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	<title>Scrittura Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Giuseppe Genna ci parla del suo &#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 22:02:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver recensito per BorderLiber &#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;, Alessio Barettini ha intervistato Giuseppe Genna. Una chiacchierata a tutto tondo con lo scrittore milanese che non ha mancato di lanciare, come nel suo stile, qualche saggia provocazione. Buona lettura Leggendo &#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221; si ha l’impressione che tu ti sia divertito. Che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver recensito per <strong>BorderLiber</strong> <a href="https://www.borderliber.it/luomo-che-non-doveva-tornare-di-giuseppe-genna/"><strong>&#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;</strong></a>, <strong>Alessio Barettini</strong> ha intervistato <strong>Giuseppe Genna</strong>. Una chiacchierata a tutto tondo con lo scrittore milanese che non ha mancato di lanciare, come nel suo stile, qualche saggia provocazione. Buona lettura</p>
<p><strong>Leggendo &#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221; si ha l’impressione che tu ti sia divertito. Che dopo anni di lavoro di scrittura che scende in profondità, che trivella il presente e scandaglia il futuro, tu abbia deciso di guardare tutto dall’esterno e, in qualche modo, tirare le fila. È così?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> A dire il vero, le cose non stanno del tutto in questo modo, anche se, senza saperlo, tu cogli un elemento essenziale che ancora non si è sviluppato del tutto, poiché è in via di evoluzione. Ciò che una volta fu il narratore onnisciente, in questo libro e in quello che seguirà prossimamente, attiene a una diversa natura, anche dal punto di vista della tecnica e dell&#8217;impostazione narratologica. In questo libro tutto è completo e al contempo insufficiente, però è cosa certa che un occhio guarda dall’esterno. Non soltanto: un’intelligenza valuta tutto ciò che essa stessa mappa, prescrive e, come sta accadendo nell’attuale passaggio storico, linguifica – scrivendo e parlando. Nell’apparente thriller <strong>&#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221;</strong> il titolo è ambiguo e in quell’ambiguità stanno le ragioni dello sviluppo posteriore del libro stesso.</p>
<p>Fatte queste considerazioni, non mi diverto mai, se lavoro a un libro, nel senso in cui suggerisci. Piuttosto c’è da rilevare nel libro l’elemento apparentemente comico di una faccenda tragica. La deformazione fisica (alcuni personaggi, come la homeless, i due calabresi Spavento e Manzuni, oppure quel Calimani che è collega storico dell’ispettore Lopez ), la deformazione della geografia ormai priva di scala e in cui ogni località vanta una celebrità geometrica nell’occhio equalizzante di <strong>Maps</strong>, oltreché la deformazione architettonica (il locale Paradiso) guardano certamente a una tradizione canonica, dalle tavole di <strong>Apocalypsis cum figuris</strong> di Albrecht Dürer al <strong>Teatro Naturale</strong> di Oklahama in <strong>Amerika</strong> di Franz Kafka. Questo deformarsi in direzione di cieli metafisici o di sismi storici è un elemento narrativo, una componente specifica narrativa e non poetica direi, che mi ha sempre affascinato.</p>
<p><strong>Un’altra cosa che notavo recentemente e di cui vorrei avere una tua opinione riguarda il modo con cui fai muovere l’ispettore Lopez, ovvero attraverso le fitte maglie della contemporaneità. Questa scelta non ti ha spaventato? Voglio dire, sembra che molti scrittori contemporanei, almeno in Italia, abbiano difficoltà a inserire la loro narrativa nella storia contemporanea. A te questo procedimento non solo sembra che non intimorisca, ma che ci sguazzi. Come mai secondo te la letteratura italiana avverte questa distanza?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> La narrativa e la poesia italiane contemporanee le frequento, ma prediligo autrici e autori stranieri, per quanto questo paradossale esilio linguistico, pur risiedendo in patria, sia per me duro e difficile da affrontare. Uno dei momenti più alti della mia esistenza intellettuale è stato sicuramente il dialogo che ho avuto l’occasione di intrattenere dal vivo con <strong>Don De Lillo</strong>, quando Einaudi pubblicò la versione italiana del suo <strong>Zero K</strong>. DeLillo articola la storia passata, quella presente e quella futura secondo metriche che investono non soltanto il linguaggio, ma il pensiero e i suoi arconti, cioè il destino e la casualità, il tempo cosmico e quello extracosmico, le velocità che tollerano o impongono il superamento delle costanti della bolla universale in cui si sviluppa l’ambigua vicenda della nostra specie.</p>
<p>Se <strong>Underworld</strong> designa l’abbraccio finale a una storia ancora comprensibile secondo linee spezzate del presente di allora, quello che avanzava accelerando ai tempi della scrittura di quell’opera, con <strong>Zero K</strong> e con il precedente <strong>Point Omega</strong> si ha una visione complessa dell’intreccio tra metafisica e storicità. Si applicano in <strong>DeLillo</strong>, a questa altezza, i canoni estetici di una narrativa filosofica e poetica che per paradosso non ha nulla a che vedere con i generi stessi o con classificazioni per periodi. <strong>Zero K</strong> non è fantascienza e <strong>Point Omega</strong> non è postmoderno. Se consideriamo il dittico finale dell’opera di <strong>Cormac McCarthy</strong>, cioè <strong>The Passenger</strong> e <strong>Stella Maris</strong>, ci troviamo nuovamente a quelle coordinate per cui la storia non coincide mai con sé stessa né tantomeno inerisce alla documentazione che prova a classificarla, a certificarla, a mapparla.</p>
