Undici Silenzi

“Undici silenzi” è il titolo che abbiamo dato a queste poesie sul silenzio di Mimì Burzo. La foto in copertina è di Martino Ciano ed è stata modificata con l’intelligenza artificiale
Silenzio Uno
L’aria taglia fredda una volta di cristallo
la prima luce sul calore dei corpi, si consuma fra la storia ed i cervelli per ogni spasmo o piccolo sospiro, emesso per incapacità di trattenersi.
Forse l’ora sarebbe quella, la giusta ora per riconoscersi dimenticarsi affidarsi senza criterio nel nome del niente di due esili esigenze che nell’essere accadono e nulla più.
Inutile chiedersi il perché si sia giunti fin qui. Noi nostro stesso esito.
Inverosimile sarebbe sbrogliare la trama per arrivare ad un dunque ancora una volta implausibile.
La ragione non contiene il vortice che ci sottrae ad una identità di sorta e la spinta verso universi improbabili alieni troppo lontani si risolverebbe nell’inganno per cui, essendo tali non vale la pena raggiungersi.
La vita è lunga e tortuosa, la vita è breve
oltre la vanità della fragilità e di un noi radioso
nel corpo aperto sull’intenzione di farti e crearti ad ogni contrazione, ad ogni sussulto, ad ogni sfarzo del silenzio che si affanna fra i tuoi denti e la parola amara.
Dammi la strada, la volta, il taglio ti faccio passare in un lago di fiori salati
di luminosità trafugata
attraverso la gioia
di un occhio chiuso su un altro occhio
Silenzio Due
Il coraggio. La nudità. La riconsegna:- degli abiti alla terra. L’irrompere. Profumi e sapori. Invalido è il quotidiano.
Quadri stabili di evanescenza. Sugli isolamenti. Sul rancore. L’amore.
Autovalore dell’autocoscienza
disarmo della ragionevolezza
annullamento del confine e del concetto, amore.
Un uomo partorito da un fiore
Andromaca
(Poi) Ad un certo momento
le labbra si asciugano
il respiro si accorcia
il pensiero si arrotola
un filo spinato intorno all’ugola
senza
priva di presenza
con l’attesa che vorrebbe sgravidare
spalanco gli occhi sulla vertigine di una poesia
e la retina si affaccia oltre quel davanzale senza finestra
che ricorre e rincorre l’anima e l’ombra e l’ombra e l’anima e l’assenza compagna di irragionevole bellezza e il cuore annega
… lì …
fra la parola e una pausa
morire nella stringa di una poesia.
Forse ti amo
forse non ti amo
forse la distanza che separa me dal resto
te da me
dai fianchi che si ritraggono
e la carne che si offre
nonostante tutto
nonostante il resto della distanza
Felice di aprirsi e darsi
in un moto misericordioso
fra i corpi e il pavimento
il pavimento e la sedia
la sedia e il tuo braccio
il braccio e la tua bocca
e la luce gialla della lampada non basta a calmare l’ombra che da dietro la sedia si dilunga
sconfinata
… lì …
dove le lacrime
puntellano la notte di schiaffi
Forse la distanza della sedia dalla notte
forse la sedia da tutto il resto del paradosso
dalla porta
dalle storie indifese
dalle scale a testa in giù
E la carne
E la schiena
E il respiro
Sollevare. Il capo dalla terra
Sulla forma. Umidità e muschio.
Sgretola
E tu
…. Lì …
ed io con te
al margine del letto
al margine della sedia
al margine della luce
al centro della stanza
al centro della storia
al centro delle bocche
in cui il silenzio si fa sostanza
(Poi)
… lì …
annego
nella distanza fra me e tutto il resto
fra la pausa ed il verso
Silenzio Tre
La malinconia rompe gli argini
Viscosità e sete
Un lago incontenibile
un’ombra una sorella una vestaglia.
Ho ancora sete, porgimi un mestolo
ti renderò un regno e un dito leggero sulla disfatta
Quasi a proteggermi
Quasi ad aprirmi
non toccarmi
L’osso
La pietra
nessuna capienza nella durezza
c’è un breviario un respiro una regola sotto una non regola
Posso rompermi, potrei,
ma ho bisogno di un’ipotesi di pace
Silenzio Quattro
Due ginocchia cadute nella sabbia
due braccia sulle crepe
il viso dentro aperto nell’altra faccia dell’umanità
Ti intenerisco e dubiti l’odio: – la tenerezza al pari dell’odio non lascia scampo
Bianco
Dovrai lanciarmi in cielo come uno sputo di coriandoli
e fare di un’anuria una cometa.
Forse lo stai già facendo ed io ho solo paura
della solitudine delle stelle
Poi forse non ti scriverò mai più.
O forse – sarà – l’inizio di una nuova scrittura, in quell’altra fuori da me
sul pavimento di una città che piange.
Silenzio Sei
Nell’aria (è) il terrore di perderti.
Dirimpetto al conflitto, si rivela la debolezza, la fragilità dell’occhio e del moto circostanziato di una farfalla, mi sento in pena, incapace di custodirti, presa dal sentimento antico di non essere abbastanza o solo, sufficiente.
Mi illudo di toccarti insieme a questa frenesia che rimbalza fra il cranio e l’intenzione, mentre mi sorreggo sulla contraddizione libera spaccata in due fra la possibilità e l’impossibilità sull’evenienza della consacrazione e della morte e le tue parole dondolano e rotolano rotolano e ruzzolano ancora dure troppo grezze sul cammino di pensieri ferrei appesi ad un silenzio algebrico e lacrimoso.
