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	<title>Verità Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Vela al vento</title>
		<link>https://www.borderliber.it/vela-vento-candida/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jun 2024 04:48:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Domenica]]></category>
		<category><![CDATA[Orizzonte]]></category>
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		<category><![CDATA[Verità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poesia e foto di Giuseppe Gervasi Candida, spinta dal vento. Dritta, volge lo sguardo verso l&#8217;orizzonte, non è tempo di incertezze. Si lascia baciare dal vento, dal mare, padrone del suo mondo: scioglie le sue catene. Le onde come spighe di grano sfiorano il suo corpo, che si abbandona, disteso sulle acque, vivo più che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Poesia e foto di Giuseppe Gervasi</em></strong></p>
<p>Candida,</p>
<p>spinta dal vento.</p>
<p>Dritta,</p>
<p>volge lo sguardo verso l&#8217;orizzonte,</p>
<p>non è tempo di incertezze.</p>
<p>Si lascia baciare dal vento,</p>
<p>dal mare,</p>
<p>padrone del suo mondo:</p>
<p>scioglie le sue catene.</p>
<p>Le onde come spighe di grano</p>
<p>sfiorano il suo corpo,</p>
<p>che si abbandona,</p>
<p>disteso sulle acque,</p>
<p>vivo più che mai,</p>
<p>libero più che mai.</p>
<p>Candida,</p>
<p>spinta dal vento,</p>
<p>l&#8217;orizzonte è vicino.</p>
<p>Dritta verso l&#8217;alba,</p>
<p>verso la bellezza,</p>
<p>verso la verità.</p>
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		<title>Sacrificate un gallo alla salute ritrovata</title>
		<link>https://www.borderliber.it/gallo-salute-ritrovata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jun 2024 02:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Certezza]]></category>
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		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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		<category><![CDATA[Verità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sacrificate un gallo alla salute ritrovata&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore Si accorse di quanto la verità non esistesse: tutte le cose sono illusioni che i sensi donano per tacito consenso, nel bene e nel male. La conoscenza ammalia gli animi, tant&#8217;è che gli esseri umani [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Sacrificate un gallo alla salute ritrovata&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si accorse di quanto la verità non esistesse: tutte le cose sono illusioni che i sensi donano per tacito consenso, nel bene e nel male. La conoscenza ammalia gli animi, tant&#8217;è che gli esseri umani sono convinti di giungere a risposte soddisfacenti. Invece, la verità è solo una &#8220;metafora&#8221;, una traduzione approssimativa degli impulsi che riceviamo, che filtriamo e attraverso cui i neuroni rendono manifesti oggetti, soggetti, sentimenti, sensazioni.</p>
<h4>Allora quale gioia ritrovò quell&#8217;uomo goffo, claudicante, dal passo traballante, mentre entrava in un bosco?</h4>
<p>Semplicemente che nulla è vero e che tutto è concesso, così come disse prima di morire <strong>Hasan-i Sabbah</strong>, il Vecchio della Montagna, che costituì i <strong>Nizariti</strong>, la sua setta di assassini e fumatori di hashish. Da <strong>Almut</strong>, nel suo nido d&#8217;aquila, lontano dal mondo e dagli uomini dopo aver tanto peregrinato, egli fondò la sua causa su una concretezza: che l&#8217;uomo non partorisce certezze, ma vani concetti che si avvicinano a ciò che lo aiuta a sopravvivere.</p>