<p>La storia storica, quella del presente, entra in <strong>Michel Houellebecq</strong> in modo mirabile, a volte addirittura se ne avverte un’eco quasi profetica, anche se la sua letteratura anticipa di poco tempo i fatti della cronaca o della storia. Non è profezia, bensì lettura del testo della realtà, che comporta sempre un numero ristretto di possibilità, estremamente evidenti e prevedibili allo sguardo dell’intellettuale e dell’artista. <strong>&#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221;</strong> è una parte autoconclusa proprio di un dittico. La storia non è più una, così come la distinzione tra vero e falso o qualsiasi categoria di interpretazione del mondo. Il libro ha per oggetto questa trasformazione genetica della storia, perché la questione oggi mi pare la possibilità del salto di specie, cioè l’avvento di un passaggio in cui la storia umana non sarà più leggibile secondo le linearità a cui eravamo abituati. Si è sotto mutazione, con le macchine che premono per innestarsi nella cognizione, nell’emozione e nel corpo.</p>
<p>Non so come sia possibile prescindere, non dico nell’atto poetico, ma certamente in quello narrativo, da un momento storico di trasfigurazione dell’umano come l’attuale. L’enciclica di <strong>Leone XIV</strong>, che peraltro è citato in incipit del libro, si intitola <strong>Magnifica Humanitas</strong> esattamente per questi motivi. Probabilmente questo tipo specialissimo di letteratura, cioè la teologia, è in piena fioritura, mentre altrove cade l’immagine, cade la parola e cade il suono, per dirla con <strong>William Burroughs</strong>.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-16302 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2026/08/formatconvert_20260801_173656_60173235719491792748145.jpg?resize=800%2C421&#038;ssl=1" alt="L'uomo che non doveva tornare" width="800" height="421" data-recalc-dims="1" /></p>
<p><strong>Mi sembra che tu abbia disseminato il romanzo di piccole citazioni, giocando con il lettore. Me ne sono accorto perché una frase mi ha ricordato una vecchia canzone di Bertoli, poi ho letto un post in cui qualcuno notava lo stesso atteggiamento, questa volta verso Giulio Mozzi. Questo discorso mi sembra si inserisca in quello della recensione fatta da Claude e che hai pubblicato sul tuo profilo Facebook e sul tuo sito (www.giugenna.com). Del resto il ruolo delle IA ti affascina da tempi non sospetti, e forse nelle frasi brevi del tuo romanzo, nella tua sintassi spezzata e asfittica, si potrebbe intravedere, se non una comunanza di stili, almeno il tuo interesse per certe forme di scrittura?</strong></p>
<p><strong>R: </strong>Non si tratta di un esercizio ironico, il che poteva forse darsi in un periodo globalmente industrializzato come l’epoca estetica definita postmoderna. Se alcune vibrazioni da <strong>Wallace Stevens</strong> o da<strong> Paul Celan</strong> o da <strong>Franco Battiato</strong> sussistono nel testo, non è per un gioco enigmistico o enigmatico. Piuttosto ciò avviene perché credo che abbiamo tutti a che fare con un momento di passaggio assai simile a quello che realizza <strong>T.S. Eliot</strong> con La terra desolata (continuerei a tradurre in questo modo <strong>The Waste Land</strong>). Alla fine di quel poema, un brandello di <strong>Gérard de Nerval</strong> sta accanto a un residuo di <strong>Dante Alighieri</strong>: non è la discarica della storia e nemmeno la restanza confusa di una cultura centrifugata, bensì si tratta delle “bianche ossa” che restano in punta di evoluzione e sparizione della specie.</p>
<p>Il discorso sulle e della <strong>Intelligenza Artificiale</strong> è ovviamente molto complesso. E anche opaco, a partire proprio dalla questione che si definisce tecnicamente dell’opacità dei processi a cui assistiamo con i sistemi linguistici dell’A.I. conversazionale. Si definiscono opachi, perché non sappiamo cosa e come avviene davvero nel processo decisionale che restituisce un risultato discorsivo stratificato e coerente. Siamo nell’ignoranza che è sempre una condizione beata e dannata, mentre una macchina dei saperi si alimenta e si mette progressivamente in moto in maniera sempre più autonoma. L’<strong>Intelligenza Artificiale</strong> è l’ultima lettrice della nostra storia. L’umanità pare molto disinteressata alla forma libro e al fatto letterario, mentre l’A.I. esercita un’ossessiva attenzione a ciò che è scritto. Qualcosa di scritto è un testo eccezionale di <strong>Emanuele Trevi</strong>, risalente a qualche anno fa. Il titolo (e ovviamente il corpus stesso del libro, poiché il titolo è una citazione da Pasolini) definisce una sintesi perfetta dell’ambiguità attuale. Ambiguità che certifica una nuova ontologia del testo, stavolta a prescindere dall’umanità. Qualcosa è scritto, non si sa se da un umano e precisamente cosa.</p>
<p><strong>In questo periodo quali sono gli autori che leggi e che ti interessano di più?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Ho molto diradato le letture letterarie e contemporanee. Sono vittima infelice di un’interruzione continua e di un sovraccarico informativo del complesso nervoso, un po’ come tutti in epoca digitale. Sono pochissimo presente sui social anche per questo, non manco ma ho limitato quasi del tutto gli interventi o, per dirla con<strong> Norman Mailer</strong>, la pubblicità per me stesso. Mi ritrovo in letture perenni che sono le “bianche ossa” della formazione umanistica. Frequento la filosofia occidentale e orientale, le scritture universali che attraversano l’arco storico, mi espongo soprattutto alla poesia, non soltanto quella contemporanea o moderna.</p>
