Emanuela Cocco: “La letteratura? Una faccenda seria”

Emanuela Cocco: “La letteratura? Una faccenda seria”

Continuano le collaborazioni con il Centro culturale Connessioni. La direttrice Elisa Zumpano ha intervistato la scrittrice ed editor romana Emanuela Cocco

C’è un genere letterario che ha segnato il tuo destino di lettrice? E uno che più degli altri ti ha reso la scrittrice che sei?

In realtà non c’è un genere vero e proprio che mi ha spinto a leggere. Mia madre è sempre stata una lettrice accanita e quindi io avevo molti libri a casa. Le mie prime letture, quando ero veramente piccola piccola, sono state i fumetti argentini dell’ Eura Editoriale, avevo Lancio Story, Skorpio sempre a casa, e poi alle elementari, ecco, questo forse mi ha condizionato, mia madre mi regalò un romanzo di Wallace, un romanzo giallo e una raccolta di romanzi gialli.
Vedevo sempre in un ripiano alto della libreria anche una raccolta di John Dickson Carr ed ero molto attratta da questo genere di storie, storie nelle quali c’erano omicidi, morte, terrore. Vedendo alla TV Alfred Hitchcock presenta andai a cercare subito le raccolte di racconti curate da lui, tutto quello che riuscivo a trovare. Questo fu un inizio, molto presto però accompagnai la mia passione per il giallo e per l’horror alla lettura dei classici. Avevo proprio l’idea di volermi formare da sola nell’ambito della letteratura e quindi iniziai a leggere veramente di tutto, narrativa ma anche poesia. Da sempre ho letto molta poesia, anche se non ne scrivo, e ricordo per esempio la fascinazione, per citare qualche titolo, dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, e poi tutti i poeti italiani del Novecento, prediligevo Zanzotto, Pagliarani, ma anche i crepuscolari, in particolare Corrado Govoni e Gian Pietro Lucini, Clemente Rebora mi ha sempre molto influenzato.

Io ho studiato sceneggiatura di fumetto, mi sono diplomata in Sceneggiatura per fumetto alla Scuola Internazionale dei Comics; quindi, ho letto anche molto fumetto indipendente e non, tante serie, e ovviamente Sandman di Neil Gaiman.

In varie fasi della mia vita ho cambiato modo di scrivere e forma della scrittura, a un certo punto ho abbracciato la drammaturgia come autrice, oltre che come lettrice, e ho avuto il colpo di fulmine per tantissimi autori. Di Ibsen ho letto veramente tutto, e poi però anche Beckett, e Pinter sono stati grandi passioni. E poi una grande, grandissima influenza l’ha avuta su di me l’ermeneutica cinematografica, e quindi un’attenzione specifica per le analisi dei film.
La narrativa però, la lettura di romanzi e di racconti, mi ha costantemente accompagnato e ho avuto sempre una venerazione per Čechov, per Thomas Mann, per Dostoevskij ovviamente, ma in particolare per Alfred Döblin, il mio romanzo feticcio è Berlin Alexanderplatz.

Mi interessa molto il tuo rapporto con il fumetto, credi che ti abbia fornito delle coordinate per costruire il modo in cui giochi con la spazialità e la temporalità in Trofeo?

La risposta in breve è assolutamente sì, perché il fumetto ti obbliga a fare regia della tua storia, a ragionare sui dettagli, a capire come le immagini posizionate in un punto o in un altro creano un effetto diverso nel lettore. Per esempio, se stai lavorando su due tavole e devi preparare una sorta di colpo di scena, è automatico che lo metterai alla fine, nella parte destra della tavola, o anzi, nella parte destra della seconda tavola tu metterai un qualcosa, una specie di teaser che ti obbliga poi a girare pagina.

Inoltre, ovviamente, il fumetto ti indica come giostrare bene le scale dei piani, come avvicinarti, allontanarti dai personaggi, quanto è importante che, anche se non inquadri qualcosa, magari con una battuta di dialogo tu attivi quello spazio non inquadrato, e quanto poi devi fare anche attenzione all’economia narrativa, a quello che è importante, quanto devi fare attenzione a non essere didascalico, perché appunto tu non devi usare le didascalie per raccontare quello che già si vede, ma le puoi usare con un intento espressivo.

Uno dei miei fumetti preferiti è Sandman, e quindi ovviamente non stiamo parlando di un fumetto che si organizza su una narrazione completamente piana e regolare utilizzando la classica gabbia di Bonelli, però se cerchiamo per esempio un fumetto come Julia, edito da Bonelli, scritto da Giancarlo Berardi, è ovvio che stiamo in una narrazione classica che però fa un uso formidabile dell’economia narrativa, quindi riesce a condensare una trama gialla, a volte anche abbastanza complicata, in circa 96 tavole, quindi il fumetto mi ha insegnato tantissimo.

