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		<title>Sodomia. Il libro di Saverio Di Giorno sulla &#8220;vita di un boss e di un operaio nella città del potere&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/border-potere-di-giorno-sodomia-garofalo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2023 01:38:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Saverio Di Giorno All’inizio la voglia era quella di sempre. Di dire, di vendicarsi forse. Di aprire i portoni chiusi e raccontare, anche ripetere forse. Quello spinge sempre a scrivere e così è stato anche quando sono partito con l’idea di scrivere Sodomìa. Storia di un Boss e di un Operaio nella città [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Saverio Di Giorno</strong></em></p>
<p>All’inizio la voglia era quella di sempre. Di dire, di vendicarsi forse. Di aprire i portoni chiusi e raccontare, anche ripetere forse. Quello spinge sempre a scrivere e così è stato anche quando sono partito con l’idea di scrivere Sodomìa. Storia di un Boss e di un Operaio nella città del Potere. Non certo quelle belle ma lontane idee di giustizia, uguaglianza. Solo rabbia. Bisogno di poter dire che non ci siamo ancora abituati all’idea di non avere un ospedale raggiungibile, che a scuola si saltano giorni perché un autobus viene incendiato o non si possono avere servizi perché ai comuni mancano sempre fondi. Che non è tutto normale e che queste cose hanno responsabili precisi e questi sono i nomi e i cognomi.</p>
<p>Poi però qualcosa è cambiato. È cambiato nella stanza riservata al colloquio, quando mi sono seduto davanti Franco Garofalo e nel bar quando mi sono seduto davanti all’Operaio. In auto avevo le idee chiara: avrei incontrato un colpevole e una vittima. Uno che ha in parte determinato la storia della Calabria e in alcuni casi dell’Italia gestendo elezioni, investimenti ecc. e l’altro che l’ha subita inerme. Eppure, entrambi calabresi, entrambi coetanei: come può questa terra partorire storie così opposte, padroni e servi. Cosa ne ha determinato le diversità, quando si sono separati? Soprattutto quando è che cominciata l’opera di distruzione di questi posti? Da quando tutto ha cominciato a finire?</p>
<p>Era la mia ricerca personale. Storica, ma anche genetica. Come capire a quale razza si appartiene, se si è destinati a gestire o ad essere gestiti, a dominare o ad essere dominati. Mi raccontano tutto. Le esperienze, le date, i luoghi persino i pensieri.</p>
<p>Spengo il registratore, chiudo i documenti e volto la copertina degli appunti. Mi alzo e alla fine riesco a distinguere meno bene di prima. Ho ben chiaro chi sono i buoni e i cattivi perché questi ultimi in questa storia hanno vinto. Ho ben chiaro che ci sono oppressi e oppressori, padroni e servi. Ho in fila gli episodi, con i nomi e i cognomi. Ce li ho allineati davanti: dai responsabili degli omicidi, alle coperture giudiziarie e i politici votati. Ma ora non so che farmene perché mi ritrovo con gli oppressi, i servi, gli operai che sono cambiati, mutati incattiviti pronti a usare la stessa logica. La logica della sopravvivenza in Calabria. Al punto alla fine di Sodomìa non ero più in grado di riconoscere il punto di svolta, ma neppure l’inizio o la fine del racconto.</p>
<p>Youcanprint &#8211; https://www.youcanprint.it/sodomia-vita-di-un-boss-e-di-un-operaio-nella-citta-del-potere/b/a49db053-5656-58d3-a5c7-5c4651334187</p>
<p>Mondadori &#8211; https://www.mondadoristore.it/Sodomia-Vita-boss-operaio-Saverio-Di-Giorno/eai979122147053/</p>
<p>Ibs/Feltrinelli &#8211; https://www.ibs.it/sodomia-vita-di-boss-di-libro-saverio-di-giorno/e/9791221470536</p>
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		<title>Sono stato tradito</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sono-stato-tradito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 23:40:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sono stato tradito&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore del testo Sono stato tradito&#8230; Porterò via con me la maggior parte delle cose che ho accumulato qui. Preferisco lasciare la stanza spoglia come la prima volta, quando vi trovai solo una brandina e un comodino. Mi parve una cella, persino [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Sono stato tradito&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore del testo</strong></p>
