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	<title>Uomini Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Noi delusi e frammentati</title>
		<link>https://www.borderliber.it/noi-delusi-e-frammentati-prosa-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 20:04:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Noi delusi e frammentati&#8221; è una prosa di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore  Noi delusi e frammentati, in cerca di ozio e di scuotimento. La bella vita, sempre al sole, come in un Paradiso che sia rifugio dopo un&#8217;esistenza di tribolazioni. Noi delusi e frammentati. Iniziare un viaggio e chiedersi sempre dove si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Noi delusi e frammentati&#8221; è una prosa di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore </strong></p>
<p>Noi delusi e frammentati, in cerca di ozio e di scuotimento. La bella vita, sempre al sole, come in un Paradiso che sia rifugio dopo un&#8217;esistenza di tribolazioni.</p>
<p>Noi delusi e frammentati. Iniziare un viaggio e chiedersi sempre dove si sta andando. Quale destinazione, se non quella della serenità? Eppure non esiste luogo senza rabbia e dolore. Forse l&#8217;Eden è in noi, trapiantato nel seme dei padri, nell&#8217;utero della madre. Forse è prima della nascita.</p>
<p>Noi delusi e frammentati. La prosa cattiva, come una lagna vomitata davanti alla luna piena, è la nostra coscienza sibillina. Nel suo modo di sbranarci internamente ci lancia nel mondo senza carne e pelle. Mai ella si arrende. Ci vuole, ci pensa, ci ascolta, intanto succhia le ossa.</p>
<p>Noi frammentati e delusi. Il trionfo dei sensi, dalla mattina alla sera, è un’estasi per giovani irrisolti. Chiudiamo gli occhi, vorremmo sognare, ma il sonno è un buio incandescente. Un secondo racchiude ore e un cammino, senza aver mosso un muscolo. Al mattino si sbadiglia per la stanchezza.</p>
<p>Noi frammentati e delusi. La libertà è una truffa. Nessuno governa il mondo, neanche un Dio prestigiatore. La Terra-biglia, abbandonata nell&#8217;Universo, è finzione: un ammasso che collassa sotto lo sguardo di un ammaestratore di onde quantiche.</p>
<p>Io, deluso e frammentato, senza posa né grazia, vagando per il mondo, prometto di non fallire. Invoco Dio, le potenze celesti, gli astrologi-cherubini, gli scienziati-stregoni, per dare un senso a ciò che oggi capita, vedo, ascolto, gusto. Mi guardo intorno. È volontà, necessità, concetto, caso, schizofrenia. Niente è vero, tutto è di fronte a me. Oggi qui, domani non so. Vita e morte, sonno e veglia, ora non vedo chi arriverà con me e dopo di me.</p>
<p>Ora che amo, il mondo si è fermato.</p>
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		<title>Il grande cacciatore e altre violenze di Carlo D&#8217;Amicis</title>
		<link>https://www.borderliber.it/recensione-libro-damicis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Dec 2023 01:53:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il grande cacciatore e altre violenze&#8221; di Carlo D&#8217;Amicis, TerraRossa edizioni, 2023 Un&#8217;ironia amara ci accompagnerà per tutte le pagine di questo romanzo breve. La strada scelta dalla protagonista di questo racconto, che è anche la voce narrante, è quella della alienazione. Lei infatti preferisce essere una spettatrice distante, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il grande cacciatore e altre violenze&#8221; di Carlo D&#8217;Amicis, TerraRossa edizioni, 2023</strong></p>
<p>Un&#8217;ironia amara ci accompagnerà per tutte le pagine di questo romanzo breve. La strada scelta dalla protagonista di questo racconto, che è anche la voce narrante, è quella della alienazione. <strong>Lei infatti preferisce essere una spettatrice distante, poco coinvolta emotivamente</strong>, tanto da farci pensare che la sua reazione di fronte agli avvenimenti sia effetto di un trauma che ha provocato un violento distacco dalla realtà.</p>
<p><strong>Ci racconta del suo fidanzato fissato con la caccia e con gli extraterrestri</strong>, della relazione &#8220;poco clandestina&#8221; e accettata, perché si svolge alla luce del sole, con la giovane vicina di appartamento, anche lei convinta sostenitrice di teorie bislacche sugli alieni e sull&#8217;amore universale.</p>
