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	<title>Violenza Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Il mondo nuovo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-mondo-nuovo-articolo-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 07:33:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il mondo nuovo&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale  Il mondo nuovo si è garantito la disperazione. Ogni tanto, ridendo, ci chiediamo cosa sia questa tentazione di sembrare ancora vivi, mentre dovunque si spalleggia il piano della morte. Scritture volgari e necrologi declamati come frasi nei comizi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il mondo nuovo&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p dir="ltr">Il mondo nuovo si è garantito la disperazione. Ogni tanto, ridendo, ci chiediamo cosa sia questa tentazione di sembrare ancora vivi, mentre dovunque si spalleggia il piano della morte. Scritture volgari e necrologi declamati come frasi nei comizi di attempati politici animano la quotidianità. Non ci basta una tragedia al giorno, ne vogliamo una all’ora, fin quando l’ansia non ci abbia spolpato e lucidato le ossa. La chiamano “capacità di stare sul pezzo”.</p>
<p dir="ltr">Qui è già stata issata una bandiera bianca. Guardo il mondo nuovo mentre, davanti a me, osservo il rito antico della transumanza. Una vacca dopo l’altra, una voce umana che dirige senza interferire troppo, un lento andare e un ragionato senso di spaesamento che viene scosso dal vento. Il mondo nuovo qui non si impone. Laddove vi è indifferenza, ciò che proviene da un altrove incalcolabile e irraggiungibile è solo un fastidioso prurito.</p>
<p dir="ltr">Tra esecuzioni sommarie in strada e proclami sovranisti si annusa la distruzione. La storia è tutto ciò che appare ai nostri occhi come qualcosa che si può tramandare. E le nostre visioni mediate, così lontane dal farci sentire testimoni oculari, ammaestrano il nostro animo. Cerchiamo di contemplare con empatica risolutezza, ma non c’è modo di conciliare ciò che viviamo con ciò che desideriamo. È la violenza del mondo nuovo a farci innamorare dei nostri carnefici. È il loro love bombing di sangue e terrore che ci fa venire sensi di colpa se dissentiamo troppo. È questa assuefazione alla disumanità che ci ha reso spettatori.</p>
<p dir="ltr">Le tragedie si consumano lentamente e, come candele profumate, spandono il loro odore ovunque. Man mano che inaliamo aria viziata, ci abituiamo. Il mondo nuovo è nei nostri polmoni, negli occhi del più crudele e del più innocente degli uomini. Tutti siamo corrotti, nessuno vuole presentarsi come corruttibile. Mentre la vita sfugge alle etichette quotidiane, ciascuno sceglie la propria chiesa ideologica. Mai come in questi anni c’è chi vuole costruire grandi cattedrali del pensiero, distruggendo ciò che reputa fragile e inospitale. Gli spazi angusti del cuore sono però quelli più rinomati: ospitano ancora la polvere di questa sciagurata generazione di fine Novecento.</p>
<p dir="ltr">I Millennials hanno dimenticato il sapore dolce del “fumo pakistano” o i viaggi offerti dalle composizioni chimiche sperimentali che proiettavano verso il terzo millennio con fiducia. Con la frustrazione in corpo del volere sempre di più, insieme ai predecessori della Generazione X, hanno voluto delegare loro stessi a chi avrebbe potuto fare: a genitori ancora preda dei loro isterismi iperprotettivi. Tant’è che, troppo impegnati nel fare carriera e nel fallire, costoro hanno dato tutto in mano a padri ancora pieni di duttile monarchismo.</p>
<p dir="ltr">Intanto giochiamo a essere influencer politici, culturali e di opinioni. Influenzare e manipolare, sabotare e poi riannodare i fili del sistema. Guardare il mondo nuovo con gli occhi deboli, come un miope che ha perso gli occhiali. Vedere macchie di colore, forme senza contorni definiti, sognare il compimento di una rivoluzione. Giocare a “testa o croce”, sperando di non morire anonimi.</p>