<p>Anche lui era felice, perché quando si uccide e ci si suicida in una intuizione che guida lo spirito, in qualcosa che svela l&#8217;essenza, si giunge alla conclusione di un viaggio. E come fu per il <strong>Vecchio della Montagna </strong>fu per <strong>Nietzsche</strong>, che si vestì prima di scetticismo, poi di nichilismo; e oscillando tra il possibile e il nulla, egli preferì quest&#8217;ultimo. Ma il &#8220;nulla&#8221; non va inteso solo come &#8220;vuoto&#8221; o &#8220;assenza&#8221;, ma anche come &#8220;qualcosa che c&#8217;è, ma che non si può conoscere fino in fondo&#8221;. <strong>Nulla</strong> è pertanto accontentarsi dei nostri limiti percettivi, delle nostre verità monche.</p>
<p><strong>Nulla</strong> è anche essere consapevoli del fatto che tocchiamo, assaporiamo, ascoltiamo, annusiamo e vediamo l&#8217;inganno della coscienza, la quale ci spinge a svegliarci ogni mattina e a sperare che tutto ci sia rivelato. Respirare e riprodurci non per noi stessi, ma in nome della nostra specie umana che, come tutte le altre specie, è guidata dalla volontà di vita.</p>
<h4>Eppure, non aspira a essere &#8220;verità&#8221; questa negazione d&#8217;ogni Verità? </h4>
<p>Oggi come allora; oggi come <strong>Hasan-i Sabbah</strong> e <strong>Nietzsche</strong>, il protagonista di questo racconto cammina nel bosco come uomo tra gli uomini, come fratello tra fratelli e sorelle, come essere tra nulla essente. Può gioire per questa verità che gli fa conoscere l&#8217;unica &#8220;cosa in sé&#8221; conoscibile: <strong>l&#8217;ignoranza</strong>. Splende nella sua impotenza; mette a tacere i venti di guerra, i soffi di dolore per le mete non raggiunte o per i progetti collassati. Neanche la morte ha più potere su di lui, perché essa sarà un&#8217;illusione che aprirà le porte su un&#8217;altra illusione.</p>
<p>D&#8217;altronde, fu lo stesso <strong>Nietzsche</strong> che esaltò il <strong>Vecchio della Montagna</strong>, perché nessuno in Occidente aveva saputo lanciare alla filosofia e al pensiero comune una frase così audace. <strong>Se nulla è vero, allora tutto è concesso</strong>&#8230; Cosa resta, dunque? Ora, sacrificate un gallo alla salute ritrovata.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Appunti postumi su una Città matrigna</title>
		<link>https://www.borderliber.it/citta-bora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 04:57:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Banca]]></category>
		<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Finzione]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Luogo]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Verità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Guido Borà. Foto di Alfonso Rillo Una voce dal passato mi chiede: “secondo i dati sul turismo appena usciti, la stagione 2023 è andata oltre le aspettative ma le strutture ricettive si stanno lamentando e la Città non ne sta traendo beneficio, come mai? Se puoi darci un&#8217;occhiata, magari prepariamo un&#8217;interrogazione da presentare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Guido Borà. Foto di Alfonso Rillo</strong></em></p>
<p>Una voce dal passato mi chiede: “secondo i dati sul turismo appena usciti, la stagione 2023 è andata oltre le aspettative ma le strutture ricettive si stanno lamentando e la Città non ne sta traendo beneficio, come mai? Se puoi darci un&#8217;occhiata, magari prepariamo un&#8217;interrogazione da presentare nel prossimo Consiglio comunale”. La vicenda, al momento, non è ancora conclusa ma, più del suo esito, importa notare, ai fini della nostra riflessione, come l’attenzione sui flussi turistici sia diventata un’ossessione per la classe politica. <strong>Di conseguenza chi cerca il consenso non si preoccuperà di presentare i dati in modo confuso, basta che siano positivi.</strong></p>
