturò lo sguardo di Peppe. Una ruga marcata tra le sopracciglia. «Na’ cosa accussì curiusa mai a’ vidìu…giuru!», mormorò.
Si incamminarono, risalendo verso l’osteria.
Il fragore delle risate di un gruppo di ragazzi festosi, diveniva via via più intenso. Aumentava proporzionalmente al numero delle bottiglie vuote che si accumulavano in un angolo del tavolo.
Di colpo. Paolo aprì gli occhi, la testa in una morsa e il mondo che ondeggiava. Poi il legno del “suo” tavolo. Il bicchiere di vino, lì. Tutto sembrava bloccato.
Peppe si materializzò al suo fianco, la salvietta bianca in mano e la sua solita aria bonaria. «Ti si addurmisciutu? Tutt’a postu? Vuoi ‘na cosa di mangiari? Stasira aiu ‘nu pisci friscu ca’ è ‘na meravigghia, fidati!».
Gli porse un menù sgualcito.
Era ancora stordito, faceva fatica a riprendersi. Le parole di Peppe gli erano arrivate lontane, ovattate malgrado fosse proprio lì, accanto a lui.
«Peppe, dammi solo un attimo per favore», rispose ancora stordito.
Peppe sorrise, con la pazienza che tutti davano ormai per scontata, «Senza prescia».
Si guardava attorno. Incredulo. Spaesato. Tentava inutilmente di rimettere le cose al loro posto.
Un sogno.
La testa riversa sulle braccia adagiate sul tavolo. Si era addormentato e aveva sognato.
Il tronco, il ciondolo.
Niente di reale.
Un sogno. Strano assai. Eppure gli era sembrato vero.
La testa ingombra e non riusciva a liberarla. La mente si divertiva. Giocherellava. Timori ansie, illusioni che si muovevano frenetiche come i pezzi di una assurda scacchiera.
Rimase con lo sguardo nel vuoto. Fermo.
L’ansia di quella sera gli aveva spalmato addosso quelle folli fantasie?
Una folata improvvisa.
Il menu che Peppe aveva lasciato, svolazzò giù dal tavolo.
Si mosse d’istinto con l’intento d’afferrarlo, senza riuscirci. Il foglietto spiegazzato finì contro il muro, nell’angolo alle sue spalle, sotto lo scolo della grondaia che scendeva dal tetto.
Si chinò a prenderlo.
Le dita incontrarono un pezzo di metallo. Freddo. Liscio.
Forse un tappo di bottiglia… No…Cos’era?
Lo scrutò.
Fra l’incredulo e lo sbalordito.
Il respiro gli si bloccò. Rimase interdetto.
Un ciondolo identico a quello del sogno. La sirena. Sì. La stessa sirena.
Come era finito lì?
Chi lo aveva perso? Forse Anna la sera prima, o un qualcun altro?
«Peppe, scusami».
“Dimmi, ti preparu quacchi cosa?», disse avvicinandosi.
«Riconosci questo? Qualcuno ti ha chiesto?» chiese, indicando il ciondolo.
Peppe si strinse nelle spalle, scuotendo il capo. «Nonsi. Pigghiatillu tu, si quacchirunu cerca, ciù damu. ‘A genti si scorda di tuttu, ‘un t’imaggini quanta robba truvamu a chiusura».
La sua razionalità e un pizzico di pudicizia, gli impedivano di confessare che quel ciondolo, lui, lo aveva già visto in un sogno. Un sogno. Sì. Così vivido da sembrare più reale della stessa realtà.
La notte calava, non aveva voglia di restare. «Peppe perdonami, stasera non mi sento al massimo, preferisco non mangiare».
Il baccano dei tavoli vicini era diventato una tortura.
Gli serviva il silenzio.
In tutta quella storia assurda non c’era né capo né coda. La speranza. Il desiderio. Il sogno. Tutto mescolato insieme. Un groviglio.
Nella testa domande appese. Pulsanti. Senza senso.
Anna non era tornata.
Doveva esserci una spiegazione. L’aspettativa vera, forse, non doveva essere solo per qualcuno, ma per qualcosa.
Il mare. Peppe aveva detto che a volte portava ciò che si doveva cercare. Ma cosa?
Le gambe pesanti. Gonfie.
Il faro lo aspettava con la sua danza intermittente.
Camminava piano, con i piedi che rasentavano l’acqua. Ogni onda lo seguiva per poi ritirarsi.
Aveva bisogno di riordinare le idee, di assestare i pensieri.
Anna, l’appuntamento, il ciondolo, il sogno. Sognò anche quella notte. Un sogno diverso, pacato,
nessuna inquietudine.
Le onde. Benevole. Lontane. Cullarono il suo sonno senza turbarlo.
Si svegliò con una strana quiete interiore. Né tristezza. Né rassegnazione. Era determinato.
Decise di scendere sulla spiaggia, avrebbe cercato, non sapeva cosa, non sapeva chi, ma avrebbe cercato. Forse le risposte di cui aveva bisogno erano là, sotto gli occhi o, forse, era la sua mente logora ed esausta che si ribellava, cercando uno spiraglio per sfuggire alla rassegnazione.
Il sole cominciava a sorgere.
Passeggiava a riva scrutando la sabbia, le pietre levigate dal balletto infinito dell’acqua. Cercava. Voleva risposte.
Conservava ancora un filo di speranza. Sottile, ma c’era.
La tela intatta da giorni, immobile sul cavalletto. La sua attenzione scivolata via.
Il pensiero di Anna lo tormentava incessantemente.
E se il ciondolo lo avesse perso lei?
