Dieci Minuti: superare la sofferenza dell’anima

Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film “Dieci Minuti”
“Ti piace Tolstoj?”
“Molto”
“Lo sai che cos’era per lui la forza più grande dell’essere umano, la più stritolatrice, la più perentoria?
“No”
“La debolezza!”
Quando Niccolò lascia la moglie Bianca, dopo 18 anni di matrimonio, lei cade dalle nuvole: non si era accorta di nulla, né dell’infelicità del suo compagno di vita, né della sua relazione con un’altra donna. Da quel momento Bianca precipita in uno stato depressivo dal quale cerca di tirarla fuori una psicologa burbera, intenta a riportare la sua paziente ad un metro di realtà. Perché Bianca ha attraversato la vita, non solo il suo matrimonio, con eccessiva cautela verso se stessa, con la paura di confrontarsi con le cose che non si ritiene capace di tentare. Così la psicologa le propone un esercizio.
La terapia è molto semplice: dieci minuti al giorno in cui mettersi in gioco e uscire dalla propria comfort zone, facendo qualcosa di nuovo, pericoloso o stimolante. Dieci minuti al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi. Per smettere di avere paura. E tornare a vivere. Eccola dunque presentarsi al funerale di uno sconosciuto, taccheggiare e persino concedersi un po’ di sesso occasionale. In questo percorso di esplorazione personale Bianca sarà affiancata da Jasmine, la sorella minore schietta e sfacciata dall’approccio alla vita opposto al suo.
Nella vita frenetica di tutti i giorni prendersi dieci minuti per fare qualcosa di nuovo è impossibile, quasi impensabile. È ormai inusuale potersi fermare per dedicarsi del tempo, una pratica di cui ci siamo dimenticati tra routine stancanti, veloci e sempre uguali. Uscire dalle abitudini significa abbandonare zone di comfort che noi stessi ci siamo creati, che ci fanno illudere di stare bene e che, in realtà, ci fanno svanire ogni giorno un pezzettino di più, finendo per perderci, a volte definitivamente.
In uno dei momenti più critici del suo disagio esistenziale Bianca si sente rivolgere una frase che le suona come una rivelazione. All’apparenza banale e un po’ scontata, la presa di coscienza che la solitudine non appartenga solo a lei, ma che sia qualcosa che accomuna l’intero genere umano. Una protagonista fragile, che prova la soluzione più estrema, un tentato suicidio, quando il peso di ciò che ha intorno la sta per schiacciare. È il senso di oppressione che Dieci minuti combatte. Che nelle parole brusche della psicoterapeuta sbatte senza mezzi termini in faccia alla sua paziente, spingendola a uscire dalla teca di vetro in cui si è auto-isolata, per liberarsi dalle manette di un’esistenza piatta.
Quella di Bianca è una storia piccola e qualunque, una storia certamente importante, fondamentale per lei, ma simile a milioni di altre storie essendone il dolore il tema centrale, forse il tema più universale di tutti. Ma il modo di raccontarlo che ritroviamo in Dieci Minuti, senza indulgere né sulla disperazione feroce della protagonista, che si racconta benissimo da sola tramite i suoi gesti, i suoi silenzi, i suoi movimenti rallentati, né in un’esagerata empatia pietistica è quello che, da spettatori esterni, ci aiuta ad entrare meglio in contatto con i suoi tormenti tutti individuali eppure comuni.
Nel caso di Bianca, in particolare, si tratta di recuperare lo sguardo e l’udito. Perché il problema fondamentale di Bianca, alla base anche della fine della sua storia d’amore con Nicolò, è che non si accorge di niente. Non vede. Non ascolta. O meglio, sente, ma non ascolta. Vede, ma non registra, non prende atto, chiusa com’è fra le quattro pareti buie della sua mente, una stanza senza porte da cui non riesce a uscire.
Bianca è una giornalista, scrive articoli, ma non ha mai avuto il coraggio di mettere per iscritto una propria storia. Non solo: oltre alla separazione, Bianca viene licenziata. Un periodo durissimo, che dà il preludio al film, ma le permette anche di ritrovare il senso del proprio lavoro, e della propria passione. Una delle critiche che riceve continuamente dall’ (ex) marito, e non solo da lui, è che non si rende conto di nulla.
Bianca vive nella sua testa, nei suoi mondi immaginari, nei romanzi che ha letto, nella vita che sogna di avere ma non ha il coraggio di vivere. Il cambio interiore, segnato da tanti avvenimenti, la porterà anche, forse a trovare l’ispirazione e il senso antico della propria passione, e a riscrivere col cuore, non parole vuote.
Ed è da questa apertura che, finalmente, entra la luce che le indica la direzione da percorrere per salvarsi dalla sua buia palude.
Un passo alla volta, una piccola sfida alla volta, ricostruiranno in Bianca la fiducia in se stessa, rendendola cosciente che, se la verità fa paura, passarci in mezzo è l’unico modo per liberarsi dei fantasmi alimentati, spesso, dalla propria prigione mentale.
Un’opera che nella sua semplicità scava con intelligenza nella sofferenza di un’anima alle prese con la quota inevitabile di sofferenza di cui è fatta ogni vita, e con la sua ricerca della strada giusta per non lasciarsi annientare.