<p>E lei, la narratrice intontita, guarda e racconta come se lo spettacolo che si sta consumando non le appartenga. Eppure, coinvolge l&#8217;intero universo, tant&#8217;è che persino gli animali sembrano avere un ruolo fondamentale; addirittura potrebbero avere la capacità di fecondare gli esseri umani.</p>
<p>In questo triangolo amoroso ironico e cinico è difficile comprendere <strong>chi è il predatore e chi è la preda, chi è umano e chi è alieno;</strong> anzi, è il caso di dire, chi non è ancora alienato. Posti questi elementi possiamo affermare di trovarci davanti un romanzo <strong>&#8220;in cui l&#8217;assurdo è razionale&#8221;</strong>, in cui ogni paradosso distrugge l&#8217;ordine, la normalità, la percezione della quotidianità.</p>
<p>Eppure questa storia esiste, una donna la racconta e il finale, che logicamente non vi dirò, è l&#8217;unica <strong>&#8220;conclusione possibile&#8221;. </strong>Tutto è lineare e schematico e potrebbe essere riassunto in questo modo: <strong>una convinzione non-ordinaria, deflagrante, innesca sistemi di comportamento socialmente accettati, per giunta esaltati.</strong> Si affaccia su questa storia l&#8217;idea di Foucault che <strong>&#8220;la natura sia un&#8217;invenzione umana attraverso cui viene ordinato il mondo&#8221;; </strong>così come sulla trama aleggia lo spettro di <strong>Ballard</strong> e della sua &#8220;critica romanzata della società&#8221;.</p>
<p>Mi permetto di aggiungere che certi passaggi di <strong>&#8220;Il grande cacciatore e altre violenze&#8221; </strong>mi hanno richiamato alla mente <strong>&#8220;La stanza da bagno&#8221; di Toussaint</strong>, libro di cui poco si parla, anche perché diventato di difficile reperibilità. Ma sia ben chiaro, <strong>mettere dei rimandi in una recensione serve sempre per dare al lettore una traccia, un solco da seguire</strong>, D&#8217;Amicis ha certamente il suo personale stile asciutto, privo di orpelli, tanto da rendere ogni elemento una cronaca dell&#8217;assurdo alla quale non si può non credere.</p>
<p>E siccome un buon lettore non può non lasciarsi catturare dal <strong>non-scritto di un romanzo</strong>, ecco che in questo viaggio ci troveremo catapultati su quel confine sottile tra paradossale e normale, tragico e ironico, tanto da dover sopportare quella sensazione di rottura con il nostro <strong>amore per l&#8217;ordine. </strong>Troveremo inoltre quel senso del &#8220;selvaggio&#8221;, ossia del dionisiaco, in cui una caotica emozionalità genera-distrugge-rigenera senza inibizioni.</p>
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		<title>La novità (Terza parte)</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-novita-terza-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2022 23:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Alieni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Gennaro Lento Nonostante l’ora grave e fatale, appena terminato il desinare il pastore Pino cedette a quel vinello traditore e si addormentò pesantemente e con la bocca aperta. Subito prese a sognare di splendide alienesse che lo circondavano con le loro morbide spire e lo portavano dietro ai cespugli per esperimenti inenarrabili, mentre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Gennaro Lento</strong></em></p>
<p>Nonostante l’ora grave e fatale, appena terminato il desinare il pastore Pino cedette a quel vinello traditore e si addormentò pesantemente e con la bocca aperta. Subito prese a sognare di splendide <em>alienesse</em> che lo circondavano con le loro morbide spire e lo portavano dietro ai cespugli per esperimenti inenarrabili, mentre il mago Strano lo guardava sorridente con il suo pizzetto nero, scuotendo il gran testone in segno di approvazione. E proprio quando stava per avere il suo primo incontro ravvicinato del terzo tipo, sentì il vocione squillante di zia Finuzza che cercava di strapparlo alle creature extraterrestri con minacce e improperi, mentre sullo sfondo del sogno gli amici del bar ridevano con i denti di fuori. <em>Neanche nelle mie fantasie mi lasci in pace, vecchia megera.</em></p>