<p>Ero tornato in questa Città qualche mese fa, meno di corsa del solito, e avevo avuto la percezione di un tessuto urbano sofferente: <strong>molti negozi del centro erano chiusi, le strade carrozzabili e pedonali piuttosto malridotte con alcuni angoli deserti.</strong> La pandemia ha lasciato ferite profonde e anche il 2010 non è stato da meno, ma non ne vorrò parlare perché è mia intenzione tralasciare le vicende contingenti per ripercorrere insieme, arditamente, qualche secolo di storia. Alla fine del percorso scopriremo una cittadina affascinante, culla di alcuni importanti concetti economici, lontana da tutti gli stereotipi e dall&#8217;oleografia dominante. In questa brevissima riflessione, senza pretese di ricostruzioni storiche, vorrei offrire una chiave di lettura di un luogo a me molto caro in cui ho vissuto a fasi alterne, in un arco di quasi quarant&#8217;anni, senza esserne stato ricambiato.</p>
<p>Bene comune, primato della politica, buon governo, contrasto dell&#8217;usura e libero mercato sono concetti politici ed economici attuali. La loro elaborazione o discussione è avvenuta in questi luoghi, con una certa continuità nel tempo, a partire dal <strong>Medioevo</strong>. La grande piazza, fulcro della Città, si presta a numerose letture ed è stata, e lo è ancora, teatro di eventi di ampia risonanza. <strong>Il Palazzo Pubblico del 1297, sede della Repubblica,</strong> è il simbolo dell&#8217;epoca dei Comuni. Al suo interno vi è un importante ciclo di affreschi sull&#8217;<strong>Allegoria e gli effetti del buono e del cattivo governo</strong>, risalente al 1338, primissimo esempio di pittura civile.</p>
<p>Gli effetti del <strong>Buon governo</strong>, con una certa evidenza, rappresentano gli obiettivi politici della classe dominante del tempo: <strong>la floridezza della campagna e della Città.</strong> Nelle strade prosperano i commerci, i mestieri e lo studio; in campagna i contadini lavorano in sicurezza e le messi sono rigogliose. Una particolare cura è dedicata al decoro urbano, un concetto simile fu perseguito in modo maniacale con fini mercantilistici da <strong>Venezia</strong>. Al contrario, il<strong> Cattivo governo</strong> avrebbe impoverito la Città e la campagna minando la sicurezza della popolazione.</p>
<p>Il palazzo è posizionato come spartiacque tra due piazze: <strong>la prima, più importante, considerata il simbolo della partecipazione pubblica, la seconda sede dei commerci e dei mercati</strong>. La netta distinzione tra politica ed economia, anzi il primato della politica sull&#8217;economia, fa capolino e si rivela un concetto molto antico e così potente da modellarne l&#8217;assetto urbano.</p>
<p>Nel cuore del palazzo, dal lato di piazza del <strong>Mercato</strong>, e di epoca precedente alla costruzione del <strong>Palazzo Pubblico</strong>, vi era la sede del <strong>Bulgano</strong>, una zecca tra le più antiche in Italia. Questa istituzione così precoce e duratura nel tempo (dal 1180 al 1559) mostra come la vocazione finanziaria, oltre alle consuete attività commerciali, sia stata la sua cifra distintiva.<strong> Le miniere di Montieri e Roccastrada fornivano disponibilità di argento e rame</strong>, una circostanza importante ma non decisiva in quanto sicuramente ha influito di più sulla ricchezza la tradizione civica.</p>
<p>Osservando la piazza emerge un aspetto “laico”: diversamente da altre città, <strong>il Duomo non si trova nella stessa area del Comune</strong> ma in posizione più defilata. A un centinaio di metri svetta, su una collinetta di arenaria, la <strong>Cattedrale di Santa Maria Assunta</strong> dalla tipica bicromia bianco nera. L&#8217;edifico è circondato da alte navate (tra cui il facciatone) di una struttura mai finita. Siamo nel 1348 e la Città, al massimo del suo splendore, fu colpita da un&#8217;epidemia di peste durata cinque mesi. La popolazione ne uscì decimata con una stima di ottantamila morti. <strong>La peste nera</strong>, flagello di tutta l&#8217;<strong>Europa</strong>, restò endemica per qualche tempo e la Città faticò a tornare agli antichi splendori. Il nuovo Duomo restò incompiuto e fu terminato in versione ridotta molto tempo dopo: <strong>furono decisivi l&#8217;impoverimento del tessuto economico e la scarsità di manodopera.</strong> La scelta dei terreni su cui sarebbe stato edificato si rivelò un’aggravante, perché poco adatti a sostenere un edificio dal peso così grande.</p>
