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	<title>Consumismo Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Un uomo forte al comando: una dieta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-uomo-forte-al-comando-una-dieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 19:05:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un uomo forte al comando&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto elaborata con l&#8217;intelligenza artificiale Ciascuno di noi aspetta prodigi. Ci vuole un uomo forte al comando. Io l&#8217;ho visto mentre facevo la spesa al supermercato. Lui ha schivato dolciumi, cibi processati, carcasse di animali ripiene di ormoni, frutta sciroppata e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un uomo forte al comando&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto elaborata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Ciascuno di noi aspetta prodigi. Ci vuole un uomo forte al comando. Io l&#8217;ho visto mentre facevo la spesa al supermercato. Lui ha schivato dolciumi, cibi processati, carcasse di animali ripiene di ormoni, frutta sciroppata e bibite gassate.</p>
<p>Ha detto &#8220;no&#8221; alle porzioni per single, che costano un botto, e ha deciso di prendere frutta, verdura e ortaggi che avrebbe dovuto sbucciare, bollire, arrostire, condire, in poche parole preparare. Ha detto a mia madre che nella sua vita ha sempre fatto a mano il bucato per mantenere attiva la muscolatura. Per lui, i servizi di casa sostituivano quel moto dimagrante che in troppi fanno per moda.</p>
<p>Lui ha detto che le palestre sono luoghi di odio e di violenta selezione della specie. Bisogna amare la naturale decadenza del corpo umano, ma tenersi lontano da tutto ciò che l&#8217;accelera. Diabete, ipertensione, insonnia, cirrosi, fegato grasso: tutti ne provano orrore, ma poi in pochi resistono alla tentazione di un biscotto al cioccolato o una fetta di mortadella.</p>
<p>Questo uomo forte al comando è sparito davanti ai miei occhi. Indossava una maglietta attillata su cui era scritto: «Morte allo scatolame e ai conservanti».</p>
<p>«Chi è?», mi sono chiesto. Mi è rimasto impresso come un fenomeno assurdo a cui non so se dare ragione o torto. Lo immagino rigirarsi nel letto mentre calcola le calorie e studia con attenzione le etichette dei cibi che acquista.</p>
<p>Immagino che dopo aver mangiato si senta preso dalla smania di dover vomitare per paura di avere in corpo conservanti e additivi che a lungo andare, secondo lui, potrebbero provocare tumori al colon o al fegato. Quando ha incrociato me e mia madre &#8211; stavamo scegliendo una bottiglia d&#8217;olio &#8211; ha sprigionato le sue convinzioni. Aveva una voce precisa, veloce e cadenzata. Come una scarica di mitragliatrice elencava disgrazie metaboliche.</p>
<p>«La morte è nel piatto», ha detto, dopo aver affilato lo sguardo su un pacco di crostini di kamut che ha agguantato come se fosse un pallone da football.</p>
<p>Io non so chi fosse quell&#8217;uomo forte che sento già &#8220;al comando&#8221;, ma lui parlava con autorità e io ho acquisito la consapevolezza che avrebbe potuto condannare a un destino amaro altre persone. Mi sono chiesto da dove scaturiscano tali idee, di quale estremo dolore sia composto ogni essere umano. Quando è uscito dal supermercato non ha salutato nessuno. Aveva un passo marziale. Portava le due buste della spesa come se fossero bombe a mano.</p>
<p>L&#8217;uomo forte al comando è un salutista che vuole igenizzare l&#8217;ambiente nel quale abita. Io non vorrei essere mai il suo vicino di casa, mi costringerebbe a smettere di fumare, mi stenderebbe a terra e mi farebbe spalancare la bocca per vedere se il mio alito puzza di conservanti. Mi frusterebbe sulle parti del corpo in cui è più visibile la mia massa grassa.</p>
<p>E se lui fondasse un partito? E se lui diventasse Presidente del Consiglio, o peggio ancora sindaco del mio paese? E se lui diventasse Ministro alla Salute? Che ne sarebbe di me, di noi, delle fabbriche che producono conservanti, additivi, cibi processati? Dove verrebbero buttate le carcasse malate che non possono essere occultate nelle scatolette di carne? Perché non posso morire per la mia ingordigia?</p>
