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	<title>dittatura Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Anatomia della battaglia: Sartori e il &#8220;Fascismo&#8221; perenne</title>
		<link>https://www.borderliber.it/anatomia-della-battaglia-sartori-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Mar 2025 22:01:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Anatomia della battaglia&#8221; di Giacomo Sartori, Terrarossa edizioni, 2025 Un romanzo complesso in cui albergano contraddizioni profonde, conflitti ancestrali, distruzioni di totem e di tabù. &#8220;Anatomia della battaglia&#8221; di Giacomo Sartori è composto di frammenti che messi insieme formano una figura-specchio: quella del padre del protagonista in cui lui [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Anatomia della battaglia&#8221; di Giacomo Sartori, Terrarossa edizioni, 2025</strong></p>
<p>Un romanzo complesso in cui albergano contraddizioni profonde, conflitti ancestrali, distruzioni di totem e di tabù. <strong>&#8220;Anatomia della battaglia&#8221;</strong> di <strong>Giacomo Sartori</strong> è composto di frammenti che messi insieme formano una figura-specchio: quella del padre del protagonista in cui lui si riflette, si combatte, si risolve.</p>
<p>Il gioco dell&#8217;autore ruota intorno ai rigurgiti fascisti del genitore, rimasto fervente credente dell&#8217;ideologia di <strong>Mussolini</strong> e delle <strong>Camicie Nere</strong>, ma allo stesso tempo capace di sopravvivere a modo suo nella società democratica nata dopo la fine della guerra. La sua fedeltà ai principi del <strong>Ventennio</strong> non sparisce, anzi guida coerentemente le sue azioni, tanto da suscitare sia ammirazione che riprovazione.</p>
<p><strong>Come reagisce il figlio?</strong> Sogna una carriera da scrittore, si lega ai terroristi rossi, rinnega con facilità le sue idee, combatte ponendo i propri ideali nel mezzo di quel conflitto irrisolvibile in cui convivono amore e odio, va in <strong>Africa</strong> per un progetto di sviluppo e cooperazione nel quale non crede e verso il quale non ha mai avuto interesse.</p>
<p>Sull&#8217;altro fronte c&#8217;è il padre che combatte con spirito eroico un tumore. Lui, così vitalista, sempre pronto a immaginarsi cadavere sul campo di battaglia, proprio non vuole arrendersi a <strong>una morte comune</strong>. La sua discesa negli inferi e il suo modo di affrontare la malattia aprono nel figlio una profonda crisi esistenziale, tanto da non lasciare spazio a dubbi: pure lui puzza di fascismo, anche se le strade intraprese sono diverse.</p>
<p>Intorno a questa confessione si sviluppa il testo. Uno stile riflessivo ma crudo, fatto di pochi orpelli, attraverso cui l&#8217;autore non fa sconti né a sé stesso né al resto della famiglia, <strong>ci spinge a tirare le somme con gli antichi modelli, i cattivi maestri e le ataviche strutture sociali.</strong> Niente di tutto ciò è sparito, anzi ancora oggi persiste sotto una coltre di indifferenza e di buonismo che scansa il problema.</p>
<p>Il fascismo dei padri e il consumismo abbracciato dai figli; l&#8217;imperturbabilità di chi ha vissuto la guerra o ne ha visto gli effetti contro le tante dimenticanze delle generazioni che da allora si sono susseguite e che hanno gettato tutto in quel buco chiamato &#8220;rimosso&#8221;. La totalità delle cose ci riappare di fronte grazie a un impianto narrativo che ipnotizza fin dalla prima pagina.</p>
<p><strong>La guerra civile è davvero finita?</strong> In sostanza &#8220;no&#8221; e Sartori ce lo fa vedere mettendoci davanti agli occhi questa famiglia sgangherata, piena di lacune e di traumi irrisolti, ma anche così coerente con ciò che è la vita di ciascuno di noi, ossia un cumolo di contraddizioni che rendono ognuno un utile idiota.</p>
