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	<title>Racconto Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Difendere la parmigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 19:37:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Difendere la parmigiana&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore modificata con l&#8217;intelligenza artificiale Non ce la faceva a sopportare le chiacchiere, soprattutto con quarantatré gradi sulla testa, certificati dall&#8217;ultimissimo iPhone che teneva tra le mani come uno scettro. Secondo lui, l&#8217;ombrellone che aveva affittato faceva meno ombra di quanto si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Difendere la parmigiana&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore modificata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p>Non ce la faceva a sopportare le chiacchiere, soprattutto con quarantatré gradi sulla testa, certificati dall&#8217;ultimissimo <strong>iPhone</strong> che teneva tra le mani come uno scettro.</p>
<p>Secondo lui, l&#8217;ombrellone che aveva affittato faceva meno ombra di quanto si aspettava; l&#8217;acqua del mare non refrigerava abbastanza; quella che beveva stimolava in fretta la diuresi; i vicini, un gruppo di donne, parlavano della &#8220;<strong>vera parmigiana</strong>&#8220;, così come prescritto dalle nonne.</p>
<p>Era troppo! Ma qualcuno doveva pur difendere la cucina italiana. Vero?</p>
<p>Nella sua anima si agitava il rimorso per il prestito che si era fatto concedere per andare in vacanza. Per un anno avrebbe pagato circa duecento euro al mese. E cosa si sarebbe portato a casa? La pelle annerita, salata e resa fragile come una sfoglia dal sudore costante?</p>
<p>Era partito con la voglia di dimenticare la città, il lavoro malpagato, la vita in un monolocale in un quartiere assediato dai &#8220;<strong>non italiani</strong>&#8220;. Altro che difendere la parmigiana, i suoi erano problemi seri.</p>
<p>La parola che gli ballava per ore in testa era &#8220;<strong>sfruttato</strong>&#8220;. Anche indebitarsi per una modesta villeggiatura metteva a nudo la sua condizione, quella dei suoi amici, quella dell&#8217;italiano medio. Era un Millennials, gli avevano fatto ben altre promesse.</p>
<p>«<strong>Dove cazzo sono ora quelli che ci hanno promesso la felicità?</strong>», sussurrò afferrando la bottiglia d&#8217;acqua fredda e bevendo a piccoli sorsi. Non voleva morire per una congestione, anche perché era il primo giorno di ferie.</p>
<p>«Fratello, collane, occhiali da sole?», chiese un <strong>Uomo Nero</strong> tutto-sorriso mentre allargava un telo su cui erano ricamati elefanti e pellicani. Lui guardava, seduto sul lettino, fumando una sigaretta e scrutando il vucumprà attraverso i suoi occhiali da sole <strong>Tommy Hilfiger</strong>.</p>
<p>«Fratello, collane, occhiali da sole?», ripeté mantenendo il suo ghigno largo. «Una pistola per spararti in petto, scimpanzé», sussurrò lui, sperando però che quello non avesse sentito. Non gli andava di litigare.</p>
<p>E quello andò via facendo sparire il suo sorriso, serrando le labbra e ricominciando la marcia, senza neanche fermarsi da quel gruppo di donne che si confrontava sul dilemma se la vera parmigiana fosse di zucchine o di melanzane e se queste andassero prima arrostite o fritte.</p>
<p>Intanto, <strong>l&#8217;Uomo Nero</strong> si allontanava e lui, l&#8217;italiano medio, immaginava che a un certo punto si sarebbe fermato, che avrebbe gridato «<strong>Allah Akbar</strong>» e che si sarebbe fatto saltare in aria. Sarebbero morti tutti, anche lui, ma almeno lui se ne sarebbe andato con la soddisfazione di averlo mandato a fare in culo.</p>
<p>«Non hai avuto i miei soldi, lurido», disse prima di fare l&#8217;ultimo tiro di sigaretta. Intanto si accorse che il cuore gli batteva forte. Si distese sul lettino incrociando le braccia dietro la testa, chiuse gli occhi e iniziò a respirare profondamente.</p>