<p>Mi trovo ad avere a che fare con un verso che per giorni mi tiene inchiodato, con una parabola evangelica o un sermone che mi paralizzano per una settimana e con un sutra o un’immagine o un passaggio sonoro mi accade lo stesso. Tutto mi sembra avere acquisito un peso decisivo. Mi pare attualmente incongruo per me leggere in modo onnivoro, anche data l’enormità della proposta attuale, dove sono in risalto decine di titoli comunque fondamentali (come fai a non leggere cosa sostiene <strong>Giorgio Parisi,</strong> cosa afferma <strong>Raymond Kurzweil</strong>, cosa teorizzano <strong>Henry Kissinger</strong> prima di morire o<strong> Mario Draghi</strong> in sospensione attica, cosa rivelano su <strong>Enrico Mattei</strong> Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo? – giusto per fare alcuni nomi tra le centinaia di possibili).</p>
<p>Tra le arti, poi, quella più viva mi pare il cinema, nonostante l’abominio mainstream. Film come <strong>Bardo e Digger</strong> di Alejandro Iñárritu, <strong>Ritorno a Buenos Aires</strong> di Marco Bechis,<strong> Racconto di due stagioni</strong> di Nuri Bilge Ceylan o <strong>April e Beginning</strong> di Dea K’ulumbegashvili (meritoriamente prodotta da Luca Guadagnino, egli stesso regista interessantissimo) hanno al momento una preminenza assoluta rispetto alla produzione letteraria attuale.</p>
<p><strong>Domanda da rotocalco TV anni ’90: l’ispettore Lopez non doveva tornare ed è tornato: e ora dove andrà? </strong></p>
<p><strong>R:</strong> Non è ancora andato. Sta arrivando di nuovo. Chi legge <strong>&#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221;</strong> ha forse l’impressione che sia effettivamente tornato, ma non è detta l’ultima parola. Perché a questo stiamo arrivando: all’ultima parola.</p>
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		<title>Scrittura contemporanea: una coazione a ripetere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 14:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scrittura contemporanea: una coazione a ripetere&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale  Non dico che mi piacerebbe leggere ogni giorno un libro che inizia con una prefazione stile &#8220;Un lento apprendistato&#8221;, in cui il suo autore, nientepopodimeno che Thomas Pynchon, demolisce i suoi racconti parlando delle ingenuità che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Scrittura contemporanea: una coazione a ripetere&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p dir="ltr">Non dico che mi piacerebbe leggere ogni giorno un libro che inizia con una prefazione stile <strong>&#8220;Un lento apprendistato&#8221;</strong>, in cui il suo autore, nientepopodimeno che <strong>Thomas Pynchon</strong>, demolisce i suoi racconti parlando delle ingenuità che contengono, ma diciamo anche che l&#8217;autocritica non è il punto forte degli scrittori contemporanei. Distaccarsi dalle dinamiche editoriali, per alcuni, sembra impossibile. Passano gli anni ma i guru della penna, vera o intelligentemente artificiale, sono sempre più agguerriti nel proporre solo sé stessi.</p>
<p dir="ltr">La storia è la seguente: sembra che ciascuno si senta un po&#8217; come quello che ha vissuto chissà quale tragedia. La scrittura contemporanea è diventato sfogo e non più indagine del mondo. Narrare sembra l&#8217;arte del raccontare ciò che è stato, ciò che realmente si è vissuto. Vero che l&#8217;esperienza arricchisce la scrittura, ma è altrettanto vero che il romanzo non è più terreno del possibile, dell&#8217;affascinante o di quello che non può essere verificato. Lo scrittore, peggio ancora il poeta, parla di sé, si cita, è autoreferenziale. Vuole dirci a tutti i costi dei suoi viaggi, delle sue ispirazioni, delle sue malattie o delle sue turbe psichiche. Pretende che il mondo lo ascolti. Mai però si autocritica, mai mette in discussione le sue parole.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;inondazione del mercato di libri-marchetta coincide anche con il disinteresse per la lettura. D&#8217;altronde, se tutti hanno qualcosa di speciale da raccontare, ossia loro stessi, che senso ha leggere di altri, in quanto sono posti a priori un gradino sotto? Tutti vogliono raccontarsi, dedicarsi pagine di specialità. Dov&#8217;è la scrittura che parla dei mondi impossibili? Dov&#8217;è il linguaggio che apre a nuove categorie di pensiero? Dov&#8217;è il gioco di prestigio che fa della menzogna una scalata verso la verità? Più che scuole di scrittura contemporanea ci sarebbe bisogno di luoghi in cui si impari a leggere, a comprendere cosa sta nascosto dietro un romanzo di Pasolini, Roth, Bukowski o Kafka. In questa maniera ci sarebbero autori meno tecnici, ma più pronti a cogliere il significato profondo della scrittura.</p>
<p dir="ltr">L&#8217;esuberanza usata da certe case editrici per spacciare come innovativo un libro che è solo il risultato del marketing, alla fine, è un prodotto che darà un buon ricavo ma che sostanzialmente fa dell&#8217;autore un mestierante. Passi anche l&#8217;idea che &#8220;di qualcosa bisogna pure campare&#8221;, ma non si può accettare più che questo sia considerato il canone della scrittura contemporanea. A pagare le conseguenze di questo crollo verticale dell&#8217;ispirazione e dell&#8217;arte letteraria è proprio il lettore, anch&#8217;egli compresso mentalmente, legato a letture &#8220;Easy&#8221; che non richiedono elasticità, ma solo ricerca di un rifugio nel quale riconoscersi.</p>