<p>L&#8217;uomo forte al comando ha la capacità di incutere timore in quelli come me. L&#8217;unico modo per sedare la mia ansia è seguirlo, convertirmi. Lui ha account social dai quali catechizza? Lo cercherò. Lo cercherò. Sarò come lui. Mi proteggerà?</p>
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		<title>Al supermercato: un razionamento ideologico</title>
		<link>https://www.borderliber.it/al-supermercato-racconto-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 21:54:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Allucinazione]]></category>
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		<category><![CDATA[rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Al supermercato: un razionamento ideologico&#8221; è un racconto di Martino Ciano Sono apparso a me stesso in una stanza trasformata, per dispetto, in un luogo comune. Mi sembrava di essere nel mezzo di una corsia d&#8217;ospedale, poi mi sono reso conto che di fronte a me c&#8217;era uno scaffale pieno di scatole colorate contenenti riso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Al supermercato: un razionamento ideologico&#8221; è un racconto di Martino Ciano </strong></p>
<p>Sono apparso a me stesso in una stanza trasformata, per dispetto, in un luogo comune. Mi sembrava di essere nel mezzo di una corsia d&#8217;ospedale, poi mi sono reso conto che di fronte a me c&#8217;era uno scaffale pieno di scatole colorate contenenti riso soffiato e fiocchi di mais da fare scivolare in tazze di latte parzialmente scremato. Ero quindi in un supermercato, in un tempio moderno in cui si esorcizza la carestia.</p>
<p>In uno schermo gigante vedevo passare le immagini ultra-realistiche di un uomo che accarezzava le banane, che odorava pomodori, che baciava lattughe prima di riporle in un cesto. «Così &#8211; dissi sussurrando &#8211; un dipendente del supermercato che sto attraversando cura la roba che comprerò». Questo è amore, amore disperato. Forse è un rito di abbandono o un modo dolce per lasciarsi alienare dal lavoro, magari è una nuova forma di love bombing.</p>
<p>Rimasi fermo con le mani salde al carrello che stavo tirando. Ero apparso a me stesso nel luogo sbagliato, ma nel momento propizio. Io pensavo a un&#8217;imminente guerra nucleare, all&#8217;insorgenza di un fungo atomico tra il banco dei latticini e il reparto carni. Saremmo stati travolti tutti, saremmo stati trasformati in quanti. Evviva la disintegrazione che mescolerebbe le cose, dando un calcio nel culo al rapporto qualità-prezzo. Eppure, mi sembrava normale che l&#8217;inflazione riuscisse ancora a incidere sui nostri umori. D&#8217;altronde campiamo facendoci conti quotidiani.</p>
<p>Poiché nessuno ha davvero qualcosa da dire, al supermercato ho almeno qualcosa da fare. Oltre a comprare posso bestemmiare per l&#8217;aumento dei prezzi. Mi chiedo qual è il motivo, visto che nulla di apparentemente significativo è accaduto nella mia vita. Non me ne frega niente delle città distrutte dalla guerra. Non m&#8217;importa della follia dei dementi al potere, messi lì da un popolo di altrettanti dementi. So che il popolo-gregge cerca l&#8217;uomo-bestia, perché dopotutto gli piace farsi sbranare. E io odo le masse, persino la democrazia mi ha rotto le scatole. Il suffragio universale è una truffa.</p>
<p>Al supermercato penso addirittura a un libro recentemente letto sull&#8217;impresa di Fiume, che fu una sorta di Repubblica poetica in cui vigeva il libero amore, la libertà assoluta e la dissoluzione di ogni convenzione. Cazzo, sembrava Woodstock e invece era in un posto conteso da Italia e Jugoslavia, nell&#8217;anno del Signore 1919. Lì emigrarono, affascinati dall&#8217;impresa, giovani anarchici, comunisti, arditi, nazionalisti e primi ferventi fascisti. Non si capiva niente, insomma, però si andava quasi sempre d&#8217;accordo. L&#8217;importante era dimostrare di essere contro qualcosa. Reggeva il comando il poeta D&#8217;Annunzio. Erano tutti delusi, come oggi, dell&#8217;Italia retta da un Governo di idioti che non sapevano da che parte stare. Manco i confini nazionali sapevano difendere, tant&#8217;è che il popolo se ne andava in giro a parlare di una certa &#8220;vittoria mutilata&#8221;. Era finita da meno di un anno la Prima Guerra Mondiale e si tirava a campare.</p>
