Valerio Aiolli: Portofino Blues e l’allegoria di una cronaca

Valerio Aiolli: Portofino Blues e l’allegoria di una cronaca

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “Portofino Blues” di Valerio Aiolli, Voland, 2024

Immaginare la storia della fine della contessa Vacca Agusta dentro un romanzo è possibile farlo in molti modi. Valerio Aiolli ha scelto una strada che conduce quell’episodio su un piano socialmente allegorico. Come in un giallo o in un documentario di Lucarelli, Aiolli racconta come fosse un inviato speciale del passato, lascia che la sua voce si senta, che prenda per mano questo racconto e lo restituisca ai suoi spettatori/lettori/ascoltatori. Del resto un romanzo si legge ma si ascolta e si vede, e questo non fa eccezione, anche perché ogni volta che sembra scendere sul piano del giallo, del mistery, si ferma sul ciglio, guarda giù dal burrone e lascia che le onde raccontino la loro storia di cronaca.

Valerio Aiolli ripercorre le tappe dei giorni di gennaio 2001, dalla scoperta del corpo della contessa alle indagini, senza seguire un ordine cronologico, anzi lasciando flashback e ricostruzioni nella narrazione attraverso i vari punti di vista. L’autore scava nel passato, fino alle origini di Villa Altachiara, ben oltre i momenti bui dei fatti di cronaca, ben oltre i giorni e i momenti precedenti la sua morte. Questa indagine letteraria, questa ricostruzione che cerca di legare un fatto qualunque a un momento storico preciso che riguarda non solo Portofino, e come un blues si propaga ad abbracciare un intero mondo, si spinge in diverse direzioni.

Uno dei suoi centri è senza ombra di dubbio la persona dentro il corpo sociale di Francesca Vacca Agusta, su cui l’autore si interroga guardando nel suo passato e lasciando parlare quel fatto di cronaca, sapientemente parcellizzato tra tutte le voci di chi le era stato vicino. Portofino, con la sua storia di nobiltà, di imperialismo, di capitalismo, di lussi e feste, depressioni e droghe, ne è lo sfondo costante, ne accompagna ininterrottamente il suo ricordo, nel tentativo di capire.

Ma questo avviene con l’obiettivo di guardare in modo diverso da quell’onda mediatica che fu il caso della morte della contessa, forse la prima volta, di molte, che un caso di cronaca venne portato, per mezzo della televisione, dentro le case degli italiani affamati di questo tipo di narrazioni. In modo diverso perché il fine di Valerio Aiolli non è quello di un detective, o meglio è quello di un detective dell’anima, perché a seguire queste narrazioni si finisce per parteggiare, per avere ipotesi certe che si fanno opinioni, per giocare con la tv, dimenticando il centro di tutto questo, ovvero che dentro quel corpo depresso e invidiato c’era davvero una persona.

È proprio questa la forza, il pregio maggiore di Portofino Blues, la scelta di raccontare in questo modo conduce a mostrare come eravamo in modo molto netto e preciso. Perché questo si possa offrire ai lettori bisogna che ci sia qualcuno che ne parli, della contessa. Aiolli lascia che a farlo sia prima di tutto Susanna, la grande amica di quei mesi, ma è un gioco di matrioske. La memoria della contessa si compone, pezzo dopo pezzo, ora di quelle voci, ora dello sguardo esterno che assomiglia a quello televisivo che ne ricompone la storia.

I giornalisti inseguono e incalzano chiunque dia l’idea di essere coinvolto nelle ricerche in corso (…) Programmi televisivi pomeridiani e serali dedicano servizi e approfondimenti alla sparizione della contessa. Si muovono i grossi calibri: Emilio Fede, Maurizio Costanzo, Bruno Vespa, tutte persone che probabilmente l’avevano conosciuta a qualche festa. (p.51)

E poi Tirso e Maurizio, Corrado e Rocky, gli uomini al centro di questa storia. Ma è una memoria, quella che si offre ai lettori, che in modo centrifugo esce da Portofino e viene ad abbracciare tutta la nazione. C’è un parallelo continuo fra il movimento dell’interesse mediatico e quello di Portofino Blues, che fa diventare il mistero della morte della contessa, sospeso fra ipotesi di suicidio e sospetti di omicidio, un’emblema di una nazione durante un momento storico ben preciso, quello che ha sovrapposto, d’altro canto, la cronaca mediatica con la cronaca stessa, mentre la politica di quegli anni, così vicina al mondo della contessa, è qualcosa di più di essere semplice cornice. In questa ricostruzione accurata la voce del narratore è molto presente:

Come sempre quando parla pacatamente, Di Pietro dà l’impressione di un motore tenuto a bassi giri, che da un momento all’altro potrebbe scatenare tutta la sua potenza. (…) “Io non ho conosciuto di persona la contessa Vacca.” dice (proprio così: Vacca e basta) “ho però indagato sulla sua persona. (p.82)

Perché Valerio Aiolli fa in modo che la propria voce entri così evidentemente tra le pieghe del racconto? Ha bisogno di guidarci? Teme che quel tipo di racconto possa obnubilarci, come succede con le narrazioni televisive di questi episodi? Vuole dirci qualcosa? Evidentemente vuole mostrarci dove guardare, vuole portarci a usare il suo romanzo come strumento che definisce un’epoca.

Credo che il limite principale di questo romanzo stia qui, perché Aiolli alterna parti di narrazioni accurate storicamente, che dimostrano il lavoro di sbobinatura della storia che c’è dietro, a parti in cui nel racconto entra una dimensione immaginaria che cerca di mostrare i comportamenti dei personaggi e le relative motivazioni, che in questa storia sono anche implicazioni. Ecco, era veramente necessario?

Appare superflua quest’atmosfera ovattata che si crea in queste parti, la voce narrante sembra indecisa se entrare nella villa o continuare a guardare dalla finestra, forse per pudore, non perché non si potesse dividere in questo modo questo racconto, ma perché non viene fatto in modo netto. La sua voce resta così molto presente senza esserlo mai del tutto. Fra i libri presentati in dozzina, questo assomiglia molto a La ribelle, Van Straten viene addirittura citato da Valerio Aiolli nello stesso romanzo.

I due procedono in una ricostruzione analoga, ma compiono poi scelte diverse quando si tratta di dare una forma romanzesca al materiale. A ben guardare ci sono altri romanzi che si muovono lungo questa direttrice, che in linea generale lasciano che la soggettività dell’autore emerga in tutta l’evidenza possibile. Aiolli sembra quasi voglia sparire, ma non può farlo, perché quella storia è anche la sua storia, anche solo perché è così mediaticamente universale e così vicina a noi. E che questo produca dissonanza, sfumature, ambiguità, non sembra curarsi, come se potesse proteggersi dietro l’ambiguità intrinseca della storia che racconta. O forse, e questa è un’altra ipotesi riconoscibile, tutto si gioca, in questa parte di rielaborazione romanzesca, sulla volontà di mantenere tutto su un piano malinconico, blues.

L’Italia ti frega. C’è troppa bellezza. Se nasci nel posto sbagliato non ne esci più, quella bellezza ti tiene ancorato peggio di un magnete. Portofino è un posto così, piccolissimo e bellissimo, ti può soffocare, ti soffoca.(p.91)

Ma allora perché non concedere ai personaggi l’ipotesi di un destino differente, meno infelice, anche solo intravisto e lasciare invece al blues tutta l’inevitabilità del caso, come se questo fosse, senza appello, l’unico modo di manifestazione delle cose della società italiana?

 

 

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