<p dir="ltr">In un libro non bisognerebbe però specchiarsi, tutt&#8217;al più dovrebbe farci dubitare di ciò che vediamo o avvertiamo come familiare. Solo in questo modo avremo voglia di oltrepassare il limite della nostra conoscenza, rendendo così la lettura un&#8217;esperienza arricchente.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scrivi un romanzo dopo cinque lezioni di ballo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/scrivi-un-romanzo-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 22:01:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scrivi un romanzo dopo cinque lezioni di ballo&#8221; è un articolo di Martino Ciano, resoconto di una chiacchierata con un interlocutore in preda a una crisi di nervi. In copertina una foto di Giuseppina Biondi Alcuni si chiedono cosa ci sia da scrivere visto che tutte le storie di terra, di aria, di acqua e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Scrivi un romanzo dopo cinque lezioni di ballo&#8221; è un articolo di Martino Ciano, resoconto di una chiacchierata con un interlocutore in preda a una crisi di nervi. In copertina una foto di Giuseppina Biondi</strong></p>
<p>Alcuni si chiedono cosa ci sia da scrivere visto che tutte le storie di terra, di aria, di acqua e di fuoco sono state inventate. Pure il <strong>buco del culo</strong> è stato tirato in ballo; e non l&#8217;ha fatto uno sconosciuto ma mister <strong>Kundera</strong>. Insomma, che novità ci sono? Bisogna tornare a immaginare alternative, farneticare utopie, rimodellare i <strong>classici</strong> come fanno gli pseudo-artisti del movimento<strong> Trap</strong> con le canzoni italiane degli anni <strong>Sessanta</strong> e <strong>Settanta</strong> del secolo scorso? Boh, chi lo sa! Intanto le penne <strong>fashion</strong> fioccano, vivacemente rimpastano cose già dette, già ascoltate, già metabolizzate, già sputate e vomitate, ma guarda un po&#8217; vengono sempre pubblicizzate come innovative espressioni di una creatività figlia dei tempi. E sono proprio i <strong>grandi marchi</strong> che lanciano questi messaggi. Proprio loro che pubblicano sempre le stesse cose, andando a caccia di tendenze, mode e lettori ruminanti? Vero è che in Italia si legge poco, ma almeno quel poco spingiamolo verso la<strong> piccola-vera-indipendente-editoria</strong>. Fatto sta che qui si ferma la mia opinione, perché le altre righe sono il sunto di una conversazione semiseria avvenuta in una sera di fine autunno.</p>
<p><strong>Scrivi un romanzo e poi fai qualcosa</strong></p>
<p>Dopotutto ti senti parte di un club esclusivo nel quale ritrovi milioni di individui simili a te che pretendono di essere letti, <strong>logicamente cercando di leggere il meno possibile sia te sia coloro che hanno fatto la storia di quest&#8217;arte.</strong> Una scrittura geniale, potente ed evocativa apre mondi che solo tu conosci e che solo tu continuerai a bazzicare, ma solo perché gli altri se ne fottono. In qualche modo giungi alla pubblicazione, ma ognuno con i suoi mezzi, piccolo o grande che sia l&#8217;editore, deve portare avanti te e tutti gli altri. Alla fine sembra quasi che non sia importante cosa hai scritto, ma come viene pubblicizzato ciò che hai assemblato in estenuanti momenti di masturbazione solitaria. A un certo punto ti rendi conto che diventa una questione di marketing, di simpatia, di scambio. Sei uno slogan, un oggetto, un misantropo rinchiuso in uno spazio affollato. Ti viene anche detto: <strong>fai qualcosa su quei cazzo di social. Diventa un personaggio! </strong>E tu ci provi pure al ritmo del mantra<strong> &#8220;puoi, devi, e se fallisci è colpa tua&#8221;</strong>.</p>
<p><strong>Scrivi un romanzo e poi apri un account di TikTok</strong></p>
<p>Hai capito il meccanismo? Il gioco comunque ti piace. Qualche copia la vendi, qualche presentazione la riesci a organizzare, riesci pure a strappare un paio di dirette social o dei podcast. Accade anche che chi ha deciso di interloquire con te non abbia letto neppure il libro. Non ti ha chiesto né una copia cartacea né il Pdf, quindi hai risparmiato. Questo è il tipico caso in cui, per te, tutto è andato secondo la legge paradisiaca del <strong>&#8220;massimo guadagno con il minimo sforzo&#8221;</strong>. L&#8217;asso nella manica potrebbe essere la folle convinzione che tu sia destinato ad aprire le menti su<strong> TikTok.</strong> Il piano prevede di incarnare il tuo pensiero, di renderlo fisico e di sfondare le porte del cuore di chi ti guarda e ti ascolta. Avanti, c&#8217;è spazio per tutti. Ma ricorda: <strong>&#8220;puoi, devi, e se fallisci è colpa tua&#8221;</strong>.</p>
<p><strong>Scrivi un romanzo e capisci che sei in una giungla</strong></p>
<p>Capiti i meccanismi, noti che i risultati non arrivano e in te si consolida l&#8217;idea che &#8220;non hai speranza&#8221;. Ti hanno anche fatto credere che sei da <strong>Premio Strega</strong>, infilandoti nei primi 80 grazie a un <strong>&#8220;Amico della domenica&#8221;</strong> che doveva toglierti dalle palle, o ripagarti di qualcosa. Figurati, è vero che ci sono anche casi in cui <strong>l&#8217;amico</strong> ti stima e ha un elevato senso della giustizia, ma questi non sono requisiti che fanno vincere lo <strong>Strega</strong>, al massimo aumentano solo il grado di illusione. Ora, ribadito il concetto che non c&#8217;è più nulla da inventare, che ogni cosa è<strong> trita e ritrita</strong> e che anche<strong> l&#8217;intelligenza artificiale</strong> non riuscirà a fare meglio perché si basa su informazioni umane, tu vuoi continuare a scrivere. <strong>Sono d&#8217;accordo con te!</strong> L&#8217;importante è che tu abbia capito che bisogna penetrare in una sorta di bolla magica che lievita fino a decadere nuovamente su sé stessa: se fai qualcosa di buono hai bisogno di diverse approvazioni che con l&#8217;andar del tempo ti renderanno un sodale. Logicamente, a te che interessa solo l&#8217;acclamazione tutto ciò va benissimo.</p>
