Pavese e Montanelli: Penne e pensieri verso sud
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Da Pavese a Montanelli tra romanzi e reportage: il meridione si racconta con lirismo, umanità e fisicità. L’articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto di Cesare Pavese
«Stefano sapeva che quel paese non aveva niente di strano, e che la gente ci viveva, a giorno a giorno, e la terra buttava e il mare era il mare». Inizia così “Il Carcere”, capolavoro del Pavese esule, una delle opere più belle del suo repertorio: un polisindeto che ti porta a sud, come un treno lento, con l’andatura del parlato locale. Un racconto fisicamente romanzato di Brancaleone, di solitudine narrativa, erotica, sensualissima, che il lettore avverte come un brivido, un tuffo dentro, una mano in vita. Tutto essenziale, una camminata nel nulla, nel tedio che perde confini, lì dove notte e giorno, luce e buio, si portano dietro il vuoto del tempo, che scorre, ma non te lo fa vedere. In molti borghi del sud Italia le ore sono una sensazione, non appartengono esclusivamente agli uomini. E a chi? A un mondo rimasto in sospeso, che non c’è più per gli umani, ma continua a vivere di per sé, irrugginito e ombroso. Stefano, il protagonista, non vive solo da esule, ma anche da cronista e pellegrino.
La noia può diventare endemica
Vi è mai capitato di camminare in villaggi spopolati del meridione per chilometri? Tra tapparelle rotte, rose che crescono e appassiscono, senza nulla volere dall’uomo, vecchi binari e treni, che in mezzo al niente, passano rapidi e furtivi. Riportando il camminatore alla vita, al passo della storia. Sono sensazioni strane, persino per chi ci è abituato, figuriamoci per un confinato. E sapete perché? La noia può diventare endemica e perdere il significato primigenio. Si entra e si esce da dimensioni diverse, il silenzio sveste e consente di scoprire, rende tutto più evidente e per certi versi struggente.
«Da noi le occhiate non bruciano – disse Stefano, tranquillo. – Voialtri avete il lavoro, noi abbiamo l’amore. Stefano non provò la curiosità di andare alla fiumara per spiare le bagnanti. Accettò quella tacita legge di separazione come accettava il resto. Viveva in mezzo a pareti d’aria. Ma che quei giovani facessero all’amore, non era convinto. Forse nelle case, dietro le imposte sempre chiuse, qualcuno di quei letti conosceva un po’ d’ amore, qualche sposa viveva il suo tempo». Stefano è pacato e riflessivo, si divide tra spiaggia, osteria, letto: «A quell’ora era sempre solo, e solo passava la maggior parte del pomeriggio. (…) Certe volte si recava alla spiaggia, ma quel bagno nudo e solitario nel mare verde dell’alta marea gl’incuteva sgomento e lo faceva rivestirsi in fretta nell’aria già fresca. Usciva allora dal paese che gli pareva piccolo. Le catapecchie, le rocce del poggio, le siepi carnose, ridiventano una tana di gente sordida, di occhiate guardinghe, di sorrisi ostili. Si allontanava dal paese per lo stradale che usciva, in mezzo a qualche ulivo, sui campi che orlavano il mare. Si allontanava, intento, sperando che il tempo passasse, che qualcosa accadesse».
Quest’ultima frase è emblematica, eloquente: accade tutto e niente a Brancaleone, non c’è guizzo né percezione tangibile di divenire. Eppure, in questo tempo Stefano ama, nel corpo, nell’istinto, nell’appetito, una donna materna, protettiva, carnale: «Stefano avrebbe voluto che venisse al mattino e gli entrasse nel letto come una moglie, ma se ne andasse come un sogno che non chiede parola né compromessi». Tuttavia, il protagonista quando lascia questo luogo, che appare fuori dalla grazia di Dio, prova una nostalgia velata, persino complicata da riportare: malinconia dell’esilio? Di un angolo remoto di Calabria? No, di una intimità che forse mai più ritroverà. «Nei due giorni che Stefano attese il foglio di via, il crollo delle sue abitudini fondate sul vuoto monotono nel tempo, lo lasciò come trasognato e scontento». In “Racconti d’esilio” con meno intensità narrativa, Pavese scrive, a proposito del soggiorno in Calabria: «Laggiù c’era il mare. Un mare remoto e slavato, che ancora oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia. (…) Ricordo un mattino di Luglio, tanto intenso che il mare non si staccava più dal cielo».
Il forestiero al sud
Da una sponda profondamente diversa, per contenuti, stile e forma, troviamo Montanelli da Maratea, in veste di giornalista della terza pagina del principale quotidiano italiano. Offre sul meridione una chiave di lettura poco romanzata, ma estremamente interessante, lucida, personale. Ecco uno stralcio di analisi, risalente al settembre 1957, pubblicata su Il Corriere della Sera: «Queste terre del sole amano l’ombra. I portoni delle case, ospitalmente si aprono al forestiero, ma i contatti con gl’inquilini obbediscono a complicate liturgie, che le rendono formali ed escludono confidenza. La povertà viene nascosta per scrupolo di decoro». È un aspetto comportamentale sul quale si dovrebbe riflettere lungamente, che ha notato, benché con piglio narrativo, anche Pavese.

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