<p><strong>Sono stato tradito<i>&#8230; </i></strong>Porterò via con me la maggior parte delle cose che ho accumulato qui. Preferisco lasciare la stanza spoglia come la prima volta, quando vi trovai solo una brandina e un comodino. <strong>Mi parve una cella,</strong> persino la finestra, per quanto ampia, assunse ai miei occhi l&#8217;aspetto di un buco estorto supplichevolmente al muro.</p>
<p><strong>Ora mi sono seduto sul pavimento.</strong> Lo feci anche il primo giorno che vi entrai, solo che all&#8217;allora dissi <em>qualcosa inizia</em>, ora invece sussurro <em>tutto si è compiuto</em>. Verranno a prendermi per portarmi altrove, forse mi seppelliranno vivo e mi lasceranno morire lentamente. Mi hanno detto di aspettare e io obbedisco.</p>
<p><b>Sono stato tradito&#8230;</b> La giustizia punisce i colpevoli, ma lascia a spasso i suggeritori. Sono stato l&#8217;esecutore materiale di <em>qualcosa</em>. Nessuno ha mai dato un nome a questo <em>qualcosa</em>, ma tutti erano certi che prima o poi l&#8217;avrei compiuto. Me lo dissero fin da bambino, dopo aver tirato sassi contro i vetri delle finestre delle case abbandonate, o dopo aver infilato le mani sotto le gonne delle compagne di scuola, o dopo aver preso a calci i gatti, o dopo aver bruciato le lucertole. Mi hanno sempre definito un delinquente.</p>
<p><strong>Ero stato educato al delitto, sia morale che materiale.</strong> Mi hanno detto che dovevo difendermi, che a uno schiaffo ricevuto avrei dovuto rispondere con due, che a uno sputo ricevuto avrei dovuto restituirne tre, che a ogni parola offensiva, soprattutto se rivolta all&#8217;integrità morale della mamma, avrei dovuto controbattere con violenza e crudeltà. Io ho seguito gli insegnamenti e vincevo sempre. Ero un bambino grasso e i miei pugni erano dolorosi.</p>
<p><strong>Alla fine picchiai tutti quelli che mi ronzavano troppo intorno, anche senza motivo.</strong> Mi lasciarono solo, avevano paura di me. Alcuni però mi dissero che <strong>rimane solo chi viene temuto e rispettato, quindi quella solitudine era una medaglia al valore</strong>. Ma mi misero anche in guardia, <strong>chi è rispettato viene invidiato perché tutti vogliono essere come lui, attento quindi agli invidiosi, perché tradiscono. Sii amico di tutti ma fedele con nessuno</strong>. Così feci: niente amici, solo conoscenti.</p>
<p>Diventai il capo di una combriccola e tutti i componenti mi temevano. Fatto sta che anch&#8217;io temevo ognuno di loro, perché pensavo sempre a come mi avrebbero tradito. Allora, per mettermi al sicuro facevo loro qualche dispetto; <strong>alcuni per un po&#8217; di tempo li mandai in galera, incastrandoli nei miei traffici. Tre li ho anche fatti sparire, non ho detto che c&#8217;ero io dietro, ma l&#8217;ho fatto intendere agli altri del gruppo affinché capissero che con me non dovevano scherzare.</strong></p>
<p>Alla fine mi sono fottuto da solo. <strong>Sono rimasto di nuovo solo e con il cuore pieno di rabbia.</strong> L&#8217;ultimo che era rimasto al mio fianco, l&#8217;ho tradito e l&#8217;ho tolto dalla faccia della Terra con le mie mani. Qualcuno ha detto che sono pazzo, che non posso stare al Mondo, che non so rispettare il prossimo, ma io ho solo eseguito gli ordini, comportandomi secondo le regole che mi suggerirono da bambino. Tanto lo avrebbero fatto con me, ché l&#8217;essere umano è così, sta sempre sul chi va là, anche i pii hanno paura che qualcuno possa togliere loro la serenità.</p>
<p><strong>Ora resto qui. Spero che almeno loro, ossia i miei giustizieri, non si siano dimenticati di me. Non voglio restare solo un minuto di più.</strong></p>