A proposito di economia narrativa, nei tuoi romanzi usi le parole come i samurai usano la spada, con un calma armonica e feroce, quanto labor limae richiede un tale controllo?

Per quello che riguarda il lavoro sulla lingua, sulle frasi, oltre che il fumetto credo che un’influenza importante l’abbia avuta la mia passione per il cinema e per l’ermeneutica cinematografica, perché quando analizzi un film e inizi a interpretarlo non puoi semplicemente basarti sulla totalità del film, ma devi andare avanti e indietro e soffermarti sull’analisi, a volte della sequenza, della scena, ma poi a volte anche soltanto della composizione della scena, quindi devi andare sempre più nel dettaglio, a volte anche nell’analisi del singolo frammento, Raymond Bellour analizzava i film e indagava i frame. Allora lì ho capito quanto ogni singolo elemento contribuisse a quello che sarebbe stato poi il tutto, e la mia passione per l’analisi mi ha portato proprio a valutare anche l’effetto che hanno le parole e le frasi a seconda del modo in cui vengono assemblate, vengono fatte muovere nel testo, quindi per me scrivere e montare un testo è proprio ragionare sull’immagine che questo testo crea, su come si muove quest’immagine, com’è inquadrata, se la macchina è ferma, la macchina si muove, la macchina è molto vicina. La macchina sono io, è la mia scrittura, con le immagini prodotte dalla mia scrittura penso a quale effetto voglio provocare nel lettore. Questo mi ha portato per forza a lavorare sulle frasi come se stessi componendo delle immagini in movimento, quindi come se stessi girando la mia storia, e questo secondo me ha contribuito a farmi esercitare un controllo sicuro sulla mia scrittura, verso la ricerca della sensazione vivida della parola che si agita nel testo.

Come lettori capita a volte di rileggere libri a distanza di tempo e di renderci conto di non amarli più come una volta, interi capoversi sottolineati anni prima che nel presente non ci parlano più, o al contrario ci scopriamo attratti da ciò che ci respingeva. Come autrice cosa provi quando ti rileggi a distanza di tempo? Ti riconosci? O sfuggi a te stessa?

Qui non mi dilungherò tanto, devo dire che io non ho scritto tantissimo, non sono una grafomane, ho scritto testi teatrali di cui ero sicura e quando li rileggo ne vado orgogliosa, ho scritto pochi racconti e ho congedato solo i racconti di cui ero contenta. Il mio romanzo d’esordio risale a diversi anni fa e prima di scrivere qualcos’altro, e prima di scrivere Trofeo, che è una novella, e di scrivere i due romanzi a cui sto lavorando adesso, uno che uscirà il prossimo anno e un altro che è in cantiere, ci ho messo così tanto tempo che quando mi leggo noto i cambiamenti della mia scrittura, però mi riconosco. Non ho mai scritto con l’ansia di dire adesso devo scrivere, devo pubblicare, quindi li ho ragionati così tanto, pensati e fatti crescere nella mia immaginazione, che sì mi riconosco completamente nei miei romanzi, se rileggo il mio romanzo d’esordio mi riconosco tantissimo, mi vedo in quella scrittura e penso che è proprio la mia.

Oltre a scrivere fai l’editor e tieni corsi di scrittura, queste attività si influenzano a vicenda? E come?

Devo dire che il fatto di scrivere mi ha aiutato tantissimo come editor, perché secondo me l’editor non è solo la persona che interviene nel testo e ti dice qui non va, non mi piace, ma è anche la persona che un po’ ti guida e ti offre delle possibilità, ti fa ragionare, ti fa muovere il punto di vista e ti dice guarda: l’effetto che le tue parole provocano nel lettore è questo. Quando edito indago sull’effetto che l’autore vorrebbe procurare nel lettore, poi magari provo a dare delle vie percorribili all’autore per lavorare in quella direzione. Insegnare scrittura è bellissimo, non faccio mai lo stesso tipo di lezioni, non mi metto a fare lezioni leggendo dai manuali di scrittura, ma le penso tantissimo, le mie lezioni le preparo, le scrivo, sono concetti che vengono principalmente da me, parto dagli studi di teoria della letteratura ovviamente, da tante cose che ho studiato di critica letteraria, da testi che ho letto, dopodiché però su questi testi io faccio analisi e quindi metto alla prova le strategie che ho individuato, faccio domande al testo e provo a rispondere. Nei miei laboratori di scrittura, quindi, insegno ma continuo sempre a studiare cose nuove e questo sicuramente mi rende una scrittrice più consapevole di quello che fa, poi l’effetto non sta a me dirlo, però di sicuro se faccio una cosa non la faccio in modo casuale e se voglio riprodurla o deformarla so cosa devo fare, lo studio mi ha regalato la libertà sula pagina di potermi muovere come voglio. Lavoro con molti autori come editor e sono in contatto continuo con scritture diverse questo unito al fatto che insegno scrittura mi rende sicuramente una scrittrice migliore, mi fa pensare sempre alla letteratura, che poi è un po’ il mio interesse specifico insieme alla musica, al cinema.