<p>Era quasi deluso del fatto che quello non si fosse fatto saltare in aria e che non avesse posto fine alla sua e alla vita degli altri. «Morire da eroi non capita tutti i giorni», disse fievolmente mentre si sentiva trascinato in abissi pacifici.</p>
<p>Guadagnava serenità pensando al suo lavoro da impiegato presso <strong>l&#8217;Agenzia delle Entrate</strong>. Ricordava quanti evasori totali aveva scoperto, quante persone era riuscito a terrorizzare sbattendo loro in faccia quegli estratti conto zeppi delle loro mancanze.</p>
<p>«<strong>Scialapopolo, bastardi</strong>. Vi ho scovato e vi ho perseguitato. Io sono lo Stato, lo Stato è in me&#8230;». E si lasciò cullare dal sonno, mentre una donna del gruppo sentenziò: «Allora, tutte d&#8217;accordo che la vera parmigiana si fa con le melanzane fritte?».</p>
<p>E man mano che lui scivolava tra i primi bagliori di un sogno, ancora aggrappato con le unghie al territorio della veglia, bofonchiò: «Sì, bisogna difendere la parmigiana. <strong>Da questo ombrellone non passerà lo straniero</strong>».</p>
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		<title>Generazione dopo generazione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/generazione-dopo-generazione-articolo-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 19:09:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Generazione dopo generazione&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore elaborata con l&#8217;intelligenza artificiale  Nessun Dio salva, nessun Dio esiste se ci sono ancora notti in cui si supplica gioia ma si riceve pianto. Se lei ci fosse e mi aprisse le sue braccia, esclamerei: «Sono vivo». Scivolerei tra le sue [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Generazione dopo generazione&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore elaborata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p>Nessun <strong>Dio</strong> salva, nessun <strong>Dio</strong> esiste se ci sono ancora notti in cui si supplica gioia ma si riceve pianto.</p>
<p>Se lei ci fosse e mi aprisse le sue braccia, esclamerei: «Sono vivo». Scivolerei tra le sue gambe, non avrei bisogno d&#8217;altro. Darei a me stesso ciò che basta, poi prenderei le distanze. Ricorderei la giovinezza senza la sua ingombrante immaturità, sentirei di nuovo la vitalità ripulita della sua vanità. Ma solo la speranza abbindola le persone con promesse leggere. Il tempo non restituisce, il tempo non sa chi lo guida. È un gioco noioso rincorrersi per sembrare innamorati?</p>
<p>Lui abbandona ciascuno al proprio tormento, anche oggi non verrà in nostro soccorso. Nessun <strong>Dio</strong> ama per davvero, tutt&#8217;al più, ognuno di loro mette alla prova.</p>
<p><strong>Generazione dopo generazione</strong> bussiamo alla porta dell&#8217;innocenza. Nessuno apre. Questa è una dimora abbandonata. Non v&#8217;è uomo che possa dirsi salvo senza il consenso della Storia e una corte di vincitori.</p>
<p>Ho guardato dal buco della serratura. Ho visto lei che si amava da sola, che non perdeva tempo con mani d&#8217;uomo. Lei ha voluto sé stessa per quell&#8217;attimo e per altri ancora. È finita così: la sua bocca leggermente schiusa, la testa poggiata sulle mattonelle, un sorriso sereno rivolto verso il neon lattiginoso, lei indisturbata con i capezzoli affilati.</p>
<p><strong>Generazione dopo generazione</strong> abbiamo imparato a morire meglio, a somministrarci veleno. Volevamo vivere di più e meglio. Tu chiamala eutanasia, o nichilismo, o insoddisfazione per la natura umana. Sii anche questa volta persuaso dal transumanesimo. Scompariamo adesso, unendo i punti del nostro disegno introverso, muovendo sempre gli stessi fili.</p>
<p>Nessun <strong>Dio</strong> salva, nessun Dio ama. Se avessimo potuto, nessuno di noi sarebbe venuto ad abitare questo Mondo.</p>
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		<title>Mutismo d&#8217;amore</title>