<p>Come dirà <strong>Sartori</strong> nella postfazione, tra queste pagine c&#8217;è tanto materiale autobiografico ma pure molte cose che non lo sono, e anche se questa affermazione non fosse del tutto vera, potrei dire tranquillamente all&#8217;autore che non c&#8217;è bisogno di precisare, <strong>perché siamo tutti sulla stessa barca.</strong></p>
<p>&#8220;<strong>Anatomia della battaglia&#8221;</strong>, già pubblicato nel 2005, viene ripreso dopo vent&#8217;anni risultando più attuale che mai. Questa sorta di lessico familiare, che a me è sembrato più un linguaggio in codice che si rinnova attraverso l&#8217;adeguamento dei simboli alle mutazioni delle epoche, è ancora vivo e vegeto ed è persino capace di scatenare veri e propri <strong>&#8220;blackout&#8221;</strong> del pensiero critico.</p>
<p>Insomma, <strong>Sartori</strong> va letto aprendo la mente, prestando attenzione ai dettagli. L&#8217;ironico smascheramento che avviene sotto i nostri occhi ci farà capire che &#8220;certe maschere&#8221; ancora coprono i nostri volti, addirittura siamo felici che qualcuno le guardi con stupore e invidia.</p>
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		<title>Il giovane Hitler che ho conosciuto: Kubizek disse la verità?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-giovane-hitler-che-ho-conosciuto-kubizek-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2025 23:01:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il giovane Hitler che ho conosciuto&#8221; di August Kubizek, Bibliotheka, 2025. Traduzione di Alessandro Pugliese Quando gli americani gli chiesero perché non gli avesse sparato, Kubizek rispose che non lo avrebbe mai fatto in quanto Hitler era suo amico. Ammetto che è stato difficile approcciarsi con &#8220;Il giovane Hitler [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il giovane Hitler che ho conosciuto&#8221; di August Kubizek, Bibliotheka, 2025. Traduzione di Alessandro Pugliese</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quando gli americani gli chiesero perché non gli avesse sparato, <br /></em><em>Kubizek rispose che non lo avrebbe mai fatto in quanto Hitler era suo amico.</em></p>
<p>Ammetto che è stato difficile approcciarsi con <strong>&#8220;Il giovane Hitler che ho conosciuto&#8221;, </strong>perché la prima cosa che tacitamente viene chiesta al lettore è di immergersi in questa storia senza pregiudizi. <strong>August Kubizek</strong> fu il migliore amico di <strong>Adolf Hitler</strong> per quasi cinque anni, ossia tra il <strong>1904 e il 1908</strong>. I due adolescenti vissero tra <strong>Linz</strong> e <strong>Vienna</strong>.</p>
<h4>Le origini</h4>
<p>Kubizek è un aspirante musicista, Hitler non sa cosa vuole fare della sua vita. Prima vuole intraprendere la carriera da artista, poi quella da architetto; fatto sta che non finirà neanche l&#8217;istituto tecnico. Insomma, non è solo confuso, ma è anche un ragazzo atipico. È un solitario, tant&#8217;è che l&#8217;amicizia con <strong>August, </strong>che chiama affettuosamente <strong>Gustl</strong>, diventa morbosa. Adolf ha improvvisi e violenti cambi di umore, ma è anche un appassionato di musica nonché un accanito lettore.</p>
<p>Odia la borghesia, <strong>l&#8217;impero asburgico, </strong>il suo apparato burocratico e il suo esercito. A un certo punto comincia a ridisegnare <strong>Linz</strong> e <strong>Vienna; </strong>butta giù idee e programmi che, appena diventerà <strong>Cancelliere</strong>, nel 1933, realizzerà riportando alla mente quei progetti che aveva esposto al suo amico durante le chiacchierate notturne.</p>