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		<title>La luce inversa: Mota verso la Singolarità</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-luce-inversa-mota-verso-la-singolarita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 22:10:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La luce inversa&#8221; di Mota, Wojtek, 2025 Vanessa, Martin e Siddiq: tre parti di un unico trascorso. Un&#8217;unione tra ciò che è stato e ciò che è. Tre peregrinazioni estatiche, tre &#8220;inconsci&#8221; diversi, tre stadi di un &#8220;trauma&#8221;. L&#8217;obiettivo: la Singolarità, l&#8217;Uno e il ritorno alla dimora comune. &#8220;Luce [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La luce inversa&#8221; di Mota, Wojtek, 2025</strong></p>
<p>Vanessa, Martin e Siddiq: tre parti di un unico trascorso. Un&#8217;unione tra ciò che è stato e ciò che è. Tre peregrinazioni estatiche, tre &#8220;inconsci&#8221; diversi, tre stadi di un &#8220;trauma&#8221;. L&#8217;obiettivo: la Singolarità, l&#8217;Uno e il ritorno alla dimora comune.</p>
<p><strong>&#8220;Luce inversa&#8221;</strong> è un romanzo che si inserisce nel mezzo di strutture complesse, articolate, immerse in questa luce sperimentale che riunisce all&#8217;inconscio collettivo. Il limite, per fortuna, è che libri così non si spiegano e non si raccontano: vanno letti e possibilmente affrontati con animo da viandante.</p>
<p>Bisogna mettersi in viaggio, bisogna assaporare ogni aspetto, non si possono fare grandi termini di paragone. Mota ci dona un romanzo schietto e lineare. <strong>&#8220;La luce inversa&#8221; è la storia di una triade</strong>: tre personaggi legati da storie di abusi partecipano a un esperimento psicoterapeutico. Immersi in una camera, attraversano la luce. Prima idee, poi voci, infine corpi.</p>
<p>Come in una fenomenologia dello Spirito, i vari passaggi sono stanze della coscienza, accessi alla consapevolezza, livelli in cui avviene il progressivo sgretolamento di ogni logica e di ogni sistema etico-morale. Il &#8220;tutto&#8221; diventa leggibile. La scelta dell&#8217;autore è coraggiosa, a margine del libro ci dice che questo &#8220;romanzo fu pubblicato a pagamento nel 2012&#8221;, cosa che non mi meraviglia, ma un&#8217;altra filippica contro le miopie dell&#8217;editoria italiana sarebbe stucchevole.</p>
<p>Infatti, <strong>&#8220;La luce inversa&#8221;</strong> nella sua frammentarietà ingloba un&#8217;infinità di interpretazioni che unite con attenzione formano una linea che ascende sempre più verso la necessità di un allontanamento dal dolore, ossia dalla materialità. In questo gioco con &#8220;l&#8217;indeterminatezza&#8221;, Mota costruisce una storia nella quale ogni personaggio contiene gli altri due. Esperienze diverse, ma matrice unica e universale.</p>
<p>È questa la sperimentazione che il nostro autore compie: smembrare e riunire, scorporare e rinsaldare. È una luce che regredisce, che ritorna insieme a Vanessa, Martin e Siddiq verso la propria origine. Dove tutto ha avuto inizio.</p>
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		<title>Malus Domestica</title>
		<link>https://www.borderliber.it/malus-domestica-visciglia-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 22:01:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Malus Domestica&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803 Melo domestico, pianta appartenente alla famiglia delle Rosacee. Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino. Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Malus Domestica&#8221; è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803</em><br />
<em>Melo domestico, pianta appartenente alla </em><br />
<em>famiglia delle Rosacee.</em></p>
<p>Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino.<br />
Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di mio padre, lui ha iniziato a farmi gli occhi dolci, si fa per dire. Il suo sguardo, infatti, ha dell’inquietante, con quelle palpebre rigonfie e cadenti che si ritrova. Il suo viso è una maschera orrida, cui contribuiscono le labbra sottili congelate in un ghigno disgustoso.<br />