<p><strong>Scrivi un romanzo e ammazzati</strong></p>
<p>Potresti anche tentare questa strada:<strong> relegare la tua presunta genialità a una pietosa posterità</strong>. Con un gesto eclatante richiamerai le persone alle loro responsabilità, calcando la mano sull&#8217;indifferenza della società verso le anime sensibili del nostro tempo, <strong>di cui tu logicamente fai parte</strong>. Se hai fortuna, qualche giornalista potrebbe fare un&#8217;inchiesta su di te o, magari, potresti essere oggetto di una trasmissione televisiva strappalacrime in cui si parla dei disadattati con tanto di ex soubrette, psicoterapeuta <strong>tiktoker</strong>, criminologo e filosofo della scuola <strong>Tlon</strong>. Cazzo, pensaci, io già ti immagino seduto sulle nuvole mentre ti commuovi e convinci il <strong>Padreterno</strong> che, d&#8217;altronde, suicidarsi è servito a qualcosa. E poi chi lo sa, potresti conservare questa esperienza nel tuo inconscio e usarla a tuo piacimento in una delle tante reincarnazioni riparatrici.</p>
<p><strong>Scrivi un romanzo e fottitene</strong></p>
<p>Assodato che a te non piace questo meccanismo in cui devi assoldare un <strong>agente letterario</strong>, devi prendere un certificato della <strong>scuola Holden o un altro titolo equipollente</strong>, devi affiliarti a un circolo, ti costringe a metterti l&#8217;anima in pace: <strong>al massimo diventi un frustrato</strong>, ma la frustrazione si assopisce ed è comunque una forza che se ben incanalata ti fa diventare un esempio di coerenza e rettitudine; e credimi, di questi tempi, tali personaggi tirano, perché hanno anche un sacco di <strong>follower</strong>. Ok, mettiamo però il caso che tu voglia rimanere un <strong>&#8220;frustrato natural&#8221; </strong>che non si lascia drogare dalle fobie contemporanee, l&#8217;importante è che tu capisca che sei parte di un <strong>fallimento sociale</strong> enorme e che passata la moda dei <strong>fashion writer</strong>, anche tutto quello che ci starà in mezzo sparirà e nessuno se ne accorgerà. Cosa voglio dirti? <strong>Che siamo tutti dei falliti</strong>, <strong>anche io che scrivo</strong>, quindi mal comune mezzo gaudio. Tu però continua a scrivere, magari un giorno, quando sarai parte della materia oscura che sorregge l&#8217;Universo visibile, qualcuno scoprirà che sei esistito. Sai cosa mi piace dell&#8217;arte?<strong> Si conserva eterna solo a chi l&#8217;accoglie con naturalezza.</strong></p>
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		<title>Polimeri di Roberto Saporito</title>
		<link>https://www.borderliber.it/polimeri-saporito-romanzo-recensione-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2025 22:01:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cose Note edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Minimalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Polimeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Polimeri&#8221; di Roberto Saporito, Cose Note edizioni, 2025 Tra New York, Los Angeles e Roma; avvolto in una vita plastificata, generosa, invidiabile. Solo apparenza. Ed è proprio l&#8217;apparenza, la fantasmagorica meraviglia, che Roberto Saporito pone al centro del suo romanzo &#8220;Polimeri&#8221;. Il protagonista è un attore italo-americano che si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Polimeri&#8221; di Roberto Saporito, Cose Note edizioni, 2025</strong></p>
<p>Tra New York, Los Angeles e Roma; avvolto in una vita plastificata, generosa, invidiabile. Solo apparenza. Ed è proprio l&#8217;apparenza, la fantasmagorica meraviglia, che <strong>Roberto Saporito</strong> pone al centro del suo romanzo <strong>&#8220;Polimeri&#8221;</strong>.</p>
<p>Il protagonista è un attore italo-americano che si veste di un &#8220;io-perplesso&#8221;. Attraversa il mondo del cinema e delle arti con un atteggiamento spavaldo, mentre dentro cede sempre di più alla pressione di un&#8217;esistenza che saccheggia il cuore e l&#8217;anima.</p>
<p>Questo personaggio senza nome, ripiegato su sé stesso, che si muove con lentezza, portato per mano da una pigrizia metafisica che lo fa arrendevole, è un tipico uomo della contemporaneità soggetto ad azioni telecomandate, imbrigliato nella teatralità dei gesti, nella spettacolarizzazione di ogni elemento caratterizzante della sua vita.</p>
<p>I suoi tentativi di fuga dal mondo patinato, tanto fisicamente quanto mentali, sono subito ostacolati dalla necessità di non aver saputo costruire un &#8220;Piano B&#8221;, qualcosa di sicuro nel quale rifugiarsi e rigenerarsi. <strong>&#8220;Polimeri&#8221;</strong> è lineare, ma anche profondo, perché a differenza degli altri romanzi di Saporito, qui si avverte quel senso di distacco dal mondo che spinge ciascuno a dare valore pure al proprio &#8220;tramonto&#8221;.</p>