		<link>https://www.borderliber.it/mutismo-damore-racconto-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 10:06:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Mutismo d&#8217;amore&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore ritoccata con l&#8217;intelligenza artificiale Tu la chiamavi morte, io invece servitù volontaria nei confronti del dolore. Non capivo perché non riuscivi a testimoniare la tua presenza nel mondo, perché ti piacesse parlare solo quando intorno a te non c&#8217;era nessuno. Cos&#8217;è una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Mutismo d&#8217;amore&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore ritoccata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p dir="ltr">Tu la chiamavi morte, io invece servitù volontaria nei confronti del dolore. Non capivo perché non riuscivi a testimoniare la tua presenza nel mondo, perché ti piacesse parlare solo quando intorno a te non c&#8217;era nessuno. <strong>Cos&#8217;è una voce che non può essere ascoltata da nessuno?</strong> Tu credi davvero che esista un popoloso mondo invisibile?</p>
<p dir="ltr">Eri muta anche davanti a me. Muta nei sentimenti, nell&#8217;esprimere le tue volontà. Parlavi delle cose in maniera impersonale, ponendo davanti quel &#8220;<strong>si</strong>&#8221; che indica distanza insormontabile o dichiarazione irrevocabile di non adesione. Eppure, il mondo assilla con le sue richieste di adesione e di accettazione. Esistono davvero luoghi in cui la vita coincide con l&#8217;indifferenza?</p>
<p dir="ltr">È il tuo mutismo una protesta contro me e tutti gli altri? In cosa ti abbiamo stufato? Tu che hai scelto il <strong>silenzio-assenso</strong> e altre forme di astensione, cosa vuoi dirci? Ti prego, non lasciare che sia io a rispondere attraverso un <strong>soliloquio</strong> che non rende giustizia alle nostre riflessioni. Cosa vuol dire non sentirsi nel mondo?</p>
<p dir="ltr">Tutto cominciò da un non &#8220;<strong>t&#8217;amo più</strong>&#8221; e per provarmi quanto fosse vero, lo dicesti mentre eri nuda davanti a me. T&#8217;abbracciai e sentii il tuo corpo freddo. Con le mani mi avevi allontanato, con le mani avevi cercato di tapparmi gli occhi. Stavi provando vergogna. Mi voltai verso la serranda marrone della finestra e lasciai che ti vestissi, che andassi via non per sempre, ma solo per quel momento.</p>
<p dir="ltr">Lo chiamai &#8220;<strong>mutismo d&#8217;amore</strong>&#8220;, qualcosa che suonò nella mia mente come un&#8217;illusione che addolcisse il dolore. Nessuno è tornato invece, <strong>né ieri né oggi</strong>. Ora guardi da un balcone il passaggio delle persone, ti intriga il loro passo spaesato. Tu invece sei vigile, muta, indifferente; legata al tuo inesplicabile tormento. Eppure ti chiedo: non dire, anche quando qualcuno vuole accoglierti, non è peccato verso la <strong>Provvidenza</strong>?</p>
<p dir="ltr">O no, non attribuirmi sentenze religiose. Io non credo a quegli spiriti che l&#8217;uomo ha posto sopra di sé solo per convalidare la sua inferiorità e la sua irrequietezza. Io confido in quel <strong>Grande Architetto</strong> che ha dato a ciascuno di noi la possibilità di essere portatori di grazia, persino nella distruzione. Perciò io accetto che in un giorno si generi e che in un altro si distrugga. <strong>Ma dovrebbe prevalere l&#8217;amore. </strong>E se questo semplicemente non fosse stato per te amore?</p>
<p dir="ltr">Era una lettera: <strong>mutismo d&#8217;amore</strong>. L&#8217;hai mai letta? La lasciai nella cassetta della posta di casa tua, anche se quelli erano gli anni della rivoluzione tecnologica. Avrei potuto inviarti un lungo messaggio su <strong>WhatsApp</strong>, ma ho preferito la penna e la carta, la parola che trema, la cancellatura con cui si può chiedere scusa.</p>
<p dir="ltr">Seppur lontano e ormai disinteressato, ti vedo ancora servire volontariamente il dolore. <strong>Eppure, la vita ci chiamava.</strong></p>
