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		<title>Finale: allegro. Una vita in trincea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 12:29:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film &#8220;Finale: allegro&#8221; Vita, morte, eros e thanatos, alfa e omega, yin e yang, suono e silenzio. Sono gli ingredienti fondamentali del film &#8220;Finale: allegro&#8221; diretto da Emanuela Piovano con principali attori protagonisti, Barbara Bouchet, Luigi Diberti e Anna Bonassi: una storia d&#8217;amore e amicizia dolcemente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film &#8220;Finale: allegro&#8221;</strong></p>
<p>Vita, morte, eros e thanatos, alfa e omega, yin e yang, suono e silenzio.</p>
<p>Sono gli ingredienti fondamentali del film &#8220;<strong>Finale: allegro</strong>&#8221; diretto da Emanuela Piovano con principali attori protagonisti, Barbara Bouchet, Luigi Diberti e Anna Bonassi: una storia d&#8217;amore e amicizia dolcemente malinconica.</p>
<p>Al crepuscolo della vita Karina, la protagonista, vede allontanarsi progressivamente l&#8217;amore della propria vita, Elena.</p>
<p>In compagnia del gatto Veleno e soprattutto del suo pianoforte, Karina vive la propria solitudine preparandosi all&#8217;ultimo passo: il vestito rosso da indossare, il luogo ove porre fine, l&#8217;ora, il momento. Tutto con  dovizia di particolari. Ma quel &#8220;buco nero&#8221; che ognuno di noi ha davanti a sé, avanza come un mal sottile, sempre più progressivamente e prende il sopravvento quando Elena scompare.</p>
<p>La vita non la vuole abbandonare, no: quando meno se lo aspetta, la risveglia dai brutti pensieri grazie al prezioso dono dell&#8217;amicizia di Max, l’affetto di Suliko (Nutsa Khubulava) e la presenza di David (Luca Chikovani) due giovani georgiani fuggiti dalla guerra.</p>
<p>Suliko è la giovane badante che inizialmente dimostra molta diffidenza nei suoi confronti e David il suo fidanzato. I due personaggi conferiscono una freschezza necessaria allo scorrimento del racconto e la vitalità di Suliko rappresenta la rinascita di Karina.</p>
<p>È un tema forte e complesso quello del fine vita: richiede la giusta dose di compassione ma anche un dosato distacco e una riflessione attenta su questioni etiche e legali. La regista lo affronta con grande delicatezza e sensibilità. Film da vedere.</p>
<h3>Dalle note del registra di &#8220;Finale: allegro&#8221;</h3>
<p>Quando ho letto &#8220;L’età ridicola&#8221; di Margherita Giacobino ho avuto subito la sensazione che quella storia mi riguardasse da vicino. Mi ha colpito il modo in cui raccontava l’amore tra due donne anziane intrecciandolo al tema della fine, con una delicatezza e una verità rare.</p>
<p>Da lì è nato &#8220;<strong>Finale: allegro</strong>&#8220;, un film che attraversa l’amore, la perdita, la memoria e il corpo, tenendo lo sguardo aperto sulla libertà e sulla vulnerabilità.</p>
<p>Ho scelto la camera a mano: sentivo il bisogno di restare a contatto con la materia delle cose. Credo che con l’età non ci si allontani dalle emozioni, ma ci si esponga a esse in modo diverso. La fragilità che ne deriva, per me, non è una debolezza ma una forma silenziosa di forza.</p>
<p>La musica attraversa tutto il film. Sono partita dalle sonate di Hyacinthe Jadin, compositore settecentesco fulmineo, la cui scrittura anticipa una sensibilità già romantica. Il &#8220;<strong>Finale: allegro</strong>&#8221; della sua Sonata n.2 dialoga con le canzoni di Gianmaria Testa, con l’interpretazione di Futura di Frida Bollani Magoni e, infine, con Le Largeqk di Françoise Hardy, una canzone di congedo che accompagna la chiusura del film con grazia e apertura.</p>
<p>Per &#8220;<strong>Finale: allegro</strong>&#8221; cercavo interpreti che portassero sullo schermo non solo il mestiere, ma la vita. In Barbara Bouchet ho trovato un’attrice di grande sensibilità e coraggio, capace di mettersi in gioco con autenticità.</p>
<p>&#8220;<strong>Finale: allegro</strong>&#8221; nasce dal desiderio di immaginare un incontro possibile tra passato e futuro, e di affidare alla trasformazione — individuale e collettiva — una forma concreta di speranza.</p>
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		<title>Les Revenants</title>