<p>Al supermercato, quindi, ero affranto perché avrei voluto partecipare a un&#8217;impresa del genere. Invece, contemplavo le tavolette di cioccolato, cercando quelle con circa l&#8217;ottantacinque percento di cioccolato fondente. E intanto la pubblicità sul maxischermo andava di continuo. Mi venne il disgusto verso quell&#8217;attore che, magari per quattro spicci, doveva impersonare un dipendente alienato che preferiva passare la notte a palpare frutta, piuttosto che a coccolare sua moglie.</p>
<p>Ecco, ero apparso a me stesso nel luogo sbagliato, ma nel momento propizio. Avrei potuto dare vita a una rivoluzione, lì nel parcheggio. Avrei potuto incendiare un&#8217;auto, magari la mia per dare agli altri il buon esempio. Prima però avrei dovuto pagare il conto alla cassa, dando alla cassiera l&#8217;impressione di essere felicemente annoiato.</p>
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		<title>Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore</title>
		<link>https://www.borderliber.it/compassione-speranza-occhio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 23:01:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore&#8221; è un articolo di Giuseppe Milite. Foto in copertina di Martino Ciano Il significato del termine compassione è: “patire con”. Ovvero, condividere fino al punto di arrivare a sentire il dolore dell&#8217;altro. Quindi, fino a prova contraria, è un partecipare al patire dell’altro che solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Occhio non vede, cuore non duole e speranza salva l’onore&#8221; è un articolo di Giuseppe Milite. Foto in copertina di Martino Ciano</strong></p>
<p>Il significato del termine compassione è: <strong>“patire con”</strong>. Ovvero, condividere fino al punto di arrivare a sentire il dolore dell&#8217;altro. Quindi, fino a prova contraria, è un partecipare al patire dell’altro che solo così, per forza di un’unica accezione, dovrebbe essere vissuto. Un sentimento indiscutibilmente nobile ma anche molto impegnativo da accogliere in sé con sincerità.</p>
<p>Talvolta riusciamo a provarlo con pienezza ma, in genere, solo quando il sofferente ci è vicino, se non vicinissimo. Al contrario, quando il dolore è così tanto, e magari pure di tanti, ma lontano da noi nello spazio, allora il sentire, il vivo percepire, è più difficile se non addirittura impossibile. Ciò è quanto sta avvenendo in questo momento storico dal punto di vista umano e sociale in molteplici luoghi nel mondo. In poche parole, preferiamo non vedere e ignorare intenzionalmente.</p>
<p>Scegliamo di rifuggire. Ci impegniamo, a tal fine, con ogni sotterfugio, per evitare accuratamente che qualche sentimento ci raggiunga. Tanto che per molti di noi, diventati fin troppo “cosa per sé&#8221; fino a renderci incalliti pianeto-usuranti, nonché sovralimentati “turbo” consumatori di benessere vacuo, illusorio e fittizio, la compassione è diventata ben altro sentimento. Quanto affermo spesso accade dentro di noi, magari, pur essendo consapevoli della realtà dei fatti, pur essendone, a volte e del tutto, in totale contezza.</p>
<h3>Occhio non vede&#8230;</h3>
<p>Ci rifugiamo nella speranza, che ci autosomministriamo in pillole. Una per ogni <strong>prima</strong> e un’altra, magari, per ogni <strong>dopo</strong> quei pasti rigorosamente lauti delle feste, ormai diventati quotidiani. Culliamo così il desiderio che qualcosa, magari un accadimento, oppure intervento umano o divino che sia, cambi in meglio lo stato delle cose.</p>
<p>&#8220;D&#8217;altronde, la speranza non delude mai&#8221;, ci dicono. Io, al contrario, affermo che pur essendo la speranza un tranquillante metafisico indiscutibilmente benefico per la nostra psiche è, sostanzialmente, un adagiarsi ad un amaro o, talvolta, dolce far nulla. Dopo più di duemila anni di lette e vissute soteriologiche attese, mi considero stanco e deluso dalla speranza, perché troppo simile all’indifferenza.</p>
<p>Sono terribilmente incazzato per una cosiddetta virtù che ci induce ad accettare in ozio, troppo spesso, gli eventi più nefasti e crudeli. Chissà che mai, più d’ora, la <strong>Speranza</strong> incarni il mitico <strong>“Timor del futuro”</strong>.</p>
<h4>Come disse Esiodo&#8230;</h4>
<p>Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,<br />
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.<br />