<p>– Svegliati, svegliati su, – gli diceva la voce, mentre una mano gli scrollava bruscamente la spalla.</p>
<p>Ancora impastoiato tra i lacci del suo metabolismo interno, il pastore fece fatica a raccapezzarsi, come quando la mattina presto la zia lo strappava al sonno senza tanti riguardi.</p>
<p>– Mò arrivo, zia, dammi cinque minuti, – biascicò inebetito.<br />
– Ma senti a questo! Quali cinque minuti? E svegliati! Possibile che dormi pure in un momento del genere? – la voce si era fatta aggressiva.</p>
<p>Il pastore Pino si svegliò di colpo e vide su di lui gli occhi tondi del capo dei Vigili Petrasso e di altri cinque o sei paesani. All’improvviso si ricordò dell’astronave e scattò sulle proprie gambe come fulminato. Dentro di sé prese a maledirsi furiosamente per aver ceduto alle sue debolezze, invece di restare sveglio e all’erta a custodire la scoperta. Li conosceva quelli, sempre pronti a fregarti se non stavi attento. Non voleva che si accaparrassero gli onori dell’avvistamento, era stato lui a vederli per primo, erano atterrati nel suo terreno in mezzo alle sue pecore. I marziani erano suoi.</p>
<p>– Avete visto? Avete visto la novità? – strepitava impettito come un galletto in mezzo all’aia, – gli alieni!<br />
– Certo che li abbiamo visti, non siamo mica ciechi, – rispose Petrasso.<br />
– O addormentati, – aggiunse uno dei presenti, provocando le risatine degli altri.<br />
– Stai tranquillo, Pinù, – disse Petrasso mettendo una mano sulla spalla del pastore e leggendogli nei pensieri, – lo sappiamo che li hai visti tu per primo, non ti preoccupare. – A sentire queste rassicurazioni il poverino abbandonò l’atteggiamento guerresco afflosciandosi come un soufflé tenuto troppo in forno.<br />
– Avete chiamato i carabinieri? – disse mentre si ripuliva gli abiti da fili d’erba e briciole di pane.<br />
– Eh, è una parola, – il capo dei Vigili alzò gli occhi al cielo mentre con la punta del piede disegnava un semicerchio nel terreno.<br />
– Perché?<br />
– Stamattina non funziona niente, Pinù, – allargò le braccia sconsolato, – telefoni, radio, televisione. Tutto muto. Pure le macchine non partono, ce la siamo dovuti fare a piedi dal paese fino a qui. Deve essere questo coso che provoca interferenza, – disse indicando l’astronave.<br />
– E mò? – fece il pastore con tanto d’occhi.<br />
– E mò niente, ho mandato un paio di persone ad avvertire il sindaco e gli assessori e ho incaricato Rafelone di sequestrare una bicicletta e correre in città a chiamare i Carabinieri. Speriamo che gli credano, ho i miei dubbi. Forse dovevo andare io.</p>
<p>Il pastore riprese a grattarsi il capo nel suo consueto gesto di riflessione.</p>
<p>– E le televisioni, le avete avvertite le televisioni? – esclamò con tono improvvisamente allarmato.<br />
– Le televisioni? Questo pensa alle televisioni! Pinù, ma l’ha capita che non funziona più nulla in paese? Come le avvertivo le televisioni? Quando arrivano i Carabinieri ci penseranno loro alle cose da fare.<br />
– Ma tu non capisci, questa è un’occasione unica per tutti noi! – disse prendendo il braccio di Petrasso e scuotendolo energicamente. – Appena si diffonderà la notizia lo sai quanta gente vorrà venire a vedere questa novità? Da tutto il mondo verrano! Questa cosa ci cambierà la vita!<br />
– Stai calmo Pinù, è capace pure che arriva l’esercito e sequestra baracca e burattini e tanti saluti alla novità. Queste cose non si sa mai come vanno.<br />
– Ho letto in una rivista, – s’intromise uno degli uomini, – che questi alieni atterrano un po’ dappertutto e che i governi ce lo tengono nascosto perché dicono che non siamo pronti.<br />
– Ma quando mai hai letto una rivista tu? A parte Le Ore, e quella mica si legge, – lo apostrofò sghignazzando un altro.<br />
– Che poi non capisco perché vengono ad atterrare propria qua, – fece un terzo allargando il braccio a comprendere il panorama, – in mezzo a questa terra ignorante.<br />
– Forse gli si è rotta l’astronave e sono stati costretti a un atterraggio di emergenza.<br />