		<link>https://www.borderliber.it/les-revenants-serie-tv-falzone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 22:01:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Falzone]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Les Revenants]]></category>
		<category><![CDATA[Locandina]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Serie Tv]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina della serie Tv &#8220;Les Revenants&#8221; “Cosa significa essere vivi se i morti camminano tra noi?”. L’elaborazione del lutto, di solito, è qualcosa che riguarda i vivi. C’è chi ci riesce e chi no, ma in sostanza, della solitudine dei morti non importa a nessuno: sono morti appunto. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina della serie Tv &#8220;Les Revenants&#8221;</strong></p>
<p>“Cosa significa essere vivi se i morti camminano tra noi?”. L’elaborazione del lutto, di solito, è qualcosa che riguarda i vivi. C’è chi ci riesce e chi no, ma in sostanza, della solitudine dei morti non importa a nessuno: sono morti appunto. In <strong>“Les Revenants”</strong>, i morti, all’improvviso non sono più tali. Ritornano, si ripresentano alla porta di casa dopo anni, come se il tempo non fosse passato, dimentichi di essere, a un certo punto, trapassati.</p>
<p>Il luogo è una cittadina delle Alpi francesi, un grumo di case sprofondate tra le montagne, accanto a una diga e a un lago artificiale, che qualche decennio prima ha inghiottito tra le acque un intero villaggio.</p>
<p>La prima a tornare a casa è Camille, una quindicenne dalla folta chioma fulva, finita quattro anni prima in fondo a una scarpata insieme a tutto il pullman della sua classe in gita.</p>
<p>Attorno a Camille ci sono le macerie di una famiglia divelta dal lutto: i genitori si sono separati, la madre ha una relazione con il coordinatore di un gruppo di sostegno per i parenti delle vittime, la sorella attraversa un’adolescenza scapestrata. Proprio questa sorella è la gemella di Camille, che gemella non è più: il primo incontro tra le due, lo specchio fratturato di due corpi non più identici in quanto Léna naturalmente è cresciuta mentre Camille conserva lo stesso aspetto di quattro anni prima.</p>
<p>Simon è invece scomparso dieci anni prima, il giorno in cui avrebbe dovuto sposarsi. Dicono sia stato un suicidio, ma lui non se ne ricorda. Da dietro la porta a vetri, osserva la fidanzata Adèle e la figlia Chloé, ed è determinato a ricominciare dal punto in cui tutto si è interrotto.</p>
<p>Camille e Simon sono ritornati dalla morte, e come loro sono ritornati Victor, Serge, Viviane. E, forse, non solo loro. Nella profondità della cattolica provincia francese, quando i morti si presentano all&#8217;uscio, prima di gridare all’apocalisse zombie, si parla con nonchalance di risurrezione e ci si presenta dal parroco a domandare spiegazioni.</p>
<p>Da un lato, non si può dire che i “ritornanti” siano zombie: non c&#8217;è modo di distinguerli dai vivi. Qual è allora, la fine, se non più la morte? Perché qualcuno ritorna e qualcun altro invece no? Mentre le acque del lago artificiale misteriosamente si abbassano, lasciando emergere gli scheletri e i fantasmi di un villaggio-cimitero, mentre l’elettricità salta a intermittenza soffocando il paese nel buio, ogni personaggio rimesta nelle cicatrici aperte della colpa e del lutto, forzando morti e vivi a fronteggiare i conti del passato e del presente.</p>
<p>E non è tanto interessante il fatto dei “Ritornanti” in sé per sé, non sono tanto loro il punto da focalizzare, ma come noi comuni mortali, ancora mai morti però, potremmo riaccogliere chi, senza alcuna spiegazione, è tornato dall’aldilà.</p>
<p>Guardare <strong>“Les Revenants”</strong>, non è dissimile dall’osservare un quadro di Delacròix o ascoltare la musica di Wagner. Lo stile supera i limiti della ragione. La fotografia cupa e malinconica, la regia cristallina, le musiche incantevoli, prevaricano la narrazione. Ancor più della storia,</p>
<p>infatti, il comparto tecnico impatta sul nostro umore: grazie ad esso mettiamo in campo l’intero bagaglio emotivo. Una serie tv che invita al ragionamento e al rompicapo riuscendo a coinvolgere in maniera passionale</p>