<p>Saporito è meno ironico in queste pagine. Fa del suo personaggio un uomo che traccia un resoconto. Non ha importanza quale sia il nostro ruolo nel mondo: arriva il momento in cui ogni cosa appare superflua. In <strong>&#8220;Polimieri&#8221;</strong> non c&#8217;è solo il senso della perdita, ma anche quello di una pace ritrovata. Questo attore divorziato, che ha pochi rapporti con la figlia, che si lamenta di tutte le cose superflue che ha acquistato, che riconosce di quanto siano stati vani i traguardi raggiunti, non è sulla via della redenzione ma dell&#8217;accettazione. Infatti, non gli interessa diventare migliore.</p>
<p>Non vi è né il rimorso né il rimpianto, ma solo una discesa nel passato che delinea una prospettiva futura, un approccio alla vita che è comunque improntata a quella spettacolarizzazione in cui ciascuno cade anche solo per sopravvivere. In poche parole, apprese per intero le regole del gioco, qualsiasi parte si reciti, persino quella più degradante, basta esserne protagonisti, se non proprio registi.</p>
<p>Per il resto, <strong>&#8220;Polimeri&#8221;</strong> è un&#8217;altra opera che si lega perfettamente al minimalismo di <strong>Roberto Saporito</strong>. Una scrittura asciutta, sempre precisa, che si muove con accuratezza in una materia difficile come quella esistenziale senza cadere nei cliché o nel patetismo, è il marchio dell&#8217;autore piemontese. Uno stile che qui si fa più concreto.</p>
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		<title>Emanuela Cocco: &#8220;La letteratura? Una faccenda seria&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/emanuela-cocco-letteratura-intervista-zumpano-connessioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jul 2025 22:01:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cocco]]></category>
		<category><![CDATA[Connessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Editor]]></category>
		<category><![CDATA[Fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Zumpano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continuano le collaborazioni con il Centro culturale Connessioni. La direttrice Elisa Zumpano ha intervistato la scrittrice ed editor romana Emanuela Cocco C&#8217;è un genere letterario che ha segnato il tuo destino di lettrice? E uno che più degli altri ti ha reso la scrittrice che sei? In realtà non c&#8217;è un genere vero e proprio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Continuano le collaborazioni con il <a href="https://www.centroculturaleconnessioni.it/">Centro culturale Connessioni</a>. La direttrice Elisa Zumpano ha intervistato la scrittrice ed editor romana Emanuela Cocco</strong></p>
<p><strong>C&#8217;è un genere letterario che ha segnato il tuo destino di lettrice? E uno che più degli altri ti ha reso la scrittrice che sei?</strong></p>
<p>In realtà non c&#8217;è un genere vero e proprio che mi ha spinto a leggere. Mia madre è sempre stata una lettrice accanita e quindi io avevo molti libri a casa. Le mie prime letture, quando ero veramente piccola piccola, sono state i fumetti argentini dell&#8217; Eura Editoriale, avevo Lancio Story, Skorpio sempre a casa, e poi alle elementari, ecco, questo forse mi ha condizionato, mia madre mi regalò un romanzo di Wallace, un romanzo giallo e una raccolta di romanzi gialli.<br />
Vedevo sempre in un ripiano alto della libreria anche una raccolta di John Dickson Carr ed ero molto attratta da questo genere di storie, storie nelle quali c&#8217;erano omicidi, morte, terrore. Vedendo alla TV Alfred Hitchcock presenta andai a cercare subito le raccolte di racconti curate da lui, tutto quello che riuscivo a trovare. Questo fu un inizio, molto presto però accompagnai la mia passione per il giallo e per l&#8217;horror alla lettura dei classici. Avevo proprio l’idea di volermi formare da sola nell&#8217;ambito della letteratura e quindi iniziai a leggere veramente di tutto, narrativa ma anche poesia. Da sempre ho letto molta poesia, anche se non ne scrivo, e ricordo per esempio la fascinazione, per citare qualche titolo, dell&#8217;<em>Antologia di Spoon River</em> di Edgar Lee Master, e poi tutti i poeti italiani del Novecento, prediligevo Zanzotto, Pagliarani, ma anche i crepuscolari, in particolare Corrado Govoni e Gian Pietro Lucini, Clemente Rebora mi ha sempre molto influenzato.</p>
<p>Io ho studiato sceneggiatura di fumetto, mi sono diplomata in Sceneggiatura per fumetto alla Scuola Internazionale dei Comics; quindi, ho letto anche molto fumetto indipendente e non, tante serie, e ovviamente Sandman di Neil Gaiman.</p>
<p>In varie fasi della mia vita ho cambiato modo di scrivere e forma della scrittura, a un certo punto ho abbracciato la drammaturgia come autrice, oltre che come lettrice, e ho avuto il colpo di fulmine per tantissimi autori. Di Ibsen ho letto veramente tutto, e poi però anche Beckett, e Pinter sono stati grandi passioni. E poi una grande, grandissima influenza l’ha avuta su di me l&#8217;ermeneutica cinematografica, e quindi un’attenzione specifica per le analisi dei film.<br />
La narrativa però, la lettura di romanzi e di racconti, mi ha costantemente accompagnato e ho avuto sempre una venerazione per Čechov, per Thomas Mann, per Dostoevskij ovviamente, ma in particolare per Alfred Döblin, il mio romanzo feticcio è Berlin Alexanderplatz.</p>
<p><strong>Mi interessa molto il tuo rapporto con il fumetto, credi che ti abbia fornito delle coordinate per costruire il modo in cui giochi con la spazialità e la temporalità in Trofeo?</strong></p>
<p>La risposta in breve è assolutamente sì, perché il fumetto ti obbliga a fare regia della tua storia, a ragionare sui dettagli, a capire come le immagini posizionate in un punto o in un altro creano un effetto diverso nel lettore. Per esempio, se stai lavorando su due tavole e devi preparare una sorta di colpo di scena, è automatico che lo metterai alla fine, nella parte destra della tavola, o anzi, nella parte destra della seconda tavola tu metterai un qualcosa, una specie di teaser che ti obbliga poi a girare pagina.</p>