<p>È mia premura fare riferimento a un evento di grande portata per l&#8217;epoca ricordato con ironia, ma molto sommariamente, da <strong>Curzio Malaparte</strong> nel libro <strong>Maledetti toscani</strong>. Nel 1425 per 35 giorni di seguito, <strong>Bernardino</strong> predicò nella sua <strong>Città</strong> su invito delle <strong>Autorità comunali</strong>. Nelle sue prediche volgari trattò molti temi quali la vanità, dell&#8217;elemosina, del bene comune, delle qualità morali dell&#8217;uomo politico e sull&#8217;etica imprenditoriale.</p>
<p>I francescani, con il loro voto di povertà volontaria, sono stati costretti a riflettere – si veda, ad esempio, il provenzale <strong>Pietro di Giovanni Olivi</strong> – su tematiche quali le libertà civili, il giusto prezzo, l&#8217;utilità sociale della mercatura, l&#8217;interesse, il valore e la moneta, con concretezza rispetto all’approccio teorico della <strong>Scolastica</strong> tradizionale. E allora le bolle di sapone che uscivano dalla bocca di <strong>Bernardino</strong>, portavano alla folla il messaggio della condanna all&#8217;usura e della vanità, un classico della predicazione francescana, ma ancor più rilevante in quanto contraddice una visione della <strong>Chiesa</strong> ostile al mondo degli affari, l’elogio dell&#8217;attività della mercatura che se condotta con onestà sarebbe volta al bene comune.</p>
<p>Su un palazzo del centro c’è una lapide con questa dicitura: <strong>“Modesto propugnatore dei liberi scambi fondò la scienza economica”</strong>. Ora, che cosa formulò di così importante il canonico <strong>Sallustio Bandini</strong> per assurgere a fondatore? Nel <strong>Discorso sopra la Maremma</strong> del 1737 tornò su temi di suo maggiore interesse “personale” e descrisse la decadenza della Maremma imputandola alla politica annonaria, ormai in mano a un’altra Città. Il Magistrato dell&#8217;abbondanza teneva bassi i prezzi del grano con politiche di acquisti e vendite. I prezzi bassi scoraggiavano la produzione e riducevano le rendite; la produzione era scarsa e, per evitare ulteriori carenze, si vietò il commercio alla vela, ossia le esportazioni. Per superare la crisi della produzione, una persistente carestia e il degrado delle campagne, egli propose alle autorità, di permettere le esportazioni, che avrebbero garantito afflusso di moneta per pagare i tributi, e di liberalizzare il commercio interno, tramite una licenza perpetua delle tratte. La proposta era decisamente innovativa per l’epoca: la politica annonaria andava circoscritta all’acquisto del grano per sostenere il prezzo solo in caso di abbondanza e alla vendita solo in caso di carestia. Un propugnatore del libero mercato ante litteram, a lungo inascoltato dal potere granducale.</p>
<p>Nel Secondo dopoguerra la Città è stata uguale e, contemporaneamente, diversa: la ricchezza era basata sempre sull&#8217;attività bancaria, sulla campagna e sull’attività universitaria.</p>
<p>Chiusa su se stessa e vittima di una “drammatica” carenza infrastrutturale “auto inflitta” si è gradualmente allontanata da tutto, come dicevamo da studenti e, all’improvviso, sull’onda della <strong>Grande crisi finanziaria</strong>, è arrivata la resa dei conti. Di conseguenza il turismo è diventato l’ancora di salvezza, amplificando una tendenza iniziata da tempo, come si nota sfogliando l&#8217;enorme mole di pubblicazioni disponibili sul portale della <strong>Regione</strong>. A dire il vero non è proprio così, anzi c&#8217;è una visione del futuro diversa, fortemente tecnologica e più in linea con le sfide dell&#8217;economia globale, ma al momento, la sua realizzazione sembra irta di difficoltà a causa di un certo disinteresse dell&#8217;amministrazione in carica e, quasi sicuramente, per le esigue risorse rimaste.</p>