<p><strong>“Les Revenants”</strong> potrebbe essere tutta una grande metafora di come la morte di una persona sconvolga gli equilibri della nostra vita: ma la nostra vita è una materia che, come l’acqua, tenderà a invadere e riempire da sé gli spazi vuoti..</p>
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		<title>Lacci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lacci-falzone-film-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2025 22:01:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[film]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Lacci&#8221; “La domanda muta aveva la nuova tonalità imperativa, esigeva una risposta immediata, silenziosa o a gola spiegata”. È un passaggio, uno dei tanti, di “Lacci” in cui è presente la scontro ideale fra silenzio e parola, reazione e passività; una domanda muta, una risposta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina la locandina del film &#8220;Lacci&#8221;</strong></p>
<p>“La domanda muta aveva la nuova tonalità imperativa, esigeva una risposta immediata, silenziosa o a gola spiegata”. È un passaggio, uno dei tanti, di <strong>“Lacci”</strong> in cui è presente la scontro ideale fra silenzio e parola, reazione e passività; una domanda muta, una risposta necessaria ma non dovuta.</p>
<p>Nella distanza fra questi termini sta la storia d’amore lunga quarant’anni, tra i primi anni ‘80 e oggi, tra Vanda e Aldo, sposati, genitori di Anna e Sandro, abitanti nel quartiere Stella di Napoli, uniti anzi no divisi dai legami – dai lacci – che una famiglia impone, dalle responsabilità della vita in comune, dagli impegni degli affetti, dalle parole che bisogna dire e da quelle che bisogna tacere. Da questo mondo fugge Aldo, intellettuale conduttore radiofonico a Roma che passa buona parte del suo tempo via di casa, prima per lavoro, poi per amore, quando inizia una relazione con la collega Lidia, innamorata di lui tanto quanto lui non riesce ad amare nessuno, o meglio ancora non sente il bisogno di dimostrare e di dire il proprio amore a qualcuno, né all’amante, né tantomeno alla moglie o ai figli.</p>
<p>Aldo è il fulcro del film, l’elemento che scombina la famiglia, andandosene, tornando saltuariamente, scegliendo infine di rimanere, sempre perso nei propri silenzi, nelle parole di troppo che dice alla radio e nei gesti in cui si rifugia nella speranza di delegare l’affetto ad altre forme di comunicazione.</p>
<p>Vanda non sa come reagire. Lo butta fuori di casa, lo cerca, gli chiede di assumersi delle responsabilità nei confronti dei figli. Lui, a sua volta, esce ed entra dalle loro vite. Sembra sparire per sempre. Poi un giorno dopo qualche anno riappare quando la madre accompagna i figli che hanno deciso di passare una giornata con lui.</p>
<p><strong>“Lacci”</strong> è il film di una storia che riparte ogni volta da zero. C’è il tentativo impossibile, forse per questo ancora più drammaticamente romantico, di cercare di far funzionare a tutti i costi una storia che non va.</p>
<p>Tradimenti e dolore, abbandoni e ritorni, segreti e lealtà, il dramma riflette sulle geometrie variabili e davvero poco cartesiane delle relazioni, sentimentali e familiari, cercando di non cedere troppo campo a meschinerie e sotterfugi, ma nemmeno di trascurarli: la vita, senza altari né altarini, e non c’è bisogno di conoscere il significato latino di “Labes”, affibbiato al gatto domestico, per sapere di che cosa sovente sia fatta, dalla vergogna alla caduta, passando per il rancore. Già, di che cosa parliamo quando parliamo di amore che non è più?</p>
<p>Diventa esemplare un’immagine della coppia molti anni dopo, stavolta interpretati da Silvio Orlando e Laura Morante. Sono su una spiaggia in cui sono da soli ma non c’è nessun contatto. Non stanno più insieme, ma di fatto continuano a vivere come una coppia. “Per stare insieme bisogna parlare poco, l’indispensabile” dice a un certo punto Aldo. E <strong>“Lacci”</strong> è proprio anche un film sulla mancanza di dialogo, dove però i personaggi sono sommersi dalla scrittura.</p>