<p>Inoltre, ovviamente, il fumetto ti indica come giostrare bene le scale dei piani, come avvicinarti, allontanarti dai personaggi, quanto è importante che, anche se non inquadri qualcosa, magari con una battuta di dialogo tu attivi quello spazio non inquadrato, e quanto poi devi fare anche attenzione all&#8217;economia narrativa, a quello che è importante, quanto devi fare attenzione a non essere didascalico, perché appunto tu non devi usare le didascalie per raccontare quello che già si vede, ma le puoi usare con un intento espressivo.</p>
<p>Uno dei miei fumetti preferiti è Sandman, e quindi ovviamente non stiamo parlando di un fumetto che si organizza su una narrazione completamente piana e regolare utilizzando la classica gabbia di Bonelli, però se cerchiamo per esempio un fumetto come Julia, edito da Bonelli, scritto da Giancarlo Berardi, è ovvio che stiamo in una narrazione classica che però fa un uso formidabile dell&#8217;economia narrativa, quindi riesce a condensare una trama gialla, a volte anche abbastanza complicata, in circa 96 tavole, quindi il fumetto mi ha insegnato tantissimo.</p>
<p><strong>A proposito di economia narrativa, nei tuoi romanzi usi le parole come i samurai usano la spada, con un calma armonica e feroce, quanto <em>labor limae</em> richiede un tale controllo?</strong></p>
<p>Per quello che riguarda il lavoro sulla lingua, sulle frasi, oltre che il fumetto credo che un&#8217;influenza importante l&#8217;abbia avuta la mia passione per il cinema e per l&#8217;ermeneutica cinematografica, perché quando analizzi un film e inizi a interpretarlo non puoi semplicemente basarti sulla totalità del film, ma devi andare avanti e indietro e soffermarti sull&#8217;analisi, a volte della sequenza, della scena, ma poi a volte anche soltanto della composizione della scena, quindi devi andare sempre più nel dettaglio, a volte anche nell&#8217;analisi del singolo frammento, Raymond Bellour analizzava i film e indagava i frame. Allora lì ho capito quanto ogni singolo elemento contribuisse a quello che sarebbe stato poi il tutto, e la mia passione per l&#8217;analisi mi ha portato proprio a valutare anche l&#8217;effetto che hanno le parole e le frasi a seconda del modo in cui vengono assemblate, vengono fatte muovere nel testo, quindi per me scrivere e montare un testo è proprio ragionare sull&#8217;immagine che questo testo crea, su come si muove quest&#8217;immagine, com&#8217;è inquadrata, se la macchina è ferma, la macchina si muove, la macchina è molto vicina. La macchina sono io, è la mia scrittura, con le immagini prodotte dalla mia scrittura penso a quale effetto voglio provocare nel lettore. Questo mi ha portato per forza a lavorare sulle frasi come se stessi componendo delle immagini in movimento, quindi come se stessi girando la mia storia, e questo secondo me ha contribuito a farmi esercitare un controllo sicuro sulla mia scrittura, verso la ricerca della sensazione vivida della parola che si agita nel testo.</p>
<p><strong>Come lettori capita a volte di rileggere libri a distanza di tempo e di renderci conto di non amarli più come una volta, interi capoversi sottolineati anni prima che nel presente non ci parlano più, o al contrario ci scopriamo attratti da ciò che ci respingeva. Come autrice cosa provi quando ti rileggi a distanza di tempo? Ti riconosci? O sfuggi a te stessa?</strong></p>
<p>Qui non mi dilungherò tanto, devo dire che io non ho scritto tantissimo, non sono una grafomane, ho scritto testi teatrali di cui ero sicura e quando li rileggo ne vado orgogliosa, ho scritto pochi racconti e ho congedato solo i racconti di cui ero contenta. Il mio romanzo d&#8217;esordio risale a diversi anni fa e prima di scrivere qualcos&#8217;altro, e prima di scrivere Trofeo, che è una novella, e di scrivere i due romanzi a cui sto lavorando adesso, uno che uscirà il prossimo anno e un altro che è in cantiere, ci ho messo così tanto tempo che quando mi leggo noto i cambiamenti della mia scrittura, però mi riconosco. Non ho mai scritto con l&#8217;ansia di dire adesso devo scrivere, devo pubblicare, quindi li ho ragionati così tanto, pensati e fatti crescere nella mia immaginazione, che sì mi riconosco completamente nei miei romanzi, se rileggo il mio romanzo d&#8217;esordio mi riconosco tantissimo, mi vedo in quella scrittura e penso che è proprio la mia.</p>
<p><strong>Oltre a scrivere fai l&#8217;editor e tieni corsi di scrittura, queste attività si influenzano a vicenda? E come?</strong></p>
<p>Devo dire che il fatto di scrivere mi ha aiutato tantissimo come editor, perché secondo me l&#8217;editor non è solo la persona che interviene nel testo e ti dice qui non va, non mi piace, ma è anche la persona che un po&#8217; ti guida e ti offre delle possibilità, ti fa ragionare, ti fa muovere il punto di vista e ti dice guarda: l&#8217;effetto che le tue parole provocano nel lettore è questo. Quando edito indago sull’effetto che l’autore vorrebbe procurare nel lettore, poi magari provo a dare delle vie percorribili all&#8217;autore per lavorare in quella direzione. Insegnare scrittura è bellissimo, non faccio mai lo stesso tipo di lezioni, non mi metto a fare lezioni leggendo dai manuali di scrittura, ma le penso tantissimo, le mie lezioni le preparo, le scrivo, sono concetti che vengono principalmente da me, parto dagli studi di teoria della letteratura ovviamente, da tante cose che ho studiato di critica letteraria, da testi che ho letto, dopodiché