<p>Diversamente da quanto suggerisce il senso comune, un passato glorioso non è garanzia di un futuro luminoso e sulla scia di questa amara riflessione vorrei lasciarvi con questo interrogativo: qual è il messaggio che sarà lasciato ai posteri?</p>
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		<title>Mi raccontò la sua dipendenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/assenza-consenso-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2024 00:37:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Mi raccontò la sua dipendenza&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore con l&#8217;Intelligenza Artificiale La droga me l&#8217;ha raccontata a modo suo, come l&#8217;aveva vissuta, vagando con gli occhi e gettandoli tra i ricordi come un bimbo che gusta le caramelle con lo sguardo. Aveva la gioia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Mi raccontò la sua dipendenza&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore con l&#8217;Intelligenza Artificiale</strong></p>
<p>La droga me l&#8217;ha raccontata a modo suo, come l&#8217;aveva vissuta, vagando con gli occhi e gettandoli tra i ricordi come un bimbo che gusta le caramelle con lo sguardo. Aveva la gioia tra i denti: battevano e stridevano. Si grattava le braccia fino a consumarsi la pelle, e sudava e piangeva e rideva e cantava. Chi canta ha una ragione per non morire, persino per sperare, addirittura per farsi rosa tra i rovi. <strong>Diceva che per bucarsi ci voleva coraggio, fottersi una vena per amarsi un po&#8217; di più, altro che cortesia che ti fai, a mala pena te ne accorgi del tuo narcisismo patologico.</strong> Sfregava la testa contro il muro, come la capocchia di un fiammifero che non si accende; voleva darsi fuoco in ogni parte, liquefarsi le ossa. <strong>Morire in astinenza?</strong> In fondo è figura retorica pure il dolore, puoi dirne in diversi modi ma non sai perché a uno basta piangere mentre per un altro ci vogliono spilli e aghi. Mi raccontò dell&#8217;amico che scomparve il giorno del suo compleanno. Avvenne nell&#8217;anno della caduta delle <strong>Torri Gemelle</strong>. Lasciò un biglietto con su scritto &#8220;questo è il migliore dei miei mercoledì&#8221;; quel giorno infatti era un mercoledì e altri per lui non ce ne furono.</p>
<h3>Mi raccontò anche&#8230;</h3>
<p>Sognare un bambino che ti grida contro <strong>&#8220;sono arrabbiato con te&#8221;</strong>, mentre ti porge una corona di alloro con foglie nere che si agitano come serpi. Vedi, mi chiama la fanciullezza; vorrei riprendermi la bontà, l&#8217;ingenuità, la spensieratezza che si dissolve durante la crescita. <strong>Ora è un tramontar-tradendomi, un macellare le membra e un infilzarsi il cuore.</strong> Canta una civetta alle undici di sera, si mischia il rigurgito del mare a una risata, io passo una sola volta come un giorno d&#8217;adolescenza. Un amico mi avrebbe detto qualcosa, anche di circostanza, magari sfacciatamente buonista, ma pur sempre delle parole avrebbe proferito; magari me le avrebbe sputate in un orecchio. <strong>Qui ora c&#8217;è solo un ronzio, sembra un rantolo di fine agonia.</strong> Credimi non ci vuole nulla a parlare di morte, invece io voglio vivere e voglio rifare l&#8217;amore con la vita.</p>
<h3>Mi è rimasta un&#8217;illusione anni Novanta</h3>
<p>Era possibile un mondo migliore simile a quello dell&#8217;oratorio di una chiesa. Ma eravamo bambini cresciuti male; viziati, troppo legati al seno delle nostre madri avvizzite e alla virilità dei padri ormai imbronciati con la vita. È scorso troppo latte nelle nostre bocche e troppo ne è uscito durante erezioni noiose. Credimi, tutte le gonne erano per noi capanne, ogni buco era qualcosa in cui iniettare gioia, fin quando non ci sono più bastati né i sogni, né i desideri, né le possibilità. <strong>Un fiume ci ha portato via. Non siamo annegati, siamo svenuti e ancora dobbiamo cacciare l&#8217;acqua dai polmoni. Ecco, aiutami a respirare. </strong></p>