<p>Il regista introduce il tema della trasmissione tra le generazioni delle modalità relazionali, utilizzando l’efficace e metaforica scena dell’allacciamento delle stringhe al bar. “Come ti allacci le scarpe?” Chiede la figlia al padre. In fondo ognuno i lacci se li allaccia da sé, guardando un modello. I figli, che da bambini sono innocenti e silenziose vittime tanto dell’indifferenza del padre quanto del rancore della madre nei confronti di lui e dell’amante, da adulti non appaiono per certi aspetti migliori dei genitori, dei quali ripropongono alcuni errori o meccanismi deleteri.</p>
<p>Ma è proprio dai figli e dal loro tentativo improvvisato di liberarsi da quella pesante eredità generando il caos nell’appartamento dei genitori, scambiato da Aldo e Vanda per un furto che può nascere una nota di speranza. È possibile distruggere i lacci per poter ricominciare a costruire legami veri.</p>
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		<title>Un eroe: la parabola amara di Farhadi tra etica e reputazione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-eroe-recensione-vittorio-film/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 21:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Cannes]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Eroe]]></category>
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		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Gianni Vittorio. In copertina la locandina del film &#8220;Un eroe&#8221; Presentato in concorso al Festival di Cannes 2021, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, Un eroe segna il ritorno di Asghar Farhadi al cinema iraniano dopo la parentesi europea di Il cliente e Tutti lo sanno. Con questo film, il regista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Gianni Vittorio. In copertina la locandina del film &#8220;Un eroe&#8221;</strong></p>
<p>Presentato in concorso al Festival di Cannes 2021, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, <strong>Un eroe</strong> segna il ritorno di Asghar Farhadi al cinema iraniano dopo la parentesi europea di <strong>Il cliente</strong> e <strong>Tutti lo sanno</strong>. Con questo film, il regista due volte premio Oscar conferma la sua maestria nel raccontare le zone grigie della morale attraverso storie quotidiane che assumono la forza di parabole universali.</p>
<p>Il protagonista è <strong>Rahim</strong> (Amir Jadidi), detenuto per insolvenza, che durante un breve permesso prova a convincere il suo creditore a ritirare la denuncia. Quando trova per caso una borsa con delle monete d’oro e decide di restituirla, i media lo trasformano in un simbolo di integrità. Ma la verità si rivela fragile: incongruenze, sospetti e maldicenze sgretolano la sua immagine pubblica.</p>
<p>La figura di <strong>Rahim</strong> è al tempo stesso tenera e inquietante: un uomo che non è mai pienamente padrone del proprio destino, costantemente in bilico tra il desiderio di apparire onesto, e la necessità di difendere la propria sopravvivenza. Non è un eroe tradizionale, né un impostore calcolatore: è un personaggio profondamente umano, segnato da ingenuità, debolezze e contraddizioni. <strong>Farhadi</strong> lo dipinge come un individuo incapace di dominare il flusso di eventi e giudizi che lo travolgono, un uomo comune che diventa, suo malgrado, specchio delle tensioni morali e sociali che lo circondano.</p>
<p>La sua parabola è tanto più potente perché mostra quanto sia labile il confine tra sincerità e opportunismo, tra generosità e calcolo, tra la ricerca di riscatto e la paura della vergogna. <strong>Farhadi</strong> mette ancora una volta al centro della narrazione l’ambiguità della verità, tema che attraversa tutta la sua filmografia. La vicenda personale si intreccia con il contesto sociale iraniano, dove la reputazione è moneta di scambio e i rapporti di potere passano attraverso media, istituzioni e opinione pubblica. Ma il discorso si allarga ben oltre i confini nazionali: nell’era della viralità, ogni gesto è esposto al tribunale dei social, ogni “eroe” è destinato a diventare, con la stessa rapidità, sospettato o impostore.</p>
<p>Dal punto di vista formale, il regista conferma il suo stile sobrio: regia invisibile, attenzione maniacale per i dialoghi, tensione narrativa che cresce senza bisogno di colpi di scena artificiosi. La direzione degli attori è puntuale: Amir Jadidi regge il peso del ruolo con una recitazione intensa ma priva di enfasi, mentre gli interpreti secondari contribuiscono a rendere credibile il mosaico sociale che circonda Rahim.</p>
