Lettera a una giovane ginnasta. Una fuga… ma solo ideale

Lettera a una giovane ginnasta. Una fuga… ma solo ideale

Recensione di Antonio Maria Porretti

A fronte di un’editoria sempre ben disposta nell’accordare spazio e visibilità a biografie di stelle passate e presenti del firmamento sportivo, ho ritenuto che fosse giunto anche per me il momento di provare a leggerne una. Almeno da concedermi la possibilità di elaborare un abbozzo d’idea sul genere in questione. Si tratta pur sempre – ho pensato – di epopee prima di tutto umane, che ripropongono, riattualizzandolo, l’archetipo narrativo per eccellenza: Il viaggio dell’eroe. Equiparabili dunque a chansons de geste del nostro tempo, dove gare e competizioni si delineano e configurano come moderne chiamate all’avventura, imprese da affrontare e missioni da compiere.

Niente affatto trascurabile, poi, il riscontro di carattere educativo che tali pubblicazioni potrebbero ottenere in mano a un pubblico più giovane, nel ribadire quanto allenarsi all’impegno, alla costanza e determinazione, rappresenti il solo viatico per una affermazione di buona sostanza nella vita. Sarà pure banalità da retorica del sacrificio riaffermarlo, ciò non toglie che rappresenti uno dei massimi pregi ascrivibili alla tipologia di queste scritture. Tanto più se posto in relazione a un atteggiamento di estrema versatilità anagrafica, che intravede nel formato tutorial del Detto √ Fatto un paradigma formativo di riferimento, con tanti saluti, estrema unzione ed eterno riposo a concetti come fatica e conquista.

A ogni modo, a emettere decreto di lettura nei confronti di questo libro, è stato un mio subitaneo effetto di vintage ritrovato. Nell’intercettare titolo e copertina sullo scaffale di una libreria, sono riaffiorati e affluiti flashback di quelle Olimpiadi a Montreal del 1976, con una ragazzina che a soli quattordici anni si sarebbe imposta all’attenzione del mondo, per la grazia, l’energia e la precisione delle sue esibizioni, diventando di colpo l’effige stessa della ginnastica artistica. Anch’io, all’epoca, poco o nulla sapevo della sua Romania (dislocazione geografica e nome della capitale a parte, imparato per assonanza con quello della confinante Ungheria). Pertanto, questa opportunità di conoscerla meglio, sia pur a poderosa distanza di lustri, risultava troppo allettante per essere snobbata.

Lettera a una giovane ginnasta è l’autobiografia in forma epistolare di Nadia Comặneci, dove ogni capitolo s’inserisce e struttura come lettera inviata a una giovane e ignota corrispondente, che si rivolge a lei in cerca di consigli per il suo futuro. Espediente d’innegabile gradevolezza e efficacia, per rievocare luci e ombre di una vita e insieme ripercorrere tappe di una folgorante carriera agonistica, in una narrazione di vago sapore ottocentesco, tipo “Splendori e Miserie di una Campionessa”. Anche se a dirla tutta, una ventata da fiaba dei Fratelli Grimm – in versione originale sia ben chiaro – l’ho avvertita dall’inizio alla fine. E non lo dico con intento denigratorio, individuandovi invece una qualità a beneficio di tempi e ritmi spediti di lettura. Merito – occorre dirlo – della traduzione ad opera di Lucio Ruffo di Calabria per i tipi de Il Saggiatore.

Tuttavia, alla luce dei mutamenti politici di cui è stata testimone, mi aspettavo qualche affondo più deciso nel dar conto dell’era Ceausescu; della sua dittatura schiavista e disumanizzante esercitata e perpetrata a danno del popolo rumeno. Si ha infatti come l’impressione di una certa ritrosia da parte di Comặneci nell’assumere una posizione più critica al riguardo. Quasi preferisse sorvolare o limitarsi a dichiarazioni d’ufficio sull’argomento. Faccio presente che nel 1989 gli Stati Uniti le hanno concesso la cittadinanza americana, dopo averla accolta come profuga all’interno dei loro confini. Un’ambiguità di fondo a mio parere sussiste; non saprei se più per senso diplomatico o, desiderio di liquidare in fretta quella parte del suo passato.

Atteggiamento assunto anche in altre parti di queste sue memorie, soprattutto quando entrano in ballo rapporti di natura più personale, come nel caso del suo allenatore e demiurgo Béla Károlyi, o del Costantin che l’aiutò nell’attuare il suo piano di fuga dalla Romania. La defezione come lei stessa la chiama, ricorrendo quasi a una terminologia militaresca. Che la disciplina abbia costituito l’asse portante della sua vita è indubbio. Che dalle pagine di questo libro emerga un carattere molto incline al riserbo, altrettanto (salvo poi dilungarsi nel capitolo/lettera in cui racconta per filo e per segno il suo matrimonio con Bart Conner, ex ginnasta e con cui vive felicemente in Texas – tanto per rifarsi al topos della fiaba a lieto fine). Che in piena coerenza con la sua specialità sportiva la protagonista (o eroina) tenda a volteggiare, ruotare, saltare, piroettare come un corpo libero e inafferrabile, pure. E che il più delle volte si scriva un’autobiografia – o se ne affidi a qualcuno l’incarico – per consegnare alle stampe un portrait ideale della propria persona, è verità difficilmente confutabile.

A tal proposito – e per correttezza – devo perlomeno menzionarla, l’autrice non ufficiale e senza nome in calce del presente volume, o come è convenzione dire, ghost writer: Nancy Richardson Ficher.

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