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		<title>Un tovagliolo pieno di ciliegie</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-tovagliolo-pieno-di-ciliegie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 18:35:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Sud]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un tovagliolo pieno di ciliegie&#8221; è un racconto di Saverio Di Giorno. In copertina una foto dell&#8217;autore  Uno dei viaggiatori ringraziando per le ciliegie le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma, vedi il papa&#8230; che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un tovagliolo pieno di ciliegie&#8221; è un racconto di Saverio Di Giorno. In copertina una foto dell&#8217;autore </strong></p>
<p>Uno dei viaggiatori ringraziando per le ciliegie le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma, vedi il papa&#8230; che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io sono di Catanzaro». Quasi a scusarsi di non poter contrapporre al papa e ai monumenti qualcosa di meglio. Lei alla Cappella Sistina contrappone un grappolo di ciliegie. Poi le spalle ricadono sotto il peso dei sensi di colpa dei calabresi.</p>
<p>Vale la pena raccontare di questo dialogo non tanto perchè una donna di Catanzaro è riuscita a offrire un tovagliolo di ciliegie a un cosentino, che &#8211; posso assicurare a chi legge fuori dalla Calabria &#8211; è già tanto. Non tanto perchè alla fine di questo incontro, è parso che Catanzaro (per un attimo solo!) fosse una sorta di luogo da vedere assolutamente. Quanto perchè questa donna, aggrappata in piedi su una carrozza di un treno, con un tovagliolo di ciliegie in mano, ha ridato dignità a tutti i meridionali del mondo.</p>
<p>Il treno nel quale avviene questo dialogo è esattamente il solito che ci si figura quando si dice treno in Calabria. Che non è mai solo un mezzo di trasporto, ma pure un sentimento: la nostalgia o il distacco; è un tempo: quello dell’attesa; è un colore: quello azzurro del mare sulla destra; è un misto di sensi: puzzo di sudore e piscio alternato a qualche cibo. È esattamente quel treno in ritardo. Quello colonizzato da buste di plastica e valigioni incastonati in ogni rientranza tenuti fermi con una gamba o un piede a formare una giungla di jeans e calzini. É esattamente quel treno nel quale l’aria condizionata è presente a carrozze alterne. Quelli che viaggiano da sud a nord popolati quasi principalmente da ragazzi che vanno nelle città universitarie e venditori ambulanti carichi di bustoni e biciclette. Il treno di questo incontro è esattamente questo.</p>
<p>In questo mosaico di cuffiette, buste, cappellini è incastonata una vecchina. Quasi non si vede, sprofondata nel suo posto, per quanto è minuta, ferma e silente. Una vecchina. E forse vale la pena spendere qualche riga in più su questa parola: vecchina. Il volto di questa donna, infatti, anche in questo caso, è esattamente l’immagine che ci si figura quando si dice vecchina. Si è detto appunto minuta, leggermente ricurva. La pelle chiara e raggrinzita che ormai si appoggia sulle braccia sottili come fosse un velo e si accartoccia sugli occhi quasi a nasconderli. Gli occhi emergono dal volto stropicciato dal tempo e non stanno mai fermi. Sorride. Ascolta e sorride, come fanno sempre le donne meridionali. Nei loro cantucci. Che guardano e sorridono complici ai nipoti. Come è scritto della madonna nei vangeli: che osserva. E perdona.</p>
<p>Quello che questa donnina si appresta a fare nel treno è un elenco di gesti. Una coreografia di movenze che escono naturali solo a quei corpi abituati a frequentare chiese, terre e cucine. Ancora una volta: esattamente quei gesti che ci si aspetta da una anziana meridionale. Un manuale antropologico che rivela un preciso codice di comportamento che sembra provenire da un altro mondo. Arcaico, lontano e fuori dal mondo in quella giungla di jeans e cuffiette. Quel mondo che la guarda sorridendo e le pare buffa e tenera. É l’ora del pranzo e dopo aver mangiato dentro un tovagliolo di carta una frittata, tira fuori un «cappello pieno di ciliegie». Si alza con la leggerezza di una ballerina, che sarebbe potuta volare a terra appena qualcuno avesse aperto un finestrino. Invece comincia a percorrere tutta la carrozza come fosse su una scarpata di vigna nelle quali queste vegliarde sono capaci di arrampicarsi anche il giorno prima di morire. Ci sono le «ciliegie da finire».</p>