<p>Accolto favorevolmente dalla critica internazionale, <strong>Un eroe</strong> è stato letto come un film che unisce la tradizione morale del cinema iraniano a una riflessione attualissima sulla crisi della verità nell’era della comunicazione di massa. Non a caso, è stato candidato dall’Iran agli Oscar 2022 per il miglior film internazionale. Farhadi firma così un’opera che non ha la tensione di un thriller né la rassicurazione di un dramma morale classico: al contrario, lascia lo spettatore in sospeso, costretto a confrontarsi con la domanda più scomoda di tutte: cosa avremmo fatto noi, al posto di Rahim.</p>
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		<title>Giurato Numero Due: lo scontro tra verità e giustizia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giurato-numero-due-film-recensione-poretti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 21:44:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Eastwood]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Legal Drama]]></category>
		<category><![CDATA[Porretti]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Antonio Maria Porretti. In copertina una foto tratta dal film &#8220;Giurato Numero Due&#8221; Quale rinuncia siamo disposti a compiere, sacrificando qualcosa del nostro personale e legittimo benessere a favore di uno collettivo? A vantaggio di un ordine sociale dove verità e giustizia siano un binomio inseparabile? Come nel caso di un processo per [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Antonio Maria Porretti. In copertina una foto tratta dal film &#8220;Giurato Numero Due&#8221;</strong></p>
<p>Quale rinuncia siamo disposti a compiere, sacrificando qualcosa del nostro personale e legittimo benessere a favore di uno collettivo? A vantaggio di un ordine sociale dove verità e giustizia siano un binomio inseparabile? Come nel caso di un processo per omicidio? Come quando si tratta di stabilire l&#8217;innocenza o la colpevolezza dell&#8217;imputato di turno?</p>
<p>E in tempi di sfrenato individualismo, dove gogne mediatiche premiano chi più aggredisce e la ragione sta sempre dalla parte di chi più alza la voce, in che modo e con quale atteggiamento ci poniamo di fronte a parole come &#8220;Etica&#8221;?</p>
<p>Giunto alla sua quarantaduesima regia, senza che i suoi novantaquattro anni abbiano intaccato la sua voglia di fare cinema, Clint Eastwood prova a realizzare una sorta di apologo sull&#8217;argomento, lanciandolo come un sasso su noi spettatori, e prima ancora su quell&#8217;America <em>trumpiana</em> sempre più imparruccata da Roi-Soleil pel di carota.</p>
<p><strong>&#8220;Giurato Numero Due&#8221;</strong> ( Juror #2) si ispira con ogni evidenza a un caposaldo del &#8220;legal drama&#8221;, a quel &#8220;La parola ai giurati&#8221; di Sidney Lumet del 1957, scompigliando però le regole del gioco. Nessuna linea di confine tra bene e male; nessuna concessione a confortevoli manicheismi un po&#8217; tipici del genere. Nessun conflitto esterno. Tutto un à huis clos nella coscienza del protagonista.</p>
<p>Justin Kemp pare in possesso di ogni requisito per corrispondere all&#8217;ideale dell&#8217;americano medio, quello che si vorrebbe tanto come vicino di casa, o amico di grigliate in giardino: occhi azzurri, fisico atletico quanto basta, pienamente soddisfatto del suo lavoro di giornalista per una piccola testata di provincia  siamo a Savannah in Georgia).</p>
<p>Così innamorato e premuroso verso sua moglie Amy che sta per dare alla luce il loro primo bambino. Il loro rapporto sembra un idillio, simile a quella cameretta che dipinto e decorato personalmente in attesa del lieto evento.</p>
<p>È indubbiamente un uomo fortunato, ha avuto una seconda chance resettando un periodo torbido della sua vita: un passato da alcolista culminato in un gravissimo incidente stradale con cui ha rischiato di perdere Amy. A causa del quale ha perso i gemelli che lei portava in grembo. Ma ha imparato la lezione, non ricadrà più negli errori del passato, per nessuna ragione al mondo. Vuole solo essere un buon padre e un bravo marito. Essere selezionato come membro di giuria per un femminicidio, potrebbe rappresentare la migliore conferma di un totale riscatto.</p>