Per te che sei la pietra per me che sono di vetro vorrei riempirmi di mondo e di intelligenze fino a scoppiare per ridurmi frammento esiguo goccia granello nucleo
per sbrigliare la mia finitezza in pura evanescenza in altre infinite possibili incongruenze e rughe e righe e segni cui ricucirci altrettante infinite volte.
Per fermarmi. Poi. Dopo la danza. E ritrovare in quella sindone il terrore di vederti sparire
ombra nell’ombra
aria contro la terra.
Silenzio Sette
Per quella questione che è l’amore
ora dimenticami mentre parli al tavolo con i camerieri che ci leccherebbero se solo il padrone lo chiedesse e con i quattro piedi ben piantati per terra
seduto di fronte alle didascalie di un Ponte Vecchio
parli ed io che non so parlare incorporo per entrambi relegandomi alla stato di vapore dove l’amore è postumo e può dirsi solo dopo
Continui a riempire i bicchieri e mi svuoti del silenzio
– Fai qualcosa con la tua poesia
potrei solo decompormi
la forbice ed il brandello in una sola cosa
per quella lucidità che fa intravedere la pazzia l’immobilità della mano per non tendere una corda e una piccola pietra in cambio dell’impossibilità di risponderti
Seduta ad un tavolo affidata alla mia voce
il tramonto sul Ponte Vecchio sarebbe solo un oggetto smarritosi in una tremenda malinconia
Silenzio Otto
La pipa mi ricorda che sei realmente esistito
Cerco di dirmi in un evanescente dirti
spostarsi sul livello di un’altra coscienza
per evitare il tutto inutile. La guerra.
Il tutto inutile. La guerra.
Ora qui gli scatoli abbondano più dei ricordi
sul mattone ancora le tue orme
lasciare tutto intatto e sparire
sparirsi per spostare
l’affresco didascalico cambia esposizione
Sul profumo dei giornali e della polvere
la tua carezza scivola via qualcosa di più di un ricordo
qualcosa in meno di una lacrima
quella fermezza che solo la mano sa solo la guancia sa e rimane e si ferma per sentirla
l’unica cosa che hai l’unica cosa che lasci l’unica cosa che chiedi
in un momento tradito su di un’orma tradita da un codice tradito, calore
Il sole ci biasima e ci ama ed è sempre lo stesso
di sguincio disegna un angolo perfetto sul non sentire
sull’intatto del silenzio e la certezza che sei esistito calore quasi come carezza.
Silenzio Zero
Non credo di avergli mai parlato mi limitavo a guardarlo
fra il seme e le pause:- un’anticamera nella quale una pietra rotola
Aria in due atti
I
Sembra sia passata una eternità. Il tempo pare lungo quando non esiste e questa sensazione è sospensione. La consistenza solita delle consuetudini svanisce. Le dicotomie deterministe si frantumano come gesso sotto mani imprecise e l’io mi si perde nell’assenza:- un topos paradossale dove maggiore è l’assenza minore è il suo peso. E quanto più manco, più sono leggera. Leggera di dispersione. In un duetto silenzioso che mi rende pulviscolo e torba. Non so più scrivere lettere normali, con parole normali e afflati normali. Come una donna normale che ama e che soffre normalmente. Non ho più una norma e per questo nausea delle mani!
Quand’anche riuscissi a cancellare il mio Io – mi – rimarrebbe il moto spontaneo della mente. E mai sarei libera fuori da queste stanze senza mura che ospitano la mia coscienza.
Ora che ho l’abisso negli occhi, una palla da pingpong rimbalza fra i fasci nervosi della Radiazione Ottica e le immagini scomposte in unità bidimensionali arrivano distorte e caotiche alla corteccia visiva. E allora non sarà più l’immagine il valore del significante, ma l’udito. La sensibilità di sentire il suono del silenzio, e farne una coperta per quando la voce appena nata, urlerà. Non per soffocarne il dolore ma per custodirlo. Nella coperta. E la coperta nel caos. E il caos nella capacità dell’udire il sentire. E il sentire in nuove immagini. Forse poetiche. Forse brutali. Forse di chi semplicemente in una giornata non semplice scopre di non saper più scrivere una lettera semplice.
La coperta – per arrivare al silenzio – si è fatta di ferro.
II
La misura delinea le intelligenze, le emozioni un’anastomosi, pronta a farci defluire verso un posto osceno. Appena si diventa insufficienti a noi stessi, la passione riempie tutto ciò che è vuoto. Tutte le stanze chiuse. Solleva la polvere in un baluginio di speranza.
Per certuni una speranza senza speranza. Un soffio di vento, che nasce nello stesso posto in cui muore, per riproporsi sempre fine a stesso:- L’Amar nell’addio:- la logica salvifica è del non senso. Il cerchio si è chiuso. Le fragilità scudate. E allora, come sempre, resta il resto del resto e questa sofferente libertà, che lasciandomi chiusa mi trascina via, in un posto che non so se sia di follia, ma certo è una sponda inafferrabile e sognante.
Imbevo il tramonto nell’orizzonte e mi faccio di vapore, per volare sola sui tetti e sui parallelepipedi color pastello che si riflettono sull’Arno. Lì dove la materia diventa non materia, quell’abisso, che vorrei rifuggire. Se fossi un’altra. Se non fossi io.
Mi perdo e mi scrivo scrivendoti. Allo stesso modo di quando mi tocchi e ti rispondo muta di umori e odori e dei segreti del mio corpo segreto, mosso dal mio cervello segreto, nelle segrete stanze, nella blindata magniloquenza dell’arte.
Un fiore di metallo sulla porta della cappella di santa Veronica. E’ sempre chiusa. Sulla Via Dolorosa, i passanti camminano oltre.