<p>Prima regola. Il cibo si divide sempre, specie quello della terra, e quello certamente lo è. Sono ciliegie della sua terra, a Catanzaro, specifica e infatti sono grandi e rosse. Te le offre, aspetta che le mangi e che le dici che sono ottime. Soprattutto che noti che sono diverse dalle altre. Questa è la cosa più importante: il riconoscimento della diversità. E così questa vecchina resiste in piedi alle frenate e all’omologazione dei prodotti del mercato. Seconda regola: quelle ciliegie «sono da finire». Nel suo codice di comportamento l’avanzo, lo spreco non è contemplato. Una sola eccezione è consentita nel caso non ti piacciano. In quel caso avrai uno sguardo dispiaciuto e quasi le scuse. Ma questo non succederà mai perchè la trappola è fine, comincia con «Dai finiamole, così non le porto dietro che sono pesanti», allora le mangi anche più del dovuto fino a che non ti fermi, «Ma non ti piacciono? Perchè l’hai lasciata?», ma non daresti mai nessun dispiacere a una vecchina che si è alzata apposta per te e ti sta offrendo una mano di ciliegie.</p>
<p>Di colpo con questo scambio ci si ritrova piccoli, nelle tavolate con i nonni, le portate infinite e le corse nei piazzali. Ci si ritrova, si intende, per chi ha avuto la fortuna di crescere al sud. Quelle ciliegie sono la porta aperta su quel mondo e scopriamo appunto che è una nonna di Catanzaro che va a trovare i nipoti che studiano a Milano, forse per la laurea. Ma come ogni regola di ospitalità vuole, l’ospite deve ricambiare tanta gentilezza. E quindi i viaggiatori, ormai divenuti tutti nipoti temporanei di questa nonna, cominciano a raccontare le loro di storie. E lei risponde spalancando gli occhi e meravigliandosi. La meraviglia è una prerogativa del mondo arcaico che crede nelle superstizioni e nelle madonne piangenti. E che accetta di non spiegarsi tutto perchè talvolta il mondo va così, come dicono appunto queste nonnine. A quell’arrendevolezza oggi si è sostituita la superbia della tecnica, del poter tutto; il contrappasso è che per allontanare la rassegnazione, abbiamo accettato il baratro fallimento. Qualcuno le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma vedi il papa&#8230; che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io sono di Catanzaro». Quasi a scusarsi: lei può offrire solo le ciliegie ai monumenti di Roma. Poi le spalle ricadono e aggiunge una «a me mi piace pure Catanzaro» con tutta la tenerezza possibile, inconsapevole. Una tenerezza che arriva quasi violenta. «Voi che avete studiato&#8230; a voi&#8230; vi piace Catanzaro?» Perchè il suo giudizio non basta.</p>
<p>Quel sospetto di non essere mai abbastanza, mai sufficientemente all’altezza. Questa arrendevolezza aperta alla meraviglia. Quello sguardo capace di distruggere ogni tipo di orgoglio, ogni tipo di successo, ogni tipo di traguardo che si può raggiungere partendo con quel treno per studiare e lavorare. Quello sguardo non se ne va così facilmente. D’improvviso Catanzaro diventa la periferia di Roma. Lei può offrire ciliegie e Catanzaro e tanto basta a distruggere tutti i monumenti di Roma, tutte le lauree e le promozioni che richiedono partenze. Tutte le realizzazioni che richiede questo mondo si infrangono contro quella vecchina in piedi precaria su quella carrozza dondolante eppure immobile, ferma e dignitosissima. Che affonda in un altro mondo. Che valuta vittorie e sconfitte secondo altri parametri. A cui le nostre miserie sono sconosciute. Nel quale inchinarsi per raccogliere le ciliegie è il gesto più nobile, l’unico per poter stare poi dritti al mondo.</p>