Sono cresciuta in un appartamento minuscolo, tirata su da mia nonna e da mio padre. Madre non pervenuta, pare che avesse inseguito i suoi sogni di gloria e un uomo più interessante di quello che si era portato all’altare perché incinta. Voci di paese, ché di questo a casa non si parlava mai. Mia nonna era una donna di poche parole, mio padre lo vedevo pochissimo. Trascorrevo molto tempo da sola, perché anche a scuola non è che avessi degli amici. E desideravo tanto un cane, come quelli che vedevo nei cartoni.<br />
«Nonna, prendiamo un cucciolo?» azzardai l’estate dopo la terza media.<br />
«Tuo padre non sarebbe d’accordo. E poi sporcano e hanno bisogno di spazio, se avessimo un giardino magari…»<br />
La questione per lei era finita lì. E anche per me. Dopo gli esami di terza media, iniziai a lavorare da una sarta.<br />
«Devi imparare un mestiere, studiare non ti serve a niente» aveva ordinato mio padre.<br />
Niente giardino, niente cane, niente scuola.<br />
Gli anni sono trascorsi tra orli da rifare, toppe da cucire sulle maniche di giacche sdrucite, cerniere lampo da sistemare. E la convinzione che un pezzetto di verde avrebbe potuto rendermi felice.<br />
Mio padre è morto all’improvviso e mia nonna nel giro di pochi mesi l’ha seguito. Io ho dovuto lasciare quel buco di casa in affitto dove abitavamo e cercarmi una nuova sistemazione con Sergio, sposandolo con una cerimonia organizzata in fretta e furia: una formalità davanti al sindaco e fine della festa.<br />
«Lascia perdere ago e filo, a te ci penso io. In casa c’è tanto da fare» ordina mio marito.<br />
Niente amore, niente distrazioni, niente lavoro.<br />
E anche il giardino non è che fosse un Eden quando sono arrivata. Ma il tempo non mi manca e, dopo le faccende, mi dedico a quel ritaglio di verde crespo da rimettere a nuovo.<br />
Sergio a pranzo non rientra mai e anche quando è in casa le nostre conversazioni sono rade come i suoi capelli, quattro peli che lui si spalma alla bell’e meglio sulla calotta lucida.<br />
A un certo punto, gli è presa la fissazione di metter su i bicipiti e di scolpire quell’addome flaccido che mi sbatte addosso tutte le volte che facciamo sesso. Secondo lui dovremmo sfornare tre o quattro miniature con il suo codice genetico. Per fortuna ci ha pensato Madre Natura a risolvere la questione: siamo sterili, io o lui, chi se ne frega.<br />
«Fai benissimo a prenderti cura del tuo corpo, Sergio caro. Tranquillo, non mi secca restare a casa anche oggi, ho mille faccende da sbrigare. Come dici? Gli integratori? Sì, certo, li ho ordinati online così risparmiamo anche qualcosina».<br />
Vai pure a perdere il tuo tempo con i pesi, che meno ti ho davanti, meglio sto. Ovviamente non glielo dico, ho imparato a tenermi le mie cose dentro, come ho sempre fatto del resto. Nonna me lo ripeteva spesso: «Non rispondere a tuo padre, è tempo perso. Gli uomini parlano, parlano ma non sanno ascoltare».<br />
In giardino ho iniziato dalla siepe. Volevo qualcosa che mi nascondesse dalla strada e dai quei maledetti vicini ficcanaso: «Buongiorno, Luciana, tutto bene? Ogni giorno che passa sei sempre più simile a tua madre. Ah, ma tu non te la puoi ricordare, povero tesoro» sono le cose che mi devo sentire dire da quella megera che abita qui di fronte. Non mi vedrà più.<br />
Tra me e lei un bel ligustro che nel giro di poco tempo crescerà alto e fitto.<br />
Mi piacerebbe farmi anche un piccolo orto, qualche pomodoro, magari anche delle zucchine e della borragine per fare delle belle frittatine, o dei cipollotti, perché no. Ma soprattutto vorrei che il melo tornasse a dare frutti, Sergio dice che è morto. Che ne sa di alberi, di piante, di fiori, lui che ha fatto marcire questo piccolo quadrato di terra, che non ha cura di nulla se non dei suoi muscoli flosci.<br />