<p>Ed è proprio questo aspetto che l&#8217;autore di <strong>&#8220;Il giovane Hitler che ho conosciuto&#8221;</strong> ripeterà in più occasioni: è come se quel ragazzo misantropo, a cui nessuno avrebbe dato un minimo di fiducia, fosse guidato da un&#8217;entità invisibile che gli svelava il futuro. Ho ragione di credere che <strong>Kubizek </strong>non abbia voluto edulcorare le cose, anche perché è stato il primo a non dare troppa retta al suo compagno.</p>
<p>Sempre da quanto ci racconta August, <strong>Adolf è un adolescente imperscrutabile, impossibile da decifrare</strong>, capace di alternare attimi di ira e di fanatismo a momenti di gentilezza e di raffinatezza. Sta lontano dagli uomini e dalle donne, soprattutto dalle prostitute. Solo di una ragazza si innamora e tenta di farla cadere ai suoi piedi incrociando il suo sguardo durante le passeggiate pomeridiane che lei fa insieme alla madre. Ripeterà questo rito ogni giorno, senza però arrivare al dunque, nonostante lei risponda con le sue occhiate a quei tentativi di approccio. Questo giovane infatti ha una dote: <strong>due occhi luminosi che sanno infiammare chiunque</strong>. In poche parole: Adolf riesce a ipnotizzare le persone.</p>
<p>Terminato il suo anno all&#8217;accademia di Vienna<strong>, Kubizek</strong> continuerà gli studi musicali affiancando ad essi il lavoro da tappezziere nella bottega del padre. Hitler rimane invece a Vienna e farà perdere le sue tracce. August lo cercherà per anni senza ottenere risultati. Quando Hitler diventerà l&#8217;uomo più potente della Germania gli scriverà e lui lo riceverà con tutti gli onori. Da qui nacque il mito di <strong>Kubizek</strong>, colui che conobbe il <strong>Führer</strong> in quegli anni che lo stesso fondatore del nazismo cercò di nascondere.</p>
<h4>Storia e declino di un amico speciale</h4>
<p><strong>&#8220;Il giovane Hitler che ho conosciuto&#8221;</strong> è un libro particolare, raccontarlo è semplice, ma riuscire a descrivere ciò che suscita è difficile. Logicamente, nessuno vuole riabilitare la figura di uno dei più feroci dittatori della storia, ma di sicuro, leggendo, scoprendo alcuni lati del carattere del giovane <strong>Führer</strong>, ci domanderemo come sia stato possibile che un popolo intero abbia deciso di seguirlo.</p>
<p>Neanche Kubizek crederà al nazismo e alle idee del suo amico, infatti si iscrisse al partito <strong>Nsdap</strong> solo nel 1942. Neanche Hitler glielo chiese mai. L&#8217;autore è sempre stato convinto di una cosa: furono gli anni nei sobborghi, quelli passati tra i miserabili e le prostitute, che alimentarono la fame di dominio del suo migliore amico.</p>
<p><strong>Il giovane Hitler</strong> era ossessionato dal fallimento, bastava davvero poco per trasformare i suoi deliri in declamazioni in cui annunciava il suo suicidio. Quando sparì nel nulla, ci spiega Kubizek, lo fece per pudore, perché era povero e non poteva più permettersi di pagare il fitto di una stanza che entrambi avevano diviso con gli insetti e l&#8217;umidità.</p>
<p>Insomma, il futuro <strong>Hitler</strong> nacque da una tribolazione giovanile non indifferente. Come detto, ciò non deve farci guardare a quest&#8217;uomo con occhi pietosi, anzi, ma deve servirci per riflettere sull&#8217;origine di alcuni fenomeni che rendono la follia contagiosa.<br /><br /></p>


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		<title>Una giornata di Ivan Denissovic di Aleksandr Solženicyn</title>
		<link>https://www.borderliber.it/denisovic-libro-ponzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 03:38:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Contro storia]]></category>