– Si, mò i marziani se ne vanno in giro per lo spazio con una macchina scassata come la tua 127, – lo rimbrottò il pastore Pino, – si vede che gli piaceva questo posto, che ne sai tu. Che ci manca qui? Non ci manca niente.<br />
– Si, come no? Un paradiso in terra, – fece sarcastico il capo dei Vigili. –Piuttosto, dimmi come sono andati i fatti, Pinù. Che cosa hai visto?<br />
– Ero seduto qui a farmi i fatti miei, – disse il pastore aggrottando le sopracciglia, – quando questa cosa è arrivata senza neanche fare rumore e Plof, si è piazzata in mezzo alle pecore e poi basta, non si è più mossa.<br />
– Niente, neanche un rumore, una luce?<br />
– Niente di niente, te lo posso giurare, – fece il pastore portandosi due dita all’altezza delle labbra, – l’ho tenuta d’occhio per tutto il tempo.<br />
– Si, pure quando dormivi, – incalzò caustico uno degli uomini, – è capace che mentre russavi questi sono usciti e ti hanno ballato il tip tap davanti e tu neanche te ne sei accorto.<br />
– Pinù, non è che ti hanno messo qualche sonda dentro e mò siete fidanzati? – presero a canzonarlo.<br />
– Tanti auguri e figli maschi!<br />
– Vafangulu!</p>
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		<title>Un Dio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-dio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 05:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Olimpo]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Albino Console C’è stato un tempo in cui all’uomo era concesso scegliere il proprio Dio. L’Olimpo annoverava un folto catalogo di divinità che incarnavano virtù umane. Si pregava per la bellezza, così come per la forza o meglio per la saggezza. Quelle stesse preghiere davano forza agli Dei, che se ne beavano, soddisfacendole a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Di Albino Console</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è stato un tempo in cui all’uomo era concesso scegliere il proprio Dio. L’Olimpo annoverava un folto catalogo di divinità che incarnavano virtù umane.<br><br>Si pregava per la bellezza, così come per la forza o meglio per la saggezza. Quelle stesse preghiere davano forza agli Dei, che se ne beavano, soddisfacendole a loro piacimento ed aumentando nell’uomo la bramosia e, di conseguenza, le preghiere a loro dedicate. <br><br>Nel tempo il rapporto con le divinità divenne sempre più complesso. Gli uomini aumentarono le richieste e ognuno di loro cominciò a vivere della sua materia, immediata e tangibile. L&#8217;individuo si accontentò sempre più di soddisfare la carne a discapito dello spirito. <br><br>Così nuovi Dei si affacciarono sulla terra. Si chiamavano denaro e tecnologia. Grande potere fu concesso all’uomo con l’aiuto della tecnologia. Ogni era ha visto un’evoluzione ed una semplificazione della vita proprio grazie alla tecnologia che, però, era gelosa del denaro, senza cui l’uomo non poteva dominare la prima. <br><br>L’uomo stesso cominciò a pregare solo il Dio denaro e a bramarne la presenza. Così la tecnologia decise di rivoltarsi contro l’umanità, che invocandola l’aveva creata. L’uomo ha creato divinità dall’alba dei tempi senza rendersi conto che Dio è ogni uomo, Dio è in ogni cosa ed ogni cosa è Dio, dimenticando che l’unico Dio di cui si dovrebbe temere il giudizio è anche l’unico che ogni uomo è destinato a vedere una volta in vita e di cui nessuno ha mai consegnato memoria, perché la vita, non è fatta di solo vivere. <br><br>Se cercate un Dio, chiudete gli occhi, e già in voi, ma non beatevi della sua presenza, perché lo troverete anche nel cuore del peggiore dei vostri nemici, vostro inconsapevole Fratello.</p>
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		<title>Una mano</title>