Non che io sia un’esperta, ma su internet trovo tutte le dritte di cui ho bisogno. Con una buona potatura questi rami spogli torneranno a fiorire.<br />
Mia nonna preparava delle torte di mele deliziose. Ci metteva anche la cannella e la cucina si riempiva di un odore dolcissimo che piaceva persino a mio padre. Mi insegnava a impastare la frolla, le sue mani ruvide incontravano le mie, mi scollava dalle dita i grumi burrosi, li riportava sul piano di lavoro: «Devi essere rapida, sennò l’impasto si scalda e non va bene». Io speravo che durasse in eterno quel momento, le mie mani nelle sue e il mondo che si fermava in quei gesti familiari.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Certi pomeriggi mi siedo sulla poltrona di Sergio, quella dove lui trascorre le serate a guardare lo sport in tv o a leggere la Gazzetta.<br />
La sposto fin sotto la finestra e resto a guardare fuori: ho piantato begonie e gerani nei vasi lungo il vialetto che porta al cancello. La siepe ha iniziato a cospargersi di piccoli fiori bianchi e profumati, i pomodori sono spuntati con il loro verde acerbo e promettente e il melo ha ripreso a mettere su foglie tenere ma rigogliose. Immagino che prima o poi ci sarà anche un bel cucciolo che scorrazzerà sull’erba, venendomi incontro agitando la coda.<br />
Sergio non mi mai ha detto niente del lavoro che sono riuscita a fare, i suoi mezzi occhi non vedono la bellezza.<br />
«Mi hai preparto la cena, Lucia’?»<br />
«Un bel minestrone, ci ho messo anche qualcosa dell’orto»<br />
«Te l’avrò ripetuto non so quante volte, mi servono proteine per i muscoli, che me ne faccio di ‘ste erbacce lessate?»<br />
«Sergio caro, hai bisogno di un’alimentazione equilibrata. Lascia fare a me. La carne te la preparo domani, con una bella insalata di pomodori e una crostata di mele, le nostre mele».<br />
Mi guarda con sufficienza, da sotto quelle palpebre edematose, e ingolla tutto, come un animale.<br />
E come un animale gli viene voglia di prendermi dopo cena, perché ancora spera di potermi ingravidare.<br />
Per non vomitargli addosso, ripenso al profumo dell’erba appena falciata, alla morbidezza della terra nella quale affondo le mani, al mio melo che ha lottato insieme a me ed è rinato.<br />
Resto mezza nuda sul letto, lui torna in soggiorno. Mi lascia in compagnia di un temporale che esplode senza preavviso. Sento scrosciare l’acqua impietosa sul tetto e sui vetri. Lampi illuminano a giorno la camera da letto e le impronte delle sue mani sulla mia pelle.<br />
Quando ero piccola avevo il terrore dei tuoni. Era l’unico momento in cui nonna mi tirava a sé, quasi in un abbraccio, e recitava un antico scongiuro a ogni bagliore del cielo: «Santa Barbara, aiutaci e salvaci…»<br />
In quella rima imperfetta, io mi lasciavo andare. Nonna odorava di sapone di marsiglia e soffritto.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>Ogni giorno che passa le cose tra me e Sergio vanno sempre peggio. I suoi muscoli hanno preso forma, ogni mattina prima di uscire passa interminabili minuti a rimirarsi allo specchio. Cosa stai lì a guardare, gli vorrei dire. Non camperai cent’anni, diventerai vecchio e con la pelle cadente. Ti si ammoscerà anche quel coso che hai tra le gambe. Non darai nuovi frutti, tu.<br />
«Gli uomini bisogna prenderli per la gola,» diceva mia nonna, mentre cucinava manicaretti di ogni sorta per mio padre «impara a cucinare e troverai un uomo che farà follie per te».<br />
A fuoco lento io ho coltivato il fastidio.<br />
Senza fretta, ho raccolto i frutti del mio lavoro in giardino.<br />
«Ai miei tempi non si gettava via nulla, mica come oggi» predicava mia nonna «Ho conosciuto la fame, non sono mica cresciuta nella bambagia io… Mangiavamo anche le bucce delle patate durante la guerra. Ma tu che ne sai? Guarda e impara, Luciana, che nella vita non si sa mai».<br />
E così se l’orto mi regala ortaggi in abbondanza, ne faccio conserve che consumeremo in inverno. Con gli scarti, i gambi o le foglie troppo dure preparo salse gustose da spalmare sul pane o ne faccio brodi succulenti per le nostre minestre.<br />