<p>Justin Kemp avrebbe molto da guadagnare se si pronunciasse a favore della condanna di James Sythe incolpato dell&#8217;omicidio di Cora, la sua ragazza, con cui ha sempre avuto un rapporto burrascoso, costellato da liti e botte senza risparmio, così come da repentine e appassionate riconciliazioni. Un bad boy fatto e finito, della miglior specie. Ma come Justin, anche altre persone coinvolte nel processo trarrebbero benefici di svariata entità e peso da un simile verdetto.</p>
<p>Faith Killbrew, per esempio, avvocato d&#8217;accusa, così attiva nella battaglia contro la violenza sulle donne, otterrebbe la nomina a Procuratore Distrettuale vincendo questa causa. Accertare la verità dei fatti per come si sono svolti oltre ogni ragionevole dubbio, garantirebbe di per sé che venga fatta giustizia?</p>
<p>Il caso sembrerebbe dei più lineari, di quelli da risolvere e archiviare dopo non più di un paio di ore da parte della giuria, una volta terminate le arringhe finali. Così non è. Sin dalle prime fasi del dibattimento, Justin si convince ed è certo dell&#8217;innocenza dell&#8217;accusato. Non è stato lui ad aver volontariamente investito Cora, in preda alla rabbia scaturita fra i due dentro una locale. Non è stato lui ad averne buttato il corpo sotto un ponte lungo la strada che la ragazza stava percorrendo a piedi sotto una pioggia scrosciante.</p>
<p>Quella sera anche lui, Justin, si trovava in quel locale, a un passo dal cedere alla tentazione di farsi un bicchierino dopo quattro mesi di astinenza. Anche lui ha attraversato quella stessa strada e quello stesso ponte al momento dell&#8217;omicidio. Con la vista annebbiata. In compagnia del senso di colpa per il suo passato. E con la convinzione, fino a quel momento, di aver investito un cervo sbucatogli all&#8217;improvviso su quel maledetto tratto di strada. Non si trattava di un cervo, ma di una donna: Cora, la compagna di James Sythe accusato della sua morte. In pochi attimi, la benda che lo avvolgeva nelle sue piccole sicurezze guadagnate con tanto impegno e sacrificio, lo lascia dinanzi agli occhi della sua coscienza. Nudo di fronte al buio che lo attende, almeno per tutta la durata del processo. Un omicidio involontario il suo, ma non per questo meno perseguibile, con la prospettiva di trascorrere i prossimi trent&#8217;anni della sua vita in prigione.</p>
<p><strong>&#8220;Tu sai quello che devi fare, Justin, tu sai cosa è più giusto per te e fare la tua scelta.&#8221;</strong></p>
<p>Sono queste le parole che gli rivolge il suo amico avvocato, nonché tutor del gruppo di sostegno per alcolisti che ancora frequenta. Uomo dalla disponibilità all&#8217;apparenza illimitata, in realtà sufficientemente cinico per congedarsi da lui con una rapida stretta di mano. Che ognuno vada per la propria strada. E Justin andrà per la sua, farà la sua scelta, in una storia però dal finale aperto. Una bolla di sospensione che dà la possibilità di immaginare un altro finale.</p>
<p>Come se ogni spettatore si ritrovasse a essere quella statua bendata dinanzi al tribunale, che regge una bilancia di ferro oscillante a ogni soffio di vento. Un leitmotiv che Eastwood inserisce nei punti cardine di una narrazione che procede limpida e solida nella sua circolarità. Uno stile di racconto di stampo classico, degno di uno degli ultimi grandi leoni del cinema nord americano. Esaltato da un cast oltremodo compatto per resa e tenuta, su cui svettano a mio avviso Nicholas Hoult come Justin Kemp, Tony Collette come Faith Killbrew, e J. K. Simmons nei panni di Harold, uno dei membri della giuria.</p>
<p><strong>&#8220;Giurato Numero Due&#8221;</strong> è uscito nelle sale a metà novembre del 2024, pertanto è di sicuro già disponibile su qualche piattaforma per chi avesse voglia di vederlo. Io ho avuto la fortuna di recuperarlo nell&#8217; ambito di una rassegna estiva e dopo più di un anno che non andavo più a cinema, non avrei potuto desiderare una rentrée migliore.</p>
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