		<link>https://www.borderliber.it/una-mano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 16:29:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Plotone]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un racconto di Alessia Antonucci. Buona lettura Davanti a tutti, alla schiera di uomini e donne armati, c’è quella mano. Uno scatto per dire che si deve fermare quell’odio che porta alla cancellazione dell’esistenza. Quel rancore che scava e corrode ogni vena dell’anima. Quella superficialità che mischia ogni cosa, come se non ci fosse nessun [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Un racconto di Alessia Antonucci</em></strong>. <strong><em>Buona lettura</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Davanti a tutti, alla schiera di uomini e donne armati, c’è quella mano. Uno scatto per dire che si deve fermare quell’odio che porta alla cancellazione dell’esistenza. Quel rancore che scava e corrode ogni vena dell’anima. Quella superficialità che mischia ogni cosa, come se non ci fosse nessun senso in questo marasma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una mano davanti: cinque dita che si aprono, mostrando le line segnate sul palmo della mano. Qualcuno, in un periodo diverso, ne avrebbe letto a suo modo il significato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’amore, la fortuna, il destino, i figli. La vita. Sì, la linea della vita. Ma ora che non suonano le campane da tempo, che intorno è fumo, che ovunque sembra riecheggiare un vento di tempesta, pensare alla linea della vita sembra un paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, quella mano che si mette davanti a tutto e a tutti cerca d’indurre al “cessate il fuoco”. Basta con l’odio e il rancore, la sofferenza e la violenza. Anche quella delle parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La schiera di uomini e donne armati se ne sta lì: la fronte corrucciata. Gli occhi vitrei. Le mani strette a pugno. Le gambe e le braccia granitiche. I pensieri sovrastano le espressioni che vogliono essere glaciali, dimostrare che nessuno può comandare loro, prendere il loro posto. Nessuno può estrometterli, proprio ora che hanno quasi tutti in pugno. Ma i pensieri si assemblano in nuvole, alcune dai contorni così forti che sembrano contenere ogni sillaba e ogni vocale, intrecciate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stanchi anche loro? Questi uomini e donne armati hanno lavorato sodo per portare tutto l’odio tra le persone. La cenere è lì fumante. I ghigni, però, non fanno più eco. La strage delle emozioni è quasi superata: tutto ciò che portava speranza, ottimismo, altruismo, benevolenza e amore si è cercato di annientarlo. Hanno lavorato duramente: repressioni di abbracci, scudi sui baci, spade di parole e di minacce. Sguardi con comandi incorporati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volevano incutere terrore e ci sono riusciti. Quei capelli sudici, quell’olezzo che accompagna ogni loro passo sono il simbolo di una conquista nel tempo. Un tempo non più scandito dalle ore ma dai nomi aggiunti nella lista. Un elenco puntato con le vittime sacrificali di queste giornate senza fine, di questa apocalisse che ha scavato ogni persona. Quell’olezzo è il simbolo di un traguardo raggiunto, di un altro uomo, di un’altra donna fatti prigionieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prigionieri in una gabbia invisibile agli altri. Questo li fa impazzire ancor di più. Non hanno catene attorno; non sono reclusi dietro sbarre materiali. Ma il loro libero pensare e le loro libere emozioni sono cristallizzati. Ghiacciati. È come se non ricordassero nemmeno più cos’è la speranza. Come potrebbero del resto? Le case si stanno accartocciando su se stesse. I balconi sono invasi da piante grasse e da erbacce che si allungano sui muri e raggiungono i piani di edifici storici. Crepe ne disegnano il passaggio di vento e grandine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le bandiere e gli stendardi sono consumati ai bordi, scoloriti al centro dal sole e mangiucchiati un po’ ovunque dalle tempeste emotive che hanno buttato pioggia di veleno su ogni cosa. Le antenne arrugginite e ammassi di elettrodomestici per le strade, con gatti randagi che hanno preso il sopravvento e gestiscono il traffico dei passi, creano contorni simili in tutte le vie del paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ne sono disfatti tutti, di quelle tv, stanchi di sentire le stesse notizie. «Ce la troviamo noi la verità. Ci vogliono imporre di stare a casa. Di non avere una vita. Di