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		<title>Lotteria delle anime: Matteucci in Purgatorio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lotteria-delle-anime-matteucci-in-purgatorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 09:45:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Lotteria delle anime&#8221; di Rosa Matteucci, Adelphi, 2026 Leggere Rosa Matteucci, almeno per me, vuol dire tornare alla letteratura capace di sperimentare, di oltrepassare le mode del momento tanto da farsene beffa. Quando dopo l&#8217;ottimo &#8220;Cartagloria&#8221; mi sono trovato tra le mani questo racconto breve, ho abbandonato tutto e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Lotteria delle anime&#8221; di Rosa Matteucci, Adelphi, 2026</strong></p>
<p>Leggere <strong>Rosa Matteucci</strong>, almeno per me, vuol dire tornare alla letteratura capace di sperimentare, di oltrepassare le mode del momento tanto da farsene beffa. Quando dopo l&#8217;ottimo &#8220;<strong>Cartagloria</strong>&#8221; mi sono trovato tra le mani questo racconto breve, ho abbandonato tutto e mi sono concesso un lungo e felice respiro.</p>
<p>Dopo poche pagine, &#8220;<strong>Lotteria delle anime</strong>&#8221; mi è sembrato un po&#8217; come quei trattatelli medievali che illustravano con accuratezza maniacale e scientifica cose estranee e bizzarre, come i mondi ultraterreni. Tant&#8217;è che alla fine ti convincevi che lo scrittore fosse stato davvero da quelle parti o avesse ricevuto istruzioni inconfutabili da chissà quale entità. <strong>Rosa Matteucci</strong> fa lo stesso, unendo tutto nel suo inconfondibile stile, in cui la parola è creatrice di una realtà inequivocabile.</p>
<p>Ciò che rende ancora più appassionante il viaggio tra queste pagine è quell&#8217;ironia che trasforma le assurdità in &#8220;<strong>verosimiglianza</strong>&#8220;. Sentiremo davvero le voci delle anime purganti che supplicano la protagonista di &#8220;<strong>pregare per loro</strong>&#8220;. Ciascun trapassato, imprigionato in questo luogo di dolorosa purificazione, chiederà qualcosa per sé, affinché si compia il passaggio verso il Paradiso.</p>
<p><strong>Matteucci</strong> fa largo uso delle &#8220;fonti&#8221; medievali, dei <strong>Padri della Chiesa</strong>, delle tante isterie storiche. Ciò non fa che rendere attuale questo &#8220;<strong>Purgatorio</strong>&#8221; in cui tutti finiremo, perché nessuno di noi ha vissuto secondo la regola divina. Sarà anche un modo per sorridere di certe credenze, di alcuni aspetti che ancora trovano posto tra i nostri costumi e rintracceremo in alcuni passaggi più di qualche motivo per cui &#8220;<strong>non possiamo non dirci cristiani</strong>&#8220;.</p>
<p>Ma come detto fin dall&#8217;inizio, &#8220;<strong>Lotteria delle anime</strong>&#8221; è prima di ogni cosa &#8220;letteratura&#8221;, di quella capace di mischiare le categorie, di giocare con la tradizione, di farsi spazio tra le contraddizioni. È questo un racconto breve di appena 57 pagine, ma che per stile e intenti supera di gran lunga alcune proposte che lucrano sulle proprie disgrazie, tanto da poter definire buona parte dell&#8217;autofiction una moderna &#8220;<strong>simonia</strong>&#8220;.</p>
<p>Qui, invece, la bella scrittura incontra l&#8217;originalità. Forma e sostanza coincidono, perché non sempre un buon tema viene esposto senza sbavature. Lo stile di Matteucci è noto a chi la segue da anni, ma è anche capace di rinnovarsi. In questo caso è più chiaro, ma sempre irruento, capace di evocare nitide caricature delle nostre paure e delle nostre convinzioni.</p>
<p>Insomma, possiamo dire, senz&#8217;ombra di dubbio, di essere davanti a un&#8217;ennesima &#8220;<strong>commedia</strong>&#8221; ben architettata da questa scrittrice italiana di cui bisognerebbe parlare con maggiore frequenza.</p>
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