Solo il Timor del futuro restò sotto l&#8217;orlo del doglio,<br />
nell&#8217;infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,<br />
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,<br />
come l&#8217;egíoco[8] Giove, che i nuvoli aduna, le impose.<br />
Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando,<br />
perché piena è la terra di triboli, il pelago è pieno.<br />
E vagolano morbi di giorno sugli uomini, ed altri<br />
giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali,<br />
muti, ché ad essi tolse la voce l&#8217;accorto Croníde:<br />
sicché, modo non c&#8217;è di sfuggire ai voleri di Giove..[9]</p>
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		<title>La vecchiaia del bambino Matteo e l&#8217;interpretazione dell&#8217;EsserCi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/vecchiaia-bambino-matteo-lumelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Oct 2024 03:20:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La vecchiaia del bambino Matteo&#8221; di Angelo Lumelli, Qed Edizioni, 2024 &#8220;La vecchia del bambino Matteo&#8221; comincia da un vagone abbandonato, metafora di un viaggio che si è concluso per dare spazio, forse, al riposo e alla meditazione. È adesso, da questa stasi, che può iniziarne un altro, quello [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La vecchiaia del bambino Matteo&#8221; di Angelo Lumelli, Qed Edizioni, 2024</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;La vecchia del bambino Matteo&#8221;</strong> comincia da un vagone abbandonato, metafora di un viaggio che si è concluso per dare spazio, forse, al riposo e alla meditazione. È adesso, da questa stasi, che può iniziarne un altro, quello a ritroso, nelle proprie esperienze, ripercorrendo i propri attraversamenti. Ma prima bisogna togliere via gli occhiali da sole, perché è necessario essere accecati anche dal panorama.</p>
<p>Ed ecco Matteo, Ernestino e Gustavo, tre bambini che di colpo sono diventati adulti e che sanno di aver perduto l&#8217;innocenza. Sono consapevoli che mai più la ritroveranno, sono però convinti che qualcosa possa essere salvato.</p>
<p>La storia si svolge tra atmosfere bucoliche di matrice piemontese e moderne metropoli del Nord Italia. A guidare i tre nelle loro peripezie c&#8217;è lo stupore, quell&#8217;elemento senza cui non ci sarebbe l&#8217;amore per la conoscenza. E come filosofi si comportano questi uomini dalle età cangianti, perché sanno essere a volte bambini e a volte vecchi, in alcuni casi adulti e in altri adolescenti. Non sono spaventati dalla vita, ma meravigliati persino dalla guerra. Le bombe fischiettano, gli aerei sono aquiloni, i capelli di qualcuno si possono impigliare tra le macerie.</p>
<h3>Poi tutto finisce, torna una sorta di pace&#8230;</h3>
<p>Appare a loro la maestra Concetta, così disinibita e ferrea da stuzzicare quella libido che innesca lo stupore di cui abbiamo detto nelle prime righe. Pian piano, però, tutto si affievolisce, perché la vita corrompe e manda al macero ciò che giudica vecchio e inutilizzabile. Il dopoguerra è opulenza e soddisfacimento del desiderio, è accumulo e volontà di eterna felicità. Forse, proprio da questo nasce quella pesante e pressante idea della vecchiaia di cui tutti e tre sembrano essere affetti?</p>
<p><strong>&#8220;La vecchiaia del bambino Matteo&#8221;</strong> di <strong>Angelo Lumelli</strong>, conosciuto per essere stato uno dei poeti della scuola milanese che negli anni Settanta infiammò il dibattito sul rapporto tra arte e modernità, ha impiegato trent&#8217;anni per scrivere questo romanzo in cui nulla è lasciato al caso.</p>
<p>Uno stile vivace e allegorico, in cui la parola si tuffa e duella tra contraddittori significati, guida le 235 pagine di questo romanzo non forzatamente, ma necessariamente sperimentale, in quanto non si può parlare di un periodo come quello del dopoguerra italiano secondo una sola chiave di lettura. Bisogna infatti penetrare la coscienza di quel tempo che muterà per sempre l&#8217;<strong>Italia</strong> e l&#8217;<strong>Europa</strong>; bisogna uscire dai &#8220;luoghi comuni&#8221;, quindi distruggere e riunire i frammenti affinché un&#8217;opera nuova venga alla luce.</p>