buttare nel cesso il nostro lavoro. Parlano di regole, ma le nostre che fine hanno fatto? Ce la troviamo noi la verità». Così avevano detto in tanti dopo giorni uguali a se stessi, notiziari che sembravano doppioni degli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sfilza di nomi, di bare allineate, di carri armati, di suoni di tromba per intonare il silenzio. Di lacrime ormai sbiadite. Di mani tra i capelli. Di preghiere rivolte al cielo. Di canti ripetuti all’infinito per chiedere l’intercessione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stanchi di immagini non più proiezioni delle loro ambizioni, delle loro opportunità, hanno iniziato a seguire meno i notiziari, a leggere di meno i giornali e a documentarsi sui social, come se tutta l’enciclopedia umana si fosse concentrata lì. Racchiudendo in un imbuto ogni possibile scoperta. Ogni ricerca. Scambi di like: ogni commento sale nella scala della verità assodata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, in segno di ribellione hanno gettato la TV al plasma. Ma si sono tenuti i pc, droga sintetica di cuori affranti e di anime incontrollabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adunata consentita alle 7 di mattina e dodici ore dopo: quando il drone sorvola le strade e continua a cannibalizzare ogni emozione. La bramosia di ascoltare il messaggio, in quell’appuntamento quotidiano immancabile, fa mettere da parte ogni cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti sul balcone: chi con i capelli arruffati, chi con le ciglia finte, chi con trucco pesante sugli occhi. Molti hanno le occhiaie: non ci tengono a sprecare il loro tempo a truccarsi. Se di eroi si vuol parlare, meglio far vedere come questa guerra li ha ridotti. Loro che resistono con il nero sotto gli occhi, gli zigomi scavati, le cicatrici evidenti ai lati della bocca e intorno alle mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una moltitudine che ha smarrito se stessa. Senza la forza di ritrovarsi. Questi pensieri ormai annebbiati fanno star meglio tutti, o quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, perché c’è chi nel buio, lontano da quei balconi, resiste. Continua a guardare le rondini che fanno ritorno dopo l’inverno. Che svolazzano nel cielo, in un cinguettio più dolce di quello emesso dal drone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli occhi, richiusi in un cannocchiale, fissano il pergolato di glicini, con chicchi che sembrano toccare l’asfalto. Aumentano la lente per guardare meglio in quell’ammasso di colore che fa pulsare sangue in ogni vena. Ossigeno. Quel colore è ossigeno. È vita, proprio come le api che ronzano nel glicine, che mandano messaggi e continuano laboriose a portare avanti la loro eredità. Instancabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza farsene accorgere, quella mano gira il binocolo in direzione dei terrazzi: qualcuno non ce la fa ad aspettare l’appuntamento con chi ha imprigionato la sua mente. Così, si mette scarpette da tennis, tuta fucsia fosforescente, una fascia tra i capelli tinti di un nero così forte da rimandare alle tenebre, e inizia a camminare. In 5 metri quadrati scansa le piante grasse, le erbacce e conta i passi per arrivare a mille. Beve una bibita energetica: quel sole non ci voleva. Rischia di far vacillare tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, con una mossa ardita, il cannocchiale gira verso il mare: lì nessuno è più andato. Sulla spiaggia ci sono cespugli di erba e di paglia. I rami secchi, corrosi dalle onde, sono disseminati sui granelli, proprio lì dove i bambini costruivano i loro castelli di sabbia, con pietre a fare da ponte levatoio e a circondare le mura della fortezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I pesci, finalmente, nuotano tranquilli in quel blu intenso: hanno ritrovato la loro libertà. Se ne sguazzano nei fondali. Facendosi strada tra la Poseidonia e alghe di ogni specie, rispolverano vecchie tane e si ci intrufolano dopo aver “passeggiato” nell’acqua, catturato le prede o essere scampati a qualche letale attacco. È la vita. E vivono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni tanto in quell’ammasso di blu e di celeste, scende la luce del faro. Accecante. A intermittenza, il cono di luce crea forme sempre uguali che, però, le onde mutano. Quasi a dire che la mano dell’uomo, le invenzioni, ogni cosa che non è prevista in questo cosmo naturale, è sovrastato. Non ucciso. Semplicemente superato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Prendimi la mano. Non avere paura». Sono impietrita davanti a questi uomini e donne armati. Vedo le loro ombre allungarsi sulla strada sporca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da mesi si può uscire di casa, ma nessun ci crede che il peggio è passato. Che una nuova realtà si deve costruire. Che si può andare avanti. In quelle gabbie invisibili, preferiscono restare. Le stagioni passano, ma l’annebbiamento del loro intelletto resta. È un’iniezione che rischia di essere fatale. Con tanti ci è riuscita: lentamente sono stati sopraffatti dalla pazzia, in quella lotta incessante tra ragione e sentimento che li ha sfiniti. Consumati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono uscita questa notte. Avevo voglia di passeggiare. Di prendere aria. Ne avevo bisogno come il miele al sapore di lavanda quando la sera mi butto sul letto, tra libri, una tazza di camomilla e quaderni su cui annoto pensieri, sensazioni. Non pensavo di trovarmi di fronte gli uomini e le donne armati. Avrei dovuto capirlo da quel tanfo che ha invaso le mie narici mentre camminavo per strada. Ma la sensazione di poter uscire, di guardare a destra e sinistra, avanti e indietro, era così forte da non farmi sentir nulla, se non il ritmo accelerato del mio cuore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si stava atrofizzando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse hanno sentito il rumore dei miei passi. Forse hanno annusato il profumo intenso dei miei pensieri, delle mie emozioni. Forse hanno avuto una soffiata. Non so, in tutta sincerità, come sono arrivati a me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Me li sono trovati davanti. Armati fino ai denti. A farmi paura non tanto i fucili e quei pugnali, incastrati tra tute nere e pezzi logori di lenzuola sulla fronte. Il tuffo al cuore me l’ha provocato quel loro sguardo: i loro occhi cercavano di invadere i pensieri, i miei. Di ordinarmi a rientrare. Perché il mio gesto poteva avere reazioni a catena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevano già represso delle sommosse. Da giorni, però, non ce ne erano più. Quella mia “pazzia” doveva essere contenuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi hanno detto qualcosa, ma il mio cervello non ha decodificato il messaggio. Volevo solo continuare a fare il giro dell’isolato, sporgermi un po’ dal costone roccioso, guardare oltre l’orizzonte. Dare libero sfogo alle mie emozioni, alla speranza che ho continuato ad alimentare, anche quando non avevo cibo abbastanza e raggi di sole forti a scaldarmi. Anche quando stavo crollando sotto il peso di ogni presagio, in quel girotondo di fantasmi che reclamano la gloria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavano per attaccarmi: nessun contatto fisico, però. Un fucile – credono sia stata una bella invenzione – spara una rete. Si mettono in cerchio e ti sommergono con quella fitta trama che sa di marciume, come ha urlato chi è stato fatto prigioniero prima di scomparire nella propria casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vedevo poco. Annebbiata. Non so come mi sono ritrovata quella mano davanti. Quelle cinque dita aperte per fermare un’altra carneficina di un’anima speranzosa. A quella mano se ne sono aggiunte poi altre: tutte davanti a formare un muro. Di diversa lunghezza, con diverse venature che ne solcavano la pelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i due schieramenti c’è stato uno scambio di pensieri. Una lotta che non sono riuscita a leggere appieno. Il mio sguardo era posato su quelle mani che formavano un circolo di uomini e donne pronte a liberare gli altri dal giogo. Due, all’improvviso, si sono staccate. Qualche passo indietro. Mi hanno raggiunta. Sento ancora quella sensazione delle dita intrecciate alle mie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ti tengo stretta. Ora non ti lascio più andare».