Persino i semi delle mele possono avere una seconda vita, li metto da parte, così da averli sempre disponibili. Ho trovato in rete una ricetta molto particolare: con qualche accorgimento e alcune modifiche, ne ho ricavato le dosi perfette per un frullato ricco di vitamine e sali minerali per Sergio che sembra apprezzare. Un bel bicchierone al giorno e lo faccio contento, lui e il suo piano alimentare di mantenimento: «Sergino mio, l’ho letto su internet: una dose al giorno per tutta la vita e camperai in eterno, sano come un pesce. Ci vuole pazienza e soprattutto costanza. Tu vai in palestra e io ti supporto con i miei prodotti miracolosi».</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>«Stasera ho il poker con i colleghi, non torno per cena» mi annuncia Sergio al telefono. Aspetto sempre queste sere in cui lui non torna: «Che peccato, stavo preparando l’arrosto che ti piace tanto. Ma sì, meriti un po’ di svago, divertititi… Hai portato l’ombrello? Verrà a piovere di sicuro, ho sentito ora il meteo in tv». Con lui meglio usare toni melliflui per non urtargli i nervi.<br />
In tanti anni, ho appreso l’arte dell’ipocrisia come quella di potare i rami sterili.<br />
Quando rientra, a notte fonda, sento che si lamenta, borbotta qualcosa, inveisce. Mi sono assopita sul divano guardando un vecchio film in bianco e nero, di quelli che piacevano tanto alla nonna.<br />
Sbatte la porta del bagno, un rumore netto che quasi si confonde con il fragore del temporale là fuori. Sento colpi di tosse, ma non mi muovo. Le chiome del mio melo si agitano, proiettano ombre multiformi sulle tende giallo ocra del salotto.<br />
Un lamento soffocato e subito dopo un fulmine. Luce e poi di nuovo buio.<br />
Un tonfo, come qualcosa di pesante che cade, accompagnato da un tintinnio di vetri infranti sul pavimento. Infine un sibilo strozzato appena percettibile.<br />
Dal bagno, poi, più nulla.<br />
Mi alzo, resto ancora in ascolto per esserne sicura.</p>
<p>Guardo fuori il mio amato albero, sferzato dalla tempesta ma tenace: quanti frutti mi ha regalato in così pochi anni! Ho preparato centinaia di barattoli di marmellata e frullati energizzanti, con tutti quei semini. Nonna sarebbe stata fiera di me, mi sembra di risentirla mentre aggeggiava in cucina “Bisogna prendere gli uomini per la gola”.<br />
Che tempo da lupi… Santa Barbara aiutami e salvami…</p>
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		<title>You: Joe Goldberg e i &#8220;prodotti&#8221; della società</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 22:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Narcisismo]]></category>
		<category><![CDATA[Serei Tv]]></category>
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		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;You: Joe Goldberg e i prodotti della società&#8221; è un articolo di Letizia Falzone. In copertina la locandina della serie Tv Dopo un perfetto riassunto dei punti salienti della sua storia, come sempre tramite la sua voce, da narratore, Joe Goldberg è tornato a New York. E sono passati tre anni da quel momento. La [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;You: Joe Goldberg e i prodotti della società&#8221; è un articolo di Letizia Falzone. In copertina la locandina della serie Tv</strong></p>
<p>Dopo un perfetto riassunto dei punti salienti della sua storia, come sempre tramite la sua voce, da narratore, Joe Goldberg è tornato a New York. E sono passati tre anni da quel momento. La quinta e ultima stagione di “You”, segna la conclusione del tormentato viaggio di Joe Goldberg.</p>
<p>Tornato a casa con la speranza di una vita tranquilla accanto alla moglie Kate e al figlio Henry, Joe si ritrova presto a fronteggiare i fantasmi del passato e le sue oscure pulsioni. L’arrivo di Bronte, una donna misteriosa con legami con le sue precedenti vittime, innesca una serie di eventi che porteranno Joe a confrontarsi con le sue azioni in modo definitivo.</p>