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		<category><![CDATA[Gulag]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sovietica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Una giornata di Ivan Denissovic di Aleksandr Solženicyn&#8221; è una recensione di Marco Ponzi. In copertina: &#8220;Una giornata di Ivan Denissovic&#8221; in una delle prime edizioni Ho avuto il mio primo incontro con Aleksandr Isaevič Solženicyn. Chi è stato Solženicyn? Qualche decennio fa è stato un testimone vivente della brutalità del regime sovietico e io, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Una giornata di Ivan Denissovic di Aleksandr Solženicyn&#8221; è una recensione di Marco Ponzi. In copertina: &#8220;Una giornata di Ivan Denissovic&#8221; in una delle prime edizioni</strong></p>
<p>Ho avuto il mio primo incontro con Aleksandr Isaevič Solženicyn. Chi è stato Solženicyn?</p>
<p>Qualche decennio fa è stato un testimone vivente della brutalità del regime sovietico e io, da bambino, ricordo bene di averlo visto intervistato in televisione con quel suo barbone folto e la sua pelata tipica di chi tralascia l’estetica per donarsi all’intelletto.</p>
<p>Solženicyn è stato uno scrittore russo, un dissidente con una vita piuttosto travagliata, divenuto celebre per i suoi libri sui campi di lavoro nella Russia sovietica e il suo testo più famoso è “Arcipelago Gulag”. L’esperienza che Solženicyn racconta è tradotta sotto forma di romanzo ma, in realtà, è la stessa esperienza che lui stesso – e non solo &#8211; ha vissuto durante i suoi anni ai lavori forzati.</p>
<p>Questo romanzo è stato il primo a causargli dei problemi con la madre Russia e, solo dopo anni, è stato ritradotto nella versione pura, quella che è uscita dalla mente dell’autore; sappiamo infatti che questi testi, benché scritti anche lontano dal pericolo della carcerazione e in esilio, furono un po’ censurati perché ovviamente non facevano piacere al regime dato che ne rivelavano le pratiche persecutorie contro chi si opponeva a esso.</p>
<p>In “Una giornata di Ivan Denissovic”, di questo Ivan si sente parlare poco ma solo perché viene sempre chiamato con il nome di Sciuchov o con la matricola identificativa.</p>
<p>La vicenda è rinchiusa nei confini del Gulag dove le giornate vengono scandite dai ritmi di lavoro e di (poco) sonno. I prigionieri devono sopravvivere alla fatica, alle privazioni, alla fame e fanno di tutto perché il tempo della loro detenzione sia accettabile, se così ci si può azzardare a definirlo.</p>
<p>La loro attività primaria è quella del muratore: sono costretti a recarsi fuori dalle baracche per costruire muri, edifici, anche se la temperatura è sottozero. Le regole del campo stabiliscono che si possa lavorare anche a -27°. Se ci fossero -40°, i prigionieri sarebbero esentati dal lavoro e sarebbe un grande motivo per gioire. Troviamo quindi una situazione di estremo disagio e di costrizione in cui ogni piccola soluzione o stratagemma rappresenta una grossa conquista per alleviare la sofferenza: una crosta di pane in più, un pezzo di lardo rimediato, un pezzo di vetro che tornerà utile &#8220;chissà come chissà quando&#8221;, una cicca di sigaretta da aspirare.</p>
<p>I controlli dei sorveglianti erano rigidi e i prigionieri dovevano ingegnarsi anche per prevenire futuri problemi, ben sapendo quali erano le regole del campo. Fondamentale era la solidarietà tra i prigionieri, come anche quell’ultimo bagliore di umanità che rimaneva loro ricordando la vita fuori, aspettando dei pacchi alimentari, sognando qualcosa che non apparteneva più al loro presente, mandando a memoria passi del Vangelo.</p>
<p>In un certo senso, dovevano essere inflessibili gli uni con gli altri per evitare che qualcuno commettesse sciocchezze facendo andare di mezzo il resto del gruppo. La loro vita era un continuo presente – tanti presenti in attesa di un futuro lontano &#8211; e, come suggerisce il titolo, ogni giornata di vita in più, benché uguale a se stessa, era una giornata guadagnata e una in meno da scontare.</p>