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella voce. Tutto è diventato più chiaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La lotta di pensieri è continuata per un po’. Poi i primi cedimenti. Diffondere odio e paura pare abbia fatto abbassare le difese immunitarie di questi uomini e donne armati. E quella catena di tessere di domino ha iniziato a sgretolarsi. Il peso della speranza è forte. Le loro spalle stanche non riescono più a supportarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si contorcono. Spasmi. Lamenti prima trattenuti poi amplificati nelle strade non più deserte: dai balconi ci sono decine e decine di occhi che guardano. La scena è ripresa dai telefonini e rimbalza ovunque nell’etere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il candore acceca la visione. Quel bianco, che ritorna tra le immagini sepolte dall’orrore, porta a galla sentimenti dimenticati. E iniziano a spuntare timidi sorrisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli uomini e le donne armati si stanno arrendendo. Un ultimo sforzo prima della resa dei conti. Si inginocchiano. Non chiedono scusa, non dicono nulla. Si mettono le mani davanti il volto per proteggersi. Temono per la loro sorte, per quella vita che si è ridotta a comandi e a ricariche di odio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi era sui balconi inizia a cercare tra le viscere delle emozioni. Scandaglia fino a pescare un barlume di coraggio. E lo porta per strada. Non si accaniscono, però, contro gli uomini e le donne armati. Hanno pietà di loro. E, con un gesto dettato dal cuore, mettono le loro mani accanto alle altre. Allungando quel muro multiforme che si rinforza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo mesi di apatia, arriva la prima lacrima. Fa un rumore strano. Gli altri non ne sentivano uno così da tempo. Si voltano. E quegli occhi cominciano a vedere chi sta di fronte. Riconoscono il volto, gli occhi, la fronte, persino i gesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto il paese è sceso per strada. Risvegliato da richiami lontani. La gallerie dei volti umani si amplia. Quelle mani diventano piano piano abbracci. Quelle righe attorno alla bocca fanno spazio a sorrisi. Quelle parole cominciano a formare messaggi non più di circostanza ma di umanità. Un “bentornati” nella mia vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno ha dato il comando. Sono stanchi tutti di prendere ordini. E di imporne. Quelle mani si allungano verso gli uomini e le donne armati, rannicchiati su se stessi. Tendono un aiuto per rialzarsi, per risollevarsi e gettare quel senso di colpa che potrebbe rosicchiare ogni centimetro del loro essere. Ucciderli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno di loro accetta. Poi gli altri seguono il gesto temerario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo uno rimane in ginocchio, con la fronte posata sull’asfalto. Vuole restare lì. Con armi che ormai non incutono più timore. Non sanno cosa ne sarà della sua vita, ma certo lo aiuteranno, perché chi ha provato l’orrore, chi è uscito dal vortice della distruzione emotiva, non lascia un suo simile a squamarsi la speranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intorno è una festa strana. Tutto il resto è un susseguirsi di emozioni capovolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io sono frastornata. Volevo solo uscire a prendere una boccata d’aria. Le mie mani non sono più intrecciate a quelle due che si erano staccate. Gli occhi hanno ringraziato. I passi fanno tutto il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sospiro. Il sole è filtrato nella stanza, con lo scacciapensieri che tintinna sopra la finestra. È un nuovo giorno. Sento una strana sensazione, come se le mie mani avessero riavvertito il senso del contatto. Mi volto dall’altra parte. Non c’è nessuno. Non so che sia successo la scorsa notte, ma devo smetterla di bere troppi caffè.</p>
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