<p>“You” ha danzato per cinque stagioni sull’orlo del baratro morale. Una serie che non ci ha mai chiesto il permesso: ci ha semplicemente costretto a guardare. E, peggio, a parteggiare.</p>
<p>Il racconto esplora temi di responsabilità personale, la pericolosità del <em>romanticizzare</em> la violenza e la critica alla società che spesso esalta figure come quella di Joe. Concludendo la serie, la stagione finale offre una riflessione sul confine tra amore e ossessione, lasciando un messaggio potente e provocatorio agli spettatori.</p>
<p>“You” segue Joe Goldberg, libraio colto e affascinante, che dietro una maschera da romantico si rivela un manipolatore ossessivo e omicida. In ogni stagione, Joe si reinventa: cambia città, nome, amore. Ma ovunque vada, porta con sé la stessa fame: quella di controllo, di purezza, di una relazione perfetta che esiste solo nella sua testa. La serie, tra thriller psicologico e satira romantica, mette lo spettatore in una posizione disturbante: ci fa entrare nella mente del predatore, e ci chiede se abbiamo davvero voglia di uscirne.</p>
<p>Penn Badgley, sin dalla prima inquadratura, non ha interpretato Joe Goldberg: lo ha sussurrato. Uno stalker, un assassino, un narciso letterato con la voce giusta e gli occhi sbagliati, ma anche un innamorato, un padre, un giudice. In lui, tutte le stagioni della vergogna e del desiderio. In noi, l’imbarazzante disponibilità a seguirlo.</p>
<p>Joe Goldberg è sia intelligente, gentile e premuroso quanto stoico e malato; è sia un ragazzo in grado di riconoscere i propri (grandi) difetti tanto da cercare di abbandonarli, sia un serial killer che non ha scrupoli a distruggere le vite altrui per raggiungere i suoi scopi relazionali e che giustifica le sue terribili azioni con il proprio amore. In alcuni momenti noi speriamo e crediamo che Joe possa veramente cambiare, ma puntualmente si scontra con il suo dover accettare che qualche rotella nel suo cervello non è proprio a posto.</p>
<p>Con la quinta stagione, &#8220;You&#8221; rientra a New York come in un sogno febbrile. Il cerchio si chiude. Le maschere cadono. Il gioco di specchi non mente più. Alcuni lo chiamano epilogo, ma è piuttosto un compendio: un remix ipnotico delle sue ossessioni, delle sue posture. Il teatro della colpa è affollato – di mogli gemelle, potere, lusso, vecchie tentazioni – e Joe si muove come sempre: con grazia assassina.</p>
<p>“You” è sempre stata una trappola. Per il suo protagonista. Per noi. Perché alla fine non è Joe ad aver fallito. Siamo noi, spettatori consenzienti, ad avergli permesso di raccontarsi come vittima, come poeta, come romantico. La serie si è spinta là dove la maggior parte si ferma: ci ha chiesto cosa siamo disposti a perdonare, purché la voce narrante sia affascinante.</p>
<p>Nel finale, la serie smette di farsi bella per noi. Ci guarda dritti e, con l’ultima, gelida strizzata d’occhio, ci ricorda chi eravamo mentre lo guardavamo uccidere.</p>
<p>“You” si chiude così, con una provocazione che non scagiona nessuno: e se Joe fosse solo il prodotto di un mondo che, in fondo, ama guardare il male da vicino purché sia ben raccontato? La serie ci consegna una chiusura netta, sì, ma non comoda. Joe viene punito, ma non dimenticato. E la vera domanda resta sospesa nell’aria: il vero mostro è lui o è la società che continua a dargli un palcoscenico?</p>
<p>Non è Joe a chiudere la storia. Siamo noi. Finalmente. Forse.</p>
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		<title>It ends with us. Siamo noi a dire basta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2025 23:02:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Lily]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Scelta]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film “Bloom”: “sbocciare”; “Lily”: “giglio”; insieme: Lily Bloom. Un destino impresso nello spazio di un nome e di un cognome, quello della protagonista di “It ends with us – Siamo noi a dire basta”. Quel legame unico, istintivo, verso i fiori, verso la loro cura, l’attenzione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film</h4>