<p>Correvano inoltre il rischio che la pena fosse prolungata di anni per un errore di qualsiasi natura.</p>
<p>Questo loro presente-passato, torna prepotentemente attuale oggi quando ci ritroviamo davanti dei campi di “detenzione”, non più solo per i dissidenti politici, quanto per i migranti, solo per fare un esempio, e con la complicità degli stati. Ancora, a un certo punto, mi sono ritrovato sotto gli occhi un’osservazione del personaggio che, di nuovo, schiaffeggia il lettore: l’allusione a un certo tipo di nazismo proprio dell’Ucraina e che, evidentemente, non è cosa nuova. Perché, si sa, la storia ritorna, si ripete, e spesso con gli stessi errori e con le stesse dinamiche messe in atto da uomini che perdono l’umanità.</p>
<p>Questo romanzo si potrebbe intitolare “Manuale di un adattamento” e l’uomo, in effetti, è un essere che si adatta, suo malgrado, e spesso anche a scapito dei suoi simili. Ci si adatta alle angherie e talvolta la loro violenza viene quasi perdonata perché, in fondo, si rimane vivi e non c’è cosa più importante quando l’unico orizzonte visibile è quello di un filo spinato o di un oceano da superare.</p>
<p>In “Una giornata di Ivan Denissovic”, alla fine, il protagonista si rallegra di essere rimasto vivo ma soprattutto gioisce di come si sia svolta quella giornata: mangiando un boccone di sbobba in più, guadagnando qualche rublo con lavoro extra, avendo patito meno il freddo e così via.</p>
<p>Nel campo di detenzione i prigionieri apprezzano la vita vera al punto che qualcuno desidera di non uscire mai, sentendosi più utile dentro che fuori, realizzando se stesso pur conseguendo obiettivi altrui. Dunque, per citare un pittore misconosciuto, ognuno di noi si sceglie la propria prigione determinando così il valore della propria libertà.</p>
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		<title>Vocabolario minimo di decenza moderna</title>
		<link>https://www.borderliber.it/vocabolario-decenza-moderna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jun 2023 01:20:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Vocabolario minimo di decenza moderna&#8221; di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata da Martino Ciano Libertà: scelta personale che non ha alcun significato agli occhi del potere che ci sovrasta e che alimentiamo. Viviamo compiendo un atto perpetuo di prevaricazione. Non scegliamo e non lasciamo scegliere, semplicemente soffochiamo l&#8217;altro. Ecco perché ogni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Vocabolario minimo di decenza moderna&#8221; di Martino Ciano. In copertina una foto scattata e rielaborata da Martino Ciano</strong></p>
<p><strong>Libertà:</strong> scelta personale che non ha alcun significato agli occhi del potere che ci sovrasta e che alimentiamo. Viviamo compiendo un atto perpetuo di prevaricazione. <strong>Non scegliamo e non lasciamo scegliere, semplicemente soffochiamo l&#8217;altro</strong>. Ecco perché ogni atto politico, anche in democrazia, è pur sempre violento.</p>
<p><strong>Democrazia:</strong> tollerata dittatura della maggioranza alla quale non si può non appartenere. <strong>Io non credo più agli eremiti</strong>, quei pochi rimasti o che si dichiarano tali hanno poi bisogno di <strong>TikTok</strong> o di una diretta<strong> Facebook</strong> per incensare il loro esasperato individualismo.</p>
<p>Se il molteplice è il male, mentre l&#8217;Uno è la sola verità, allora la realtà del molteplice è creazione di un&#8217;entità priva di onnipotenza, di etica ed estetica. Questo ho letto in un libro che raccontava di un punto di vista umano, <strong>quello</strong> <strong>di un filosofo dell&#8217;assurdo in odore di pessimismo</strong>.</p>