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		<title>Polvere di sabbia. Francesco Di Giorno tra il Sud e l&#8217;umanità perduta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/polvere-di-sabbia-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2023 01:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri Non possono avere un figlio, eppure lo vogliono, senza non riuscirebbero a sentirsi completi. Sara e Renato faranno di tutto per diventare genitori, senza pensare al dopo, ai rimorsi. Tino invece è un bullo di provincia che, per vincere la sfida con la sua [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per <a href="http://www.gliamantideilibri.it/polvere-di-sabbia-francesco-di-giorno/">Gli amanti dei libri</a></strong></em></p>
<p>Non possono avere un figlio, eppure lo vogliono, senza non riuscirebbero a sentirsi completi. Sara e Renato faranno di tutto per diventare genitori, senza pensare al dopo, ai rimorsi. Tino invece è un bullo di provincia che, per vincere la sfida con la sua insicurezza, diventa un criminale, un boss senza scrupoli. Su di loro, compresi gli altri personaggi di questo romanzo, aleggia una domanda: <em>è tutto lecito quando bisogna raggiungere la propria felicità?</em></p>
<div dir="auto">Il romanzo di Francesco Di Giorno è una storia di colpi atroci che vengono somministrati al lettore attraverso un linguaggio delicato. È una forma atipica, ma vincente quella usata dall&#8217;autore di origine calabrese, in cui si avverte la necessità di raccontare accarezzando. È una parola intima, soffice, quella che delinea la crudeltà dei personaggi del libro, come se volesse svelare la parte in ombra dei loro cuori.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Dietro la brutalità di Tino vi è un dolore complesso, profondo, che non lo rende migliore, ma lo rende vendicativo. Nella necessità di avere un figlio di Sara e<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-6013" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/01/Polvere_di_Sabbia.jpg?resize=450%2C646&#038;ssl=1" alt="" width="450" height="646" data-recalc-dims="1" /> Renato c&#8217;è un egoismo adolescenziale, un istinto di sopravvivenza che fa fuoriuscire l&#8217;intima natura dell&#8217;uomo. La penna di Di Giorno è delicata, corre via senza giudicare, a lei piace mostrare, raccontare tutto come se fosse una favola, anzi qualcosa di assurdo.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Assurda è infatti la crudeltà, visto che ogni vita si disperde come polvere di sabbia nel tempo e nello spazio. Cosa rimane d&#8217;ogni esistenza? Nulla di particolare. A cosa serve affaccendarsi per il male?</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Di Giorno ambienta tutto in un paese di provincia, lui che è nato sul Tirreno cosentino, nella Calabria dei silenziosi <em>mea culpa</em>, dipinge quel male sottile che si usa anche come mezzo di riscatto, oserei dire come arma di una atavica lotta di classe che contrappone indolenza e supponenza. Non c&#8217;è solo Tino, ma anche personaggi che come lui amano l&#8217;omertà e la connivenza, affinché tutto resti immutato e controllabile. Così, il male appare quasi come una fatalità, un demone che non si sconfigge ma si accetta, di cui ci si fa carico senza prevenirlo. E anche Sara e Renato, nonostante provengano da Milano, trovano in questo borgo del Sud il luogo ideale per portare a termine il loro piano.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Sorge qui una contraddizione, proprio loro che vogliono un figlio, quindi la vita, cercano tutto ciò nel luogo in cui la vita è solo una merce, un mezzo aleatorio da sfruttare e ingannare. Anche su questo elemento, Francesco Di Giorno ci chiama a una profonda riflessione.</div>
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		<title>Nella lotta tra Stato e Messina Denaro chi ha vinto?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/arresto-messina-denaro-chi-vince/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 01:37:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Domenico Benedetto D&#8217;Agostino È una fortuna che anche i vecchi pezzi di merda si ammalino di cancro. Voglio dire, le sopportazioni morali del nostro vivere contemporaneo sono comunque rare e difficili, ma siamo sicuri che se a esse dovesse aggiungersi la beffa di un cancro che non colpisse i bastardi non vivremmo ancora [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/arresto-messina-denaro-chi-vince/">Nella lotta tra Stato e Messina Denaro chi ha vinto?</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Domenico Benedetto D&#8217;Agostino</strong></em></p>