Se le fosse caduto la sera in cui avevano parlato, riso al tavolo de La Sirena?
La giornata passò coi pensieri ancorati al sogno, alla spiaggia, al tronco inerte e a quel piccolo oggetto che ora aveva un suo peso specifico. Tangibile.
Il faro era lì, immutabile.
Paolo vagava senza meta fra le stanze, come uno spettro. I piedi si muovevano, la testa no.
Prese la scala a chiocciola. Lo condusse in alto senza nemmeno rendersene conto.
Il ciondolo stretto nel pugno. Un breve corridoio nei pressi della lanterna e si ritrovò davanti a una porta socchiusa. Non l’aveva mai vista, o non ci aveva mai fatto caso.
L’aprì.
L’aria stantia lo avvolse. Polvere e ragnatele.
Nella stanza vuota, un vecchio baule. Lo spalancò con la bramosia di chi è convinto di aver trovato un tesoro sepolto. Il cigolio dei cardini usurati dalla ruggine suonò come un lamento. Cominciò a frugare attratto da un richiamo violento. Al suo interno un diario di cuoio e un fastello di foto coi volti sbiaditi.
Uno di quei volti, in un bianco e nero sfumato.
Una donna.
La somiglianza era impressionante.
Anna.
Un sussulto. Cominciò a sfogliarlo. Poche pagine rimaste leggibili.
L’odore pungente della carta. Sapeva di muffa. La scrittura era elegante, appartenuta chissà a chi, tracciata col pennino ad inchiostro su pagine oramai ingiallite. In una si parlava di un naufragio, avvenuto anni addietro, una donna il cui corpo non era mai stato ritrovato. E poi, una frase che gli gelò il sangue: «…portava sempre con sé un ciondolo a forma di sirena, regalo di un uomo che la attendeva al faro».
Un brivido.
Continuò a rovistare e sotto il diario trovò un articolo di giornale, piegato e ripiegato più volte. Un fazzoletto. «Scomparsa nelle acque del Mediterraneo la famosa artista Anita Bergher, corpo mai ritrovato».
La data. 11 Marzo 1948.
Ebbe l’impressione che le risposte cercate si allontanassero definitivamente, lasciando spazio a congetture, a parallelismi fondati solo sull’assurdo. Era illogico, irrazionale, eppure la descrizione combaciava perfettamente.
Anita. Anna. Un nome, un suono simile, due epoche diverse. Anita. Anna.
E lui… che c’entrava lui? Chi era in tutto questo?
Uscì dal faro.
Il sole era al calare. Luce scarlatta e riflessi aranciati.
Passeggiava sulla spiaggia. La sabbia gli entrava nelle scarpe dandogli un leggero fastidio.
Nessuna risposta. Nessun appiglio cui aggrapparsi. Il vuoto. Solo una specie di mistero che lo spingeva fuori dal piattume in cui era rimasto imprigionato. Non riusciva a capire da dove fosse spuntato quel ciondolo che rimaneva, tuttavia, l’unico punto fermo in un mare di confusione. Uno scompiglio. Un enorme casino.
Tornò a La Sirena verso sera.
Peppe lo accolse con un cenno del capo. Una smorfia d’intesa per salutarlo. Senza parlare.
La stanchezza lo aveva portato al solito tavolo sbilenco. Un richiamo profondo, come un bisogno primario.
Esitò un attimo prima di sedersi. Lo sguardo rivolto al mare. Stringeva quel piccolo ciondolo nella mano come un amuleto prezioso.
Una sensazione indefinibile, strana, eppure positiva.
Era diverso. Qualcosa era cambiato. E non per Anna. Almeno, non solo.
Non smetteva di guardarsi attorno. Rovistava a casaccio tra tavoli e pensieri, tra visi sconosciuti e dubbi persistenti.
Il ciondolo tra le dita. Lo girava e lo rigirava come stesse aspettando che parlasse, rivelandogli finalmente il segreto di quella storia assurda e contorta. Che finalmente rispondesse alle sue tante domande.
Voleva capire. Semplicemente. Null’altro.
Cercava di decifrarne anche il più piccolo particolare. I segni del tempo, la patina biancastra che ricopriva la superficie. Tutto inutile. Non riusciva a venirne a capo.
Rimase lì, senza sapere se fosse tardi o presto, giorno o notte. Non aveva molta importanza.
Sorseggiava il suo rosso. L’Etna. La mente persa. Altrove.
Avvertì di fianco una presenza. Si girò di scatto.
Lo guardava. Una donna. Alta.
Una figura slanciata. I capelli, scuri, legati in una treccia morbida.
Gli occhi.
Cazzarola!!!
Gli stessi occhi di quella notte. Ardenti. Due vampate di buio.
Non era Anna.
Lei sorrise. Un misto d’imbarazzo.
«Scusa…posso sedermi? Non ci sono altri tavoli liberi, vorrei mangiare qualcosa», disse.
Paolo rimase sospeso. A mezzaria. Più incasinato di prima. Fermo in quel momento.
Non rispose subito.
Trattenne il fiato per nascondere un sospiro.
Quel sorriso.
Quello sguardo.
Sembrava riemerso dal nulla a ricordargli quale fosse il suo destino. Un marchio impresso a fuoco. Nell’anima.
«Prego…siediti pure», rispose poi, quasi sottovoce, ancora frastornato.
Le sue fantasie. Di nuovo come cavalli scossi a briglie sciolte.
Ancora.
Le somigliava.
Tanto.
Troppo.
«Perdonami, ti sembrerò sfrontata…hai un’aria familiare. Ci siamo già incontrati?»
Lui sorrise.
«Forse».