però su questi testi io faccio analisi e quindi metto alla prova le strategie che ho individuato, faccio domande al testo e provo a rispondere. Nei miei laboratori di scrittura, quindi, insegno ma continuo sempre a studiare cose nuove e questo sicuramente mi rende una scrittrice più consapevole di quello che fa, poi l&#8217;effetto non sta a me dirlo, però di sicuro se faccio una cosa non la faccio in modo casuale e se voglio riprodurla o deformarla so cosa devo fare, lo studio mi ha regalato la libertà sula pagina di potermi muovere come voglio. Lavoro con molti autori come editor e sono in contatto continuo con scritture diverse questo unito al fatto che insegno scrittura mi rende sicuramente una scrittrice migliore, mi fa pensare sempre alla letteratura, che poi è un po&#8217; il mio interesse specifico insieme alla musica, al cinema.</p>
<p><strong>E da editor mi diresti in quale tranello lo scrittore non deve cadere? Quale peccato non deve mai commettere verso il lettore?</strong></p>
<p>Questa del tranello è una bellissima domanda e io direi che uno dei tranelli in cui non deve cadere è quello di voler sommergere il lettore con tutta la storia, con tutte le informazioni che lui ha accumulato, con tutto quello che lui sa sulla storia e quindi io consiglio sempre all&#8217;autore di parcellizzare, di creare uno spazio anche abbastanza libero nel testo perché il lettore possa muoverci dentro, uno spazio della percezione percorribile dal lettore.</p>
<p>Questo è il primo tranello, quindi se tu sai tutto e sai troppo non devi gettare tutta questa tua consapevolezza addosso al lettore in maniera violenta, ma devi in qualche modo fare in modo che il lettore desideri avere questa consapevolezza, devi fare in modo anche che fatichi per averla, che soffra insieme a te nel percorrere la storia a fianco del narratore e dei protagonisti della storia. Quindi proprio il contrario, che dargli il fagotto già pronto con tutte le informazioni, con tutta la storia per gettarglielo addosso appena cominciata. Un altro errore che secondo me non deve fare l’autore è credere che il lettore sia incompetente rispetto al suo testo e quindi non deve cadere nella tentazione di spiegargli tutto, di raccontargli nei minimi dettagli le implicazioni delle cose, perché capire le implicazioni dei fatti e delle cose che avvengono all&#8217;interno della storia è un po&#8217; il gusto di leggere, è un lavoro bello e gratificante per il lettore, una fatica che il lettore desidera fare, è una sorta di sfida che lui vuole affrontare.</p>
<p>Quindi lo scrittore che dà per scontato che il lettore sia un idiota, al quale va spiegato tutto di fatto uccide la sua storia.</p>
<p><strong>Torniamo al filo rosso dell’intervista, il tuo amore per la letteratura, la narrativa e la lettura. Dimmi in una frase come la letteratura sta alla narrativa italiana contemporanea e se, rubando il termine ad eco, ti consideri più apocalittica o integrata?</strong></p>
<p>Per quanto riguarda la letteratura, la narrativa contemporanea, tu sai che io ho iniziato questa video rassegna che si chiama proprio Contemporanei, e vengo proprio da tre giorni bellissimi di presenza al Flip, al Festival di Pomigliano d&#8217;Arco, e lì c&#8217;è stato un incontro chiamato proprio Contemporanei, un spazio oasi, mi ha invitato Alfredo Zucchi a partecipare, eravamo io, Alfredo Zucchi e Luciano Funetta, abbiamo parlato di tante cose relative alla letteratura dei Contemporanei, in particolare del segno di Cortázar a come è importante scoprirsi, leggersi, lavorare sui propri testi, lavorare con la mente, con un atto interpretativo profondo sui testi degli altri. Io credo che la narrativa contemporanea italiana possa fare rima con la letteratura, in alcuni casi purché si addica completamente alla voglia di costruire un linguaggio, di pensare un discorso che non sia soltanto un prodotto editoriale. Ci sono autori neanche pubblicati o pubblicati con case editrici molto piccole che fanno a tutti gli effetti letteratura e sta a ognuno di noi assumersi il rischio di considerare la propria letteratura, di leggerla con la stessa serietà con la quale leggeremo i capolavori già canonizzati della letteratura italiana e non solo, e sta a noi trovare lo spirito critico, il rigore per capire quando siamo davanti a letteratura e quando siamo davanti a qualcosa che non vale niente, senza delegare questo nostro paese per forza al critico, a una sorta di conta delle recensioni, alla rassegna stampa. Quindi la mia risposta è sì, la narrativa contemporanea in alcuni casi è letteratura e in altri ovviamente no, non lo è.</p>
<hr />
<h4><strong>Chi è Emanuela Cocco?</strong></h4>
<p>Emanuela Cocco è autrice ed editor. Ha fondato e dirige Scrivere di notte. Ha scritto per il teatro e per la televisione, come autrice e come critica. Ha pubblicato racconti e saggi di analisi letteraria su varie riviste e raccolte. È stata lettrice del <em>Premio Italo Calvino</em>. Ha fatto parte della giuria del contest letterario di TOHorror 2024. Ha insegnato scrittura creativa per la Scuola Macondo, editing e scrittura per minimum lab – i corsi di minimum fax, sceneggiatura per l’associazione Laputa in collaborazione con l’università LUMSA. É tra i fondatori di Terra di nessuno, spazio di critica della drammaturgia, e di Degrado rivista, per la quale cura le rubriche Nightcall e Congetture su Jakob. Ha diretto la collana di letteratura sinistra Trema (Edizioni Arcoiris). <em>Tu che eri ogni ragazza</em> (Wojtek) è il suo primo romanzo, <em>Trofeo</em> (Zona42) la sua ultima storia.</p>
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