<h3>Conclusioni necessarie</h3>
<p>Questo era un mio amico; questa era la sua voce. Ha lottato per non sentirsi stupido e per non farsi dire che in fondo lo era. Voleva stupirmi ancora un po&#8217; con un racconto isterico, voleva che gli dicessi quanto fosse capace a ricordare vita, morte e miracoli di ogni evento. &#8220;Io passo come un giorno d&#8217;adolescenza&#8221;, questa frase la ricordo ancora e la conservo tra le memorie del cuore. <strong>Fino a sedici anni abbiamo giocato a nascondino vicino ai sottopassi della superstrada, poi lui non ha trovato più nessuno. &#8220;Tana libera tutti&#8221;, ma lui non si è mai più liberato.</strong></p>
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		<title>Nessuno è ritornato</title>
		<link>https://www.borderliber.it/nessun-ritorno-narrazione-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jul 2023 01:58:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno è ritornato&#8221; è un racconto di Martino Ciano Ti sei sentito a disagio la prima volta che hai indossato la cravatta, ti rendeva troppo milanese e tu eri uno &#8220;scappato&#8221; dal paesello in cui amavi essere cafone. Cafone vero, di quelli che ne hanno coscienza e che la mattina parlano con i porci, le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Nessuno è ritornato&#8221; è un racconto di Martino Ciano</strong></p>
<p>Ti sei sentito a disagio la prima volta che hai indossato la cravatta, ti rendeva troppo milanese e tu eri uno <strong>&#8220;scappato&#8221;</strong> dal paesello in cui amavi essere cafone. <strong>Cafone vero, di quelli che ne hanno coscienza e che la mattina parlano con i porci, le galline e le capre</strong>; cafone autentico, figlio di un padre e di una madre con le mani sporche di terra, con la parlata dialettale che il tempo non sa tradurre e non sa preservare. E quando hai messo piede a <strong>Milano</strong> a quello pensavi, a ciò che avevi lasciato a mille chilometri di distanza, alle albe annunciate dal canto del gallo, alle quattro stagioni cadenzate da certi riti più pagani che cristiani, ma pur sempre accompagnati da una preghiera a <strong>Gesù Cristo e alla Madonna</strong>, o rivolta a qualche <strong>Santo</strong> che era più potente di loro in certe occasioni, perché si era presa la briga di specializzarsi in una sola materia, e magari lì, nel Paradiso, avevano pensato di promuoverlo alla carica di &#8220;unico e indiscusso protettore&#8221;.</p>
<p>Così quando andasti al lavoro in giacca e cravatta ti sei sentito davvero strano, come colto da una malinconia senza nome che mai avevi provato. Anche perché non ti aveva ancora stretto il collo la malattia <strong>del mutuo a tasso fisso, della rateizzazione che esaudisce ogni desiderio, del consumo di beni non necessari o di bevande che nulla avevano a che fare con il vino fatto in casa.</strong> E poi neanche ci pensavi a certe parole condite da termini anglofoni come <strong>shopping, farm, wellness, beauty e dinner</strong>. Ti piaceva andare a puttane, questo sì, ché una ragazza non riuscivi a trovarla. Tu non avevi grosse pretese, semplicemente provavi vergogna e desiderio per quella carne che potevi scegliere come mai avevi potuto fare.</p>
<p><strong>Vero è che questo accadeva anche a mille chilometri di distanza.</strong> Ti eri laureato a cento chilometri da casa tua, si parlava del mondo e internet te lo mostrava a modo suo. A te piaceva, ma solo guardarlo; restavi comunque ancorato alle tue verità, alle tue tradizioni, <strong>proprio perché certe verità, in certi luoghi, sono tradizioni.</strong> Per te la vita era casa tua. Ruttare dopo mangiato in segno di gratitudine verso tua madre che aveva cucinato era un gesto poetico. E ti piacevano anche le femmine del tuo vicinato, solo che loro si erano fidanzate presto e attendevano il matrimonio, non si erano messe a studiare. Avevano pensato a cose pratiche, a sogni a portata del loro censo. <strong>Le scalate le fa chi si illude di essere immortale.</strong> Solo due ci avevano provato, ma si erano ritirate a casa dopo poco per dedicarsi alla cucina. &#8220;Fatica persa &#8211; diceva tua cugina &#8211; poi muori e lasci tutto qui&#8221;. Questa cosa ti fece incazzare, l&#8217;emancipazione era una cosa seria, tu la sentivi nel corpo e nel cuore, ma in quel paese che tanto amavi cuore e corpo si lasciavano affascinare dai tramonti e da un tranquillo silenzio interrotto dai manifesti funebri.</p>