<p>“Bloom”: “sbocciare”; “Lily”: “giglio”; insieme: Lily Bloom. Un destino impresso nello spazio di un nome e di un cognome, quello della protagonista di <strong>“It ends with us – Siamo noi a dire basta”</strong>. Quel legame unico, istintivo, verso i fiori, verso la loro cura, l’attenzione nel renderli una tavolozza di colori che catturano l’occhio, riempiendolo di mille sensazioni, la giovane sembra non esserselo scelto; era predestinata a cucirselo addosso.</p>
<p>Al centro di questo film, tratto dall’omonimo romanzo di <strong>Colleen Hoover</strong>, c’è dunque Lily.</p>
<p>Il mondo della giovane prende vita in un attimo di morte: dopo il funerale del padre, la ragazza decide finalmente di trasferirsi a <strong>Boston</strong> per aprire il proprio negozio di fiori. Con le chiavi ancora in mano, e gli spazi da pulire, Lily incontra <strong>Ryle Kincaid</strong>, neurochirurgo bello e tenebroso, che si rivelerà essere il fratello della sua assistente fioraia, Allysa.</p>
<p>Ma Ryle non è un tipo da relazione stabile; a lui piacciono le avventure, cosa che spinge <strong>Lily</strong> a resistere alle sue lusinghe, frenata anche dai fantasmi traumatici di un passato che ritorna: <strong>il padre picchiava la moglie, e ha fatto lo stesso con il primo amore della figlia, Atlas.</strong> Quando finalmente Lily cede alle attenzioni di Ryle, sarà proprio l’incontro con Atlas nel suo ristorante a scatenare il lato oscuro e violento dell’uomo, con cui Lily dovrà fare i conti.</p>
<p>Il film racconta il percorso di consapevolezza di una donna maltrattata, la difficoltà di ammettere a sé stessa di trovarsi in quella situazione e l’importanza del sostegno delle persone care per aprire gli occhi. Il tema della violenza è affrontato con profondità, senza colpevolizzazioni nei confronti di <strong>Lily</strong>, senza assoluzioni nei confronti di <strong>Ryle</strong>.</p>
<p>La parabola narrativa è costruita in maniera molto intelligente partendo dal classico melodramma romantico, leggero e provocante fino ad un crescendo, disseminato da piccoli dettagli, che porta al dramma dell’abuso.</p>
<p>Lily diventa presto vittima e lo scopriamo attraverso diversi campanelli d’allarme. Gli incidenti domestici si fanno via via più gravi ed inequivocabilmente violenti, ma Lily sembra sempre voler giustificare il suo carnefice. Il film, in questo senso, è molto accurato nell’elaborazione del problema della violenza; per tante donne vittime di abusi, non si sa mai quanto possa peggiorare la situazione, finché non diventa davvero grave.</p>
<p>È grazie ad Atlas che <strong>It ends with us</strong> ci ricorda anche cosa vuol dire avere premure, attenzioni e senso di protezione verso la persona amata. È esattamente nella forbice valoriale tra <strong>Ryle e Atlas</strong> e il dislivello caratteriale che ne consegue, che si trova custodito il cuore narrativo del film.</p>
<p>Nella differenza che c’è tra un amore sbagliato e uno giusto, tra uno che abbatte l’anima e uno che la fa rifiorire. Nel mezzo c’è Lily; formidabile, mutevole, indomabile e straordinaria, e con lei il valore di una scelta che può davvero cambiare la vita di ognuno. <strong>It Ends with Us – Siamo noi a dire basta</strong>, è un film doloroso e romantico, un <strong>film-manifesto</strong> sulla violenza di genere ma anche su cosa vuol dire saper amare.</p>
<p>Negli ultimi anni le storie sterili e quelle ricche di stereotipi sono sempre più messe da parte a favore di una narrazione che in qualche modo sembra voler essere utile. Utile alle donne maltrattate, ai genitori, ai figli, a chi ha un’amica o una sorella vittima.</p>
<p>Alle ragazze, così che sappiano distinguere una relazione tossica da una sana. Ma anche e soprattutto ai ragazzi, esempi di una mascolinità diversa e non prevaricatrice,<strong> proprio come Atlas.</strong></p>
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