<p>Per <strong>Matteo</strong> infatti, il passaggio dal mondo della campagna a quello metropolitano è simboleggiato dalla fuga senza meta di tutti i <strong>bovini d&#8217;Europa</strong>. Una folle corsa innescata dall&#8217;illusione che tutto sia riproducibile, persino le esperienze o l&#8217;interpretazione di esse. Ecco perché Lumelli ci stordisce positivamente con le sue pagine, perché la storia non è uguale per tutti, ma è diversa per ciascuno individuo. La vita è sperimentazione e solo attraverso il linguaggio si può costruire la realtà.</p>
<h3>Poi tutto scorre, come sempre è avvenuto&#8230;</h3>
<p>Il narratore che racconta della sua storia, di Matteo e dei suoi amici è proprio quel personaggio che con vivacità ha osservato i cambiamenti senza lasciarsi travolgere da essi; forse è l&#8217;unico che non è invecchiato, ma è rimasto sempre bambino. Ma una domanda ci suggerisce velatamente l&#8217;autore: <strong>è davvero così importante non invecchiare?</strong></p>
<p>Rimanere bambini vuole dire anche giocare con la propria ingenuità; Matteo per esempio, quando viene sgridato dalla maestra, scopre anche il suo nome <strong>&#8220;e &#8211; dice &#8211; da quel giorno si nasconderà dietro di esso&#8221;</strong>; un passaggio emblematico, perché il nome identifica solo in superficie il nostro <strong>&#8220;esserci nel mondo&#8221;</strong>, il resto lavora incessantemente e silenziosamente nel nostro inconscio ed è impossibile anche per noi scovarlo.</p>
<p>Il nostro nome è quindi un modo ingannevole attraverso cui presentarci, ma è anche la maschera migliore con la quale difendiamo la nostra unicità. Di fronte a una rappresentazione così forte e audace, capiamo fin dove dovremo spingerci per viaggiare insieme a Matteo, accettando di salire su quel vagone abbandonato che, magari, potrebbe essere assunto in cielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>
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		<title>2084: Looking for Mister Bobot</title>
		<link>https://www.borderliber.it/dulcetti-bobot-2084/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 02:02:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[Bobot]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prosa e foto di Napoleone Dulcetti Così, mentre la cavalleria scappa via con il bottino mentre pesto i brandelli rimasti, osservo l&#8217;unghia incarnita e nera del mio pollice cresce a dismisura e si incurva, come la mia schiena piegata a raccogliere gli scarti della razzia. Sono solo, non è rimasto quasi niente solo qualche pezzo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Prosa e foto di Napoleone Dulcetti</strong></em></p>
<p>Così, mentre la cavalleria scappa via con il bottino<br />
mentre pesto i brandelli rimasti, osservo<br />
l&#8217;unghia incarnita e nera del mio pollice<br />
cresce a dismisura e si incurva,<br />
come la mia schiena piegata a raccogliere<br />
gli scarti della razzia.<br />
Sono solo, non è rimasto quasi niente<br />
solo qualche pezzo di capanna e le budella coraggiose<br />
di giovani rivoluzionari.<br />
Io sono vivo, nascosto, respiro<br />
mano nella mano con la mia codardia.<br />
Qui, seduto sulle travi annerite di un vecchio riparo<br />
penso ai giorni di guerra, quando ci si ammazzava ad armi pari.</p>
<p>Mancano, quei momenti di gloria della quarta guerra mondiale,<br />
Godot arrivò, dopo tanta attesa<br />
“Mai più ritornerò!” ci disse.</p>
<p>Così si concluse l&#8217;era del petrolio, l&#8217;era del web,<br />
ripiombammo nel medioevo,<br />
non ci sono più re, imperatori, dittatori,<br />
solo gente a cavallo e poveracci a piedi,<br />
chi ha il cavallo e un&#8217;arma preda, uccide,<br />
chi ha le mani nude e nere scava, coltiva e raccoglie.</p>
<p>Si parla di un Mister Bobot<br />
di un giusto che presto prenderà il potere,<br />
un Signore più potente degli altri, che risolverà i problemi.<br />
Così, mi nascondo ed esco<br />
girovago per i villaggi vivi e bruciati<br />
cerco brandelli da mangiare, paglia per dormire,<br />
esco dopo le mattanze<br />
vado verso sud, seguo sentieri nascosti:<br />
Looking for Mister Bobot.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/dulcetti-bobot-2084/">2084: Looking for Mister Bobot</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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