<p>È una fortuna che anche i <em>vecchi</em> pezzi di merda si ammalino di cancro. Voglio dire, le sopportazioni morali del nostro vivere contemporaneo sono comunque rare e difficili, ma siamo sicuri che se a esse dovesse aggiungersi la beffa di un cancro che non colpisse i bastardi non vivremmo ancora peggio? Quale che sia la risposta, se è vero che può essere sufficiente una visita in una qualsiasi “oncologia pediatrica” (le virgolette sono illusorie) per prendere le parti di <em>Ivan Karamazov</em> sulla disistima totale di Dio, o peggio della sua forza e della sua utilità, è una fortuna che, almeno, anche il diavolo in persona possa ammalarsi di cancro.</p>
<p>Una fortuna del tutto gratuita, chiaramente, autoreferenziale, nel senso da riferirla al cancro direttamente, che smonta persino il nostro inossidabile senso di fiducia (!) verso lo Stato e le istituzioni tutte, che masturba lascivamente, da sotto la scrivania, fior fiori di titolisti, social media manager, <em>memers</em> e satiri più o meno involontari; che riesce, infine, tra le mille verità dilaganti, come al solito, a fornire anche a me una inedita rivelazione: <strong><em>nella lotta tra lo Stato e Matteo Messina Denaro ha vinto il cancro</em></strong>.</p>
<p>Nella infinitamente più modesta lotta tra il sottoscritto e gli Enrico Mentana, gli Open, i Fatti Quotidiani, e compagnia, invece, mi vedo costretto a sventolare in lacrime bandiera bianca. Non sono passate che ventiquattro ore dalla presunta notizia dell’anno, l’arresto dell’ultimo dei corleonesi, uno che non ha scheletri nell’armadio solo perché l’acido non lascia traccia nemmeno delle strutture ossee. Un arresto, a dir la verità, de-canonizzato nelle sue componenti performative, a partire dall’assenza delle manette. Poi, pare, nessun vero tentativo di fuga. È stata chiesta al diavolo una conferma della sua identità, e il diavolo, contrariamente alle sue classiche costumanze, ha concesso semplice ammissione. Il diavolo ha smesso di mentire. <strong><em>Che sia anche questo un miracolo del cancro?</em></strong></p>
<p>Ma, dicevo… non sono passate che ventiquattro ore e, com’era chiaro, i post, gli articoli e le foto si sprecano. Mentana, per esempio (ma vale per tutti), trova utile (per le entrate pubblicitarie del suo giornale, si intende) informare a più riprese quanto il diavolo sia stato incastrato dalla sua passione per il lusso, ossia il Frank Muller da trentaseimila euro e il montone da <em>non-so-quanto</em>, oltre che per la stessa malattia. Il titolo è un capolavoro: “Il montone griffato, l’orologio da 36 mila euro, il tumore”. Segue un sottotitolo: “… Le due operazioni e i 22 cicli di chemioterapia” e un corpo che stuzzica il solito italico <em>voyeurismo</em>, reso possibile dalle testimonianze di altri pazienti della clinica, cioè di altre persone costrette alla pazienza dal cancro, quando non alla terribile pazienza del cancro, prima che alla vomitevole vicinanza con il diavolo.</p>
<p>È chiarificatore, un pezzo del genere: <strong><em>dovrebbe renderci più limpida quella fortuna sfacciata di cui dicevo all’inizio, quella livella che dovrebbe continuare a spettare solo alla morte, pure se continua a voler cadere nelle mani della malattia</em></strong>. In realtà, l’unica cosa che mi chiariscono Mentana e tutti i suoi colleghi è che Messina Denaro, in parte anche a spese nostre, andrà presto all’inferno. E, quel che è peggio, che potrebbe pure piacergli.</p>
<p>Ma queste sono frattaglie da giornali. Di converso, e molto più incisiva, c’è invece la turbo-riproposizione ormai immediata (anticipa persino le cronache) dei fatti da parte della comunità<em> “memetica”</em>, quella massa, cioè, sempre più decisiva nella interpretazione della realtà. Non la troppo facilona “bolla social”, ma il suo contenuto effettivo, la sua sostanza. Qualcosa che ormai ci appartiene senza averne fatto richiesta, una vera massa, per dirla alla Canetti, “violenta”, che più assume consistenza più diventa attrattiva. In sintesi, i <em>meme</em>, le vignette, le battute sarcastiche, fredde, scomode, “black”, non sono più il corredo delle notizie, ma è quasi vero il contrario.</p>