<h3>Nessuno è ritornato, ma ci abbiamo sperato</h3>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7388 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/07/Fiore_Tortora_Centro.jpg?resize=800%2C622&#038;ssl=1" alt="" width="800" height="622" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>La prima volta che ti sei messo addosso giacca e cravatta non hai capito di che epoca tu fossi, ché da una parte rimpiangevi casa tua e dall&#8217;altra la disprezzavi. E mentre ti assaliva l&#8217;agitazione, visto che da quel giorno avresti dovuto indossare giacca e cravatta tutti i giorni, per decenni, che alla direzione milanese di quella multinazionale era subito piaciuto uno che con i conti ci sapeva fare, <strong>tu ricordasti il tempo in cui vendevi le uova con tuo padre: ai poveri le regalava, ai ricchi li <em>&#8216;mbrusava</em>.</strong> Era &#8220;falce e martello&#8221; lui, sia nei campi che nella vita. &#8220;Io pure so&#8217; padrone &#8211; diceva &#8211; ma non tolgo il pane a nessuno. Preferisco darlo. Sono nato fortunato, c&#8217;ho la salute&#8221;. E tu così sei cresciuto, con queste idee.</p>
<p>Quando sei tornato la prima volta nel tuo paese, dopo quindici mesi dalla partenza, sei sceso dal treno con il sorriso di chi è uscito dall&#8217;ospedale dopo una lunga degenza. Ti sei reso conto che nulla era cambiato e ancora non sapevi se fosse un bene o un male. <strong>Era agosto, da qualche parte avevano tagliato l&#8217;erba, c&#8217;era più gente, ci sarebbe stato anche qualche spettacolo in piazza.</strong> I fossi lungo le strade, però, erano dove li ricordavi tu e persino certi sacchi della spazzatura. Pure certe lamentele erano fatte delle stesse parole che avevi sentito prima di partire; <strong>c&#8217;erano addirittura delle questioni irrisolte di cui tuo padre e tua madre si lagnavano da quando eri bambino.</strong></p>
<p>Arrivato nel tuo paese, nel nido in cui potevi sentirti cafone, <strong>ti sei reso conto che uguali a loro stessi erano rimasti solo gli altri, tu ormai eri fuori luogo, imitavi ma non eri più</strong>, ché ormai avevi Milano in testa e sulla lingua, persino in certe tue espressioni. Tua madre te lo faceva notare e tu provavi vergogna. Era finito tutto senza che te ne accorgessi, come se una forza inconscia ti guidasse affinché non tornassi come eri, ché altrimenti saresti rimasto lì per sempre, nel tuo nido, cioè la tua tomba. E infatti, quando giunse l&#8217;ultima settimana di ferie non vedevi l&#8217;ora di partire. Tua madre, tuo padre, le tue sorelle, i tuoi nipoti, i cugini e i vicini ti davano fastidio con i loro discorsi. Tuo padre ti sfotteva: <strong>&#8220;Milanese, almeno quando muoio mi vieni a trovare?&#8221;</strong>, ché lui aveva capito tutto: <strong>un figlio si cresce e poi si deve perdere, altrimenti ti ruba le donne e la roba.</strong></p>
<p>E tu sei partito. Hai pianto a Milano quando ti è mancato il paese in qualche sera in cui la città ti ha tradito, quando qualche puttana ti è costata troppo, quando qualche amore è servito giusto per riempire la casa per un paio di mesi, quando ti sei reso conto che il tuo destino era legato al premio di produzione. <strong>Poi però il dolore è passato, come se il paese fosse stato il sogno di uno smemorato.</strong></p>
<p>Oggi sei un uomo in giacca e cravatta.</p>
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