Il giardiniere e la morte di Georgi Gospodinov

Il giardiniere e la morte di Georgi Gospodinov

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “Il giardiniere e la morte” di Georgi Gospodinov, Voland, 2025

Mi trovo d’accordo con Giuseppe Dell’Agata, traduttore di questo testo, che definisce “Il giardiniere e la morte” un libro che parla della “nostalgia della vita che passa”, proprio perché in questo romanzo la “morte” viene sempre trattata con rispetto, come evento naturale, senza demonizzazioni, senza tentativi di assegnarle compiti o responsabilità che non ha.

Gospodinov ci mette sotto gli occhi la malattia di suo padre, ci fa entrare nel loro rapporto, ci porta per mano in un itinerario di sofferenza e dolore in cui l’elaborazione del lutto comincia fin dal primo rigo. Nonostante ciò l’autore non cade nel patetico, nel tragico che a volte può diventare comico, resta sempre in quel campo sensibile in cui “accettazione” e “legittime domande sul senso dell’esistenza” si confrontano.

“Il giardiniere e la morte” è però anche un romanzo che mostra come si può affrontare il trapasso, come prepararsi a tale evento pur sapendo che non esiste un metodo. Il padre malato di Gospodinov è immerso nella storia della sua nazione, tra gli echi dell’ex Madre Russia, nella Bulgaria in cui le parole dolci verso i figli erano tabù.

In questi passaggi, in cui l’autore delinea un’esistenza, veniamo a contatto con l’essenza di questo romanzo: lo scorrere del tempo e la sua famelicità. E in questo “incedere inarrestabile”, uguale per tutti, si nasconde il lato crudele di questo “libro”. Anzi, in questo modo viene espressa proprio la naturalezza della fine, il cinico addio alle cose del mondo.

Lo scrittore non si affanna a rievocare il padre. Non è per lui importante narrare ciò che è destinato a “non essere più”. Il suo intento è solo quello di mostrare un passaggio, un uomo in divenire, una consapevolezza che cresce giorno dopo giorno e che pian piano si incanala in ciò che “così deve andare”. Sicuramente, nessuno accetta la morte di un suo caro, tantomeno pensa alla propria. Eppure, l’autore bulgaro costruisce con semplicità una sorta di memoir che non è un resoconto, ma la storia di ciascuno.

Anche il tumore che divora giorno dopo giorno il padre dell’autore non ruba mai la scena e non è di certo il protagonista, ma è quasi un “accidente”, una sorta di traghettatore che accelera l’evento ultimo. Mentre leggevo “Il giardiniere e la morte” mi è venuta spesso in mente la famosa frase di Foucault: “Noi non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire” che, sono sicuro, anche Gospodinov conoscerà, perché è proprio lungo questa direttrice che quest’opera si muove.

Infatti, al di là del dolore per la perdita di un proprio caro, “l’essere per la morte” di cui parla Heidegger non è una cinica, o peggio ancora nichilista, visione della vita, ma è l’unica certezza che dovrebbe porre l’uomo di fronte a sé per vivere a pieno e con “consapevolezza”. Ed è anche la “consapevolezza” un altro elemento che spicca in questo romanzo, perché tanto il figlio quanto il padre sanno come finirà, quindi non possono che comprendere ciò che è ineluttabile.

Insomma, siamo di fronte a un libro che può essere un taccuino, un diario, un romanzo, semplicemente un insieme di pagine e di pensieri, di tutto ciò che arricchisce di presenza una vita che non c’è più.

Post correlati