<p>Quanto questi due mondi siano complementari sarebbe, poi, un argomento interessante e sterminato. La comunità <em>“memetica”</em> da un lato e quella giornalistica, infatti, non fanno che elaborare le stesse informazioni, differenziandosi solo nelle modalità di azione e nei registri linguistici adottati. Tuttavia, il dubbio che con il passare del tempo queste due infosfere tendano sempre più ad avvicinarsi è più che lecito. E non mi riferisco alla semplice constatazione che gli stessi <em>meme</em> diventano “finalmente” oggetto di articolo <em>(“Matteo Messina Denaro, ecco i meme più esilaranti”, tgcom24)</em> dopo che per anni è avvenuto (e avviene continuamente) il processo opposto. Penso, piuttosto, che questo amalgama avvenga per diversi motivi. Quello più evidente, mi pare, è l&#8217;abbandono più o meno consapevole della riflessione lenta, e il trionfo, di converso, dell&#8217;istinto. L’istinto è sempre più cliccato, più &#8220;condivisibile&#8221;, più monetizzabile o, semplicemente, più ridicolo. L’istinto è diventato un sentimento, il principale di quell’<em>homo currens</em> di cui scriveva Franco Cassano già a metà degli anni Novanta.</p>
<p>Così, anche l’evento in sé, la cattura del superlatitante, perde quella forza sacrale che avrebbe avuto non più di quindici anni fa. Generazioni che di Totò Riina avranno visto appena l’anonima faccia nei giorni della sua morte, un lustro fa, ci trasmettono coattamente nuove strategie di rimodulazione della realtà, riuscendo a farci ridere, perché la brutta faccia di Messina Denaro ricorda quella di qualcun altro, perché le “modalità” dell’operazione lascerebbero a desiderare, perché anche questa scena è stata magari predetta dai Simpson, e così via. È un fenomeno ancora troppo recente, e quindi scarso di studi affidabili, per essere compreso fino in fondo. Nel frattempo, non ci restano che la più o meno lucida osservazione e l’accettazione di uno svuotamento interiore, simile a certe opere d’arte di cui si fa fatica a trovare il significato (se almeno un significato lo nascondono). Scrivere recensioni ironiche sulle schede informative della clinica privata che ha curato Messina Denaro, per esempio, sfugge al ventaglio dei miei significati, ma è possibile che ad altri risulti una operazione assolutamente pregnante nella sua ironia e nel suo sorriso, come è possibile, effettivamente, che la breve soddisfazione di un orgasmo non lasci comunque scampo ad almeno un attimo di vacuità post-coitale.</p>
<p>Nel mezzo, come sempre, stanno gli interventi più equilibrati: quelli, per esempio, che la battuta sulla sanità siciliana (e in realtà di tutto il Meridione) se la sono vista servire su un piatto di argento, oppure, dal lato pseudo-giornalistico, chi ha trovato il tempo – tra l’abbigliamento del diavolo, la sua verve “femminiera”, i singoli peli trovati in tutti i covi segretissimi fino a ieri – di ricordare che l’Operazione dei Ros è stata chiamata “Tramonto” in onore della poesia di Nadia Nencioni, bimba uccisa a soli nove anni (con il resto della famiglia), nel 1993, da un autobomba in Via dei Georgofili a Firenze.</p>
<p>E qui sì che possiamo concederci, anche per un solo minuto, una disconnessione totale, un respiro più lungo degli altri, un silenzio, una pausa dalle chiacchiere di tutti i tipi, comprese le mie. Persino la compagna più oscura, la depressione, sembra schiarirsi un poco. Questa sottospecie di nebbia di seconda mano, che ha cominciato a soffiarmi addosso dal primo giorno passato con mia madre in una sala di chemioterapia, finirà prima o poi. In un modo o nell’altro.</p>
<p><em>“Il tramonto: Il pomeriggio / se ne va. / Il tramonto si avvicina, / un momento stupendo, / il sole sta andando via (a letto) / è già sera tutto è finito”</em> (Nadia Nencioni)</p>
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