Andrea Bajani e il suo Anniversario

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “L’anniversario” di Andrea Bajani, Feltrinelli, 2024
Andrea Bajani, L’anniversario, che è più che altro un anti-anniversario. Siamo davanti a un romanzo auto-finzionale, tratto comune di questa dozzina, scritto all’insegna della trasparenza, siamo chiamati ad assistere con circospezione al racconto, come se stessimo guardando a un processo di rigenerazione, di guarigione, séguito di una ferita apparentemente ineliminabile.
La madre del narratore è al centro di questo resoconto di un distacco necessario, di un figlio cresciuto dentro un nucleo disfunzionale, una donna che ha vissuto in modo totalmente passivo nei confronti del marito, padre del narratore. Il libro inizia subito con lei, anzi, con loro:
L’ultima volta che ho visto mia madre, mi ha accompagnato alla porta di casa per salutarmi. Dopo di che ha aspettato di vedermi sparire nell’imbuto delle scale prima di chiuderla. Mia madre non è mai stata da gesti da commiato, principalmente perché era sopraffatta da una forma di timidezza molto prossima alla negazione di sé. Il che, nel concreto, le rendeva impossibile ogni retorica: in nessun modo avrebbe potuto trasformare in una messa in scena, sia pure temporanea, ciò che lei stessa considerava tanto marginale. Per questa stessa ragione, credo, non si riconosceva il diritto di certificare l’inizio o la fine di nulla. (p.3)
Chi era dunque, questa donna? In qualche modo si presuppone l’idea di una restituzione, prima ancora che di un attacco o di un’invettiva. I due genitori sono l’arteria principale del corpo del figlio, ma qui sono due arterie parallele che nel romanzo seguono direttrici uguali ma diverse, l’una, quella del padre, grande, ingombrante e piena di buche, l’altra, la madre, stretta, chiusa al traffico e impossibile da sistemare. Una vita, la sua, vissuta in condizione di totale ignavia, di inevitabile ignavia. Totale perché succube del marito ma inevitabile perché l’autore colloca ogni caso dentro un preciso schema di riferimento storico e culturale che ne restituisce una dimensione oggettivabile e romanzesca, realistica e immodificabile.
La mancanza di possibilità di scelte che quelle donne hanno vissuto, dunque, nelle famiglie italiane di 40 o 60 anni fa (in vent’anni ci sono stati miglioramenti sul piano dei diritti, ma casi come questo non sono certo stati pochi) si riflette nella scrittura di Bajani, attentissimo in fase di pulizia, di sottrazione, perché la trasparenza sia veramente tale, priva di ogni alone che non sia semplice appendice della Storia. Si intravede allora, fra i non detti della madre, e i sempre crescenti e pesanti detti (e fatti) del padre, un tentativo di restituire quanto meno una legittimità. Non a lui, ingiustificabile perché incapace di comprendere, di perdonare, di non cedere alla violenza, ma a lei, vittima sacrificabile, certo priva di slanci di ribellione e di ogni indole di preservare il nucleo familiare se non a costo di una totale sottomissione.
Tutto accade e si esplica sin dal primo capitolo, in seguito al quale l’autore racconta del proprio distacco come di un periodo felice, intervallandolo con le memorie della sua famiglia, con quelle disponibili: anche qui, quasi assenti le memorie tangibili della madre, che si rivelano solo pezzo dopo pezzo secondo quel che nella memoria del figlio è presente: un’immagine, un ricordo, un riferimento. Si compone un quadro generale più con quel che non c’è, ed è questo, mi pare, un tratto importante di questo romanzo, una sinfonia lentissima che solo con estrema pazienza permette a questa donna di avere, finalmente, un suo ritratto, che emerge per contrasto, per assenze.
Se non ho mai scritto di mia madre, né ho mai avuto un pensiero su di lei, è perché per farlo va scorporata da mio padre. Il che comporta un’operazione delicata, richiede un’attitudine chirurgica specifica, una freddezza della mano. Richiede lentezza e precisione, un bisturi grammaticale. Cioè puntare le parole nelle porzioni non ancora compromesse. Individuarle, isolarle dal resto, e poi inciderle, fare male con nettezza. Scorporare mia madre da mio padre significa, letteralmente, sottrarla all’invasione con cui la figura di mio padre si è imposta sistematicamente al nostro immaginario, bruciandoci la retina con la fiamma ossidrica dell’affermazione vittimaria di sé, e compromettendo senza rimedio la visione. Lasciando cioè al buio tutto ciò che lui non era. (p.11)
Ecco dunque: un patriarcato forte, invadente, onnicomprensivo e autofago, e una pietà, la volontà di dividere, nella memoria, almeno nella memoria, le responsabilità dei due. Il metodo è allora, unico possibile, quello di guardare nella memoria, e setacciare tra le situazioni, i ricordi, le differenze, le sfumature della storia in modo che essa possa suggerire altre luci, altre strade. Questa volontà è perseguita con metodo nella consapevolezza dell’assenza di verità certe, l’autore procede inanellando domande, verbi che non sembrano mai esprimere assolutezza (“non escludo”, “immagino”, “mi chiedo”, “mi viene facile pensare”), per poi concludersi, alla fine dei brevi capitoli, in immagini familiare che appaiono staccate dal tempo perché in qualche modo emblematiche, eterne, come se l’autore si accontentasse (ma questo non è per forza un difetto) di usare la storia sociale come spiegazione definitiva di una situazione che negli anni gli ha generato più domande che certezze.
Mi chiedo come fu possibile riprendere in maniera naturale un filo che si era rotto tanto malamente. Ma tant’è, successe. (p.53)
Con il trascorrere delle pagine la narrazione mette in luce il meccanismo familiare, il vittimismo eccessivo del padre, la sua assoluzione da parte di lei in quello che è un chiaro meccanismo ricattatorio, che ricade sui figli, a loro volta incapaci di intervenire, allucinati dalle ricorrenti e subdole scene di violenza, resi innocui. In questa analisi lo sguardo di Bajani si fa persino spietato. Non risparmia nulla, a nessuno della sua famiglia, neppure a sé stesso, anzi, è funzionale a guardare oltre, a trovare, almeno una possibile, una verità, a mostrare almeno un po’ di affetto, se non verso l’istituzione familiare da cui proviene, almeno verso la sua parte più realmente vittima, la madre.
Quando però poi, nel corso del tempo, si rese conto che mia madre in realtà ne era immune, che non era spaventata, fu la sua fine, perché fu condannato per sempre al non amore. Continuare a esplodere, anche se regolarmente, allargò soltanto il cratere che lui stesso aveva aperto. Quanto a mia madre, il non avere paura di lui e garantiva una zona franca di infelicità imperturbabile. Per questo, come ho già detto, mia madre era più forte di mio padre, e in fondo vinse la partita su di lui. E perse quella con la vita. (p.65)
Gli ultimi capitoli dell’Anniversario ci riportano gradualmente a quell’ultimo incontro, e tutto avviene in modo persino sintetico. Siamo in una fase nuova della vita dell’autore, ci sono una terapia con una psicologa, la sua compagna (che diventerà sua moglie), il progressivo e sempre più definitivo distacco. Qui tutto avviene (ancora) in sordina, per sottrazione. Il dolore appare spesso nella sua forma più evidente, ma la narrazione mostra infine che quella ferita, in una parola, quella malattia psichica, è stata la stessa famiglia: una famiglia in particolare ma anche una delle forme più frequenti con cui la famiglia si è manifestata nell’Italia repubblicana.