<p><strong>Pessimismo:</strong> volontà di piacere al prossimo nella soave dissoluzione quotidiana; totalitaria autodistruzione in cui speranza è sinonimo di attesa o di immobilità. Fisso negli occhi persone sorrette da <strong>&#8220;psicofarmaci da banco&#8221;</strong>, vedo in loro un ottimismo stanco. La nuda vita ormai viene ripetuta in gesti molleggiati; c&#8217;è rabbia nella loro voce e vorrebbero compiere una strage. Si sentono perseguitati anche mentre fanno la spesa, mentre scelgono mele o banane, pesche o ciliegie. <strong>Pensano che dietro uno sconto ci sia una fregatura, che un sorriso nasconda una volontà omicida</strong>.</p>
<p>Un vocabolario minimo mi accingo a stilare; poche parole servono per comunicare, anzi a volte basta un momento di silenzio, un prolungato sospiro di insoddisfazione. <strong>Tutto diventa una melodia di passi strascicati lungo strade dopotutto pulite e ben acconciate. </strong>Per molti è una benedizione il decoro urbano.</p>
<p><strong>Cosa ci ha ridotto a questo?</strong> Ma in fondo c&#8217;è stata un&#8217;epoca diversa in cui tutti erano spensierati o meno incupiti da pensieri strambi? Anche al tempo dei romani si lottava per un attimo di celebrità e lo schiavo sognava di essere imperatore?</p>
<p>O forse è proprio questo il problema, ossia che tutte le epoche sono uguali perché l&#8217;uomo è sempre lo stesso ed è immutabile?</p>
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		<title>Lettera a una giovane ginnasta. Una fuga, ma solo ideale</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lettera-ginnasta-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2023 01:55:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina: &#8220;Lettera a una giovane ginnasta&#8221; di Nadia Comặneci, Il Saggiatore A fronte di un’editoria sempre ben disposta nell’accordare spazio e visibilità a biografie di stelle passate e presenti del firmamento sportivo, ho ritenuto che fosse giunto anche per me il momento di provare a leggerne una. Almeno da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina: &#8220;Lettera a una giovane ginnasta&#8221; di Nadia Comặneci, Il Saggiatore</strong></p>
<p>A fronte di un’editoria sempre ben disposta nell’accordare spazio e visibilità a biografie di stelle passate e presenti del firmamento sportivo, ho ritenuto che fosse giunto anche per me il momento di provare a leggerne una. Almeno da concedermi la possibilità di elaborare un abbozzo d’idea sul genere in questione. Si tratta pur sempre – ho pensato – di epopee prima di tutto umane, che ripropongono, riattualizzandolo, l’archetipo narrativo per eccellenza: <strong>Il viaggio dell’eroe</strong>. Equiparabili dunque a <strong>chansons de geste</strong> del nostro tempo, dove gare e competizioni si delineano e configurano come moderne chiamate all’avventura, imprese da affrontare e missioni da compiere.</p>
<p>Niente affatto trascurabile, poi, il riscontro di carattere educativo che pubblicazioni come <strong>&#8220;Lettera a una giovane ginnasta&#8221;</strong> potrebbero ottenere in mano a un pubblico più giovane, nel ribadire quanto allenarsi all’impegno, alla costanza e determinazione, rappresenti il solo viatico per una affermazione di buona sostanza nella vita. Sarà pure banalità da retorica del sacrificio riaffermarlo, ciò non toglie che rappresenti uno dei massimi pregi ascrivibili alla tipologia di queste scritture. Tanto più se posto in relazione a un atteggiamento di estrema versatilità anagrafica, che intravede nel formato tutorial del <strong>Detto √ Fatto</strong> un paradigma formativo di riferimento, <strong>con tanti saluti, estrema unzione ed eterno riposo a concetti come fatica e conquista</strong>.</p>
