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	<title>Bologna Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>L&#8217;albero del Ténéré. Andrei e le &#8220;ragioni dello spaesamento&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/albero-andrei-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2024 01:46:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;albero del Ténéré&#8221; di Alessandro Andrei, Wojtek edizioni, 2024 Come si può mettere in ordine il caos degli eventi, soprattutto se è frutto di momenti già vissuti e consumati, i cui effetti si manifestano ancora attraverso comportamenti che richiederebbero un cambio vita radicale, oltre che di pensiero? È il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;albero del Ténéré&#8221; di Alessandro Andrei, Wojtek edizioni, 2024</strong></p>
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<p dir="ltr">Come si può mettere in ordine il caos degli eventi, soprattutto se è frutto di momenti già vissuti e consumati, i cui effetti si manifestano ancora attraverso comportamenti che richiederebbero un cambio vita radicale, oltre che di pensiero? È il dilemma che si impone davanti agli occhi di <strong>Antoine</strong>, protagonista del romanzo <strong>&#8220;L&#8217;albero del Ténéré&#8221; </strong>di <strong>Alessandro Andrei</strong>.</p>
<p dir="ltr">È cresciuto a <strong>Parigi</strong>, ha vissuto situazioni complesse, atroci, nei peggiori quartieri della