E da editor mi diresti in quale tranello lo scrittore non deve cadere? Quale peccato non deve mai commettere verso il lettore?

Questa del tranello è una bellissima domanda e io direi che uno dei tranelli in cui non deve cadere è quello di voler sommergere il lettore con tutta la storia, con tutte le informazioni che lui ha accumulato, con tutto quello che lui sa sulla storia e quindi io consiglio sempre all’autore di parcellizzare, di creare uno spazio anche abbastanza libero nel testo perché il lettore possa muoverci dentro, uno spazio della percezione percorribile dal lettore.

Questo è il primo tranello, quindi se tu sai tutto e sai troppo non devi gettare tutta questa tua consapevolezza addosso al lettore in maniera violenta, ma devi in qualche modo fare in modo che il lettore desideri avere questa consapevolezza, devi fare in modo anche che fatichi per averla, che soffra insieme a te nel percorrere la storia a fianco del narratore e dei protagonisti della storia. Quindi proprio il contrario, che dargli il fagotto già pronto con tutte le informazioni, con tutta la storia per gettarglielo addosso appena cominciata. Un altro errore che secondo me non deve fare l’autore è credere che il lettore sia incompetente rispetto al suo testo e quindi non deve cadere nella tentazione di spiegargli tutto, di raccontargli nei minimi dettagli le implicazioni delle cose, perché capire le implicazioni dei fatti e delle cose che avvengono all’interno della storia è un po’ il gusto di leggere, è un lavoro bello e gratificante per il lettore, una fatica che il lettore desidera fare, è una sorta di sfida che lui vuole affrontare.

Quindi lo scrittore che dà per scontato che il lettore sia un idiota, al quale va spiegato tutto di fatto uccide la sua storia.

Torniamo al filo rosso dell’intervista, il tuo amore per la letteratura, la narrativa e la lettura. Dimmi in una frase come la letteratura sta alla narrativa italiana contemporanea e se, rubando il termine ad eco, ti consideri più apocalittica o integrata?

Per quanto riguarda la letteratura, la narrativa contemporanea, tu sai che io ho iniziato questa video rassegna che si chiama proprio Contemporanei, e vengo proprio da tre giorni bellissimi di presenza al Flip, al Festival di Pomigliano d’Arco, e lì c’è stato un incontro chiamato proprio Contemporanei, un spazio oasi, mi ha invitato Alfredo Zucchi a partecipare, eravamo io, Alfredo Zucchi e Luciano Funetta, abbiamo parlato di tante cose relative alla letteratura dei Contemporanei, in particolare del segno di Cortázar a come è importante scoprirsi, leggersi, lavorare sui propri testi, lavorare con la mente, con un atto interpretativo profondo sui testi degli altri. Io credo che la narrativa contemporanea italiana possa fare rima con la letteratura, in alcuni casi purché si addica completamente alla voglia di costruire un linguaggio, di pensare un discorso che non sia soltanto un prodotto editoriale. Ci sono autori neanche pubblicati o pubblicati con case editrici molto piccole che fanno a tutti gli effetti letteratura e sta a ognuno di noi assumersi il rischio di considerare la propria letteratura, di leggerla con la stessa serietà con la quale leggeremo i capolavori già canonizzati della letteratura italiana e non solo, e sta a noi trovare lo spirito critico, il rigore per capire quando siamo davanti a letteratura e quando siamo davanti a qualcosa che non vale niente, senza delegare questo nostro paese per forza al critico, a una sorta di conta delle recensioni, alla rassegna stampa. Quindi la mia risposta è sì, la narrativa contemporanea in alcuni casi è letteratura e in altri ovviamente no, non lo è.


Chi è Emanuela Cocco?

Emanuela Cocco è autrice ed editor. Ha fondato e dirige Scrivere di notte. Ha scritto per il teatro e per la televisione, come autrice e come critica. Ha pubblicato racconti e saggi di analisi letteraria su varie riviste e raccolte. È stata lettrice del Premio Italo Calvino. Ha fatto parte della giuria del contest letterario di TOHorror 2024. Ha insegnato scrittura creativa per la Scuola Macondo, editing e scrittura per minimum lab – i corsi di minimum fax, sceneggiatura per l’associazione Laputa in collaborazione con l’università LUMSA. É tra i fondatori di Terra di nessuno, spazio di critica della drammaturgia, e di Degrado rivista, per la quale cura le rubriche Nightcall e Congetture su Jakob. Ha diretto la collana di letteratura sinistra Trema (Edizioni Arcoiris). Tu che eri ogni ragazza (Wojtek) è il suo primo romanzo, Trofeo (Zona42) la sua ultima storia.

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