<p>A ogni modo, a emettere decreto di lettura nei confronti di questo libro, è stato un mio subitaneo effetto di vintage ritrovato. Nell’intercettare titolo e copertina sullo scaffale di una libreria, sono riaffiorati e affluiti flashback di quelle <strong>Olimpiadi a Montreal del 1976</strong>, con una ragazzina che a soli quattordici anni si sarebbe imposta all’attenzione del mondo, per la grazia, l’energia e la precisione delle sue esibizioni, diventando di colpo l’effige stessa della ginnastica artistica. Anch’io, all’epoca, poco o nulla sapevo della sua Romania (dislocazione geografica e nome della capitale a parte, imparato per assonanza con quello della confinante Ungheria). Pertanto, questa opportunità di conoscerla meglio, sia pur a poderosa distanza di lustri, risultava troppo allettante per essere snobbata.</p>
<p><strong>Lettera a una giovane ginnasta</strong> è l’autobiografia in forma epistolare di <strong>Nadia Comặneci</strong>, dove ogni capitolo s’inserisce e struttura come lettera inviata a una giovane e ignota corrispondente, che si rivolge a lei in cerca di consigli per il suo futuro. Espediente d’innegabile gradevolezza e efficacia, per rievocare luci e ombre di una vita e insieme ripercorrere tappe di una folgorante carriera agonistica, in una narrazione di vago sapore ottocentesco, tipo<strong> “Splendori e Miserie di una Campionessa”</strong>. Anche se a dirla tutta, una ventata da fiaba dei <strong>Fratelli Grimm</strong> – in versione originale sia ben chiaro – l’ho avvertita dall’inizio alla fine. E non lo dico con intento denigratorio, individuandovi invece una qualità a beneficio di tempi e ritmi spediti di lettura. Merito – occorre dirlo – della traduzione ad opera di <strong>Lucio Ruffo di Calabria</strong> per i tipi de <strong>Il Saggiatore</strong>.</p>
<p>Tuttavia, alla luce dei mutamenti politici di cui è stata testimone, mi aspettavo qualche affondo più deciso nel dar conto dell’era Ceausescu; della sua dittatura schiavista e disumanizzante esercitata e perpetrata a danno del popolo rumeno. Si ha infatti come l’impressione di una certa ritrosia da parte di Comặneci nell’assumere una posizione più critica al riguardo. Quasi preferisse sorvolare o limitarsi a dichiarazioni d’ufficio sull’argomento. Faccio presente che nel 1989 gli Stati Uniti le hanno concesso la cittadinanza americana, dopo averla accolta come profuga all’interno dei loro confini. Un’ambiguità di fondo a mio parere sussiste; non saprei se più per senso diplomatico o, desiderio di liquidare in fretta quella parte del suo passato.</p>
<p>Atteggiamento assunto anche in altre parti di queste sue memorie, soprattutto quando entrano in ballo rapporti di natura più personale, come nel caso del suo allenatore e demiurgo <strong>Béla Károlyi, o del Costantin che l’aiutò nell’attuare il suo piano di fuga dalla Romania</strong>. La defezione come lei stessa la chiama, ricorrendo quasi a una terminologia militaresca. Che la disciplina abbia costituito l’asse portante della sua vita è indubbio. Che dalle pagine di questo libro emerga un carattere molto incline al riserbo, altrettanto (salvo poi dilungarsi nel capitolo/lettera in cui racconta per filo e per segno il suo matrimonio con Bart Conner, ex ginnasta e con cui vive felicemente in Texas – tanto per rifarsi al topos della fiaba a lieto fine). Che in piena coerenza con la sua specialità sportiva la protagonista (o eroina) tenda a volteggiare, ruotare, saltare, piroettare come un corpo libero e inafferrabile, pure. E che il più delle volte si scriva un’autobiografia – o se ne affidi a qualcuno l’incarico &#8211; per consegnare alle stampe un <strong>portrait ideale</strong> della propria persona, è verità difficilmente confutabile.</p>
<p>A tal proposito – e per correttezza – devo perlomeno menzionarla, l’autrice non ufficiale e senza nome in calce del presente volume, o come è convenzione dire, ghost writer: Nancy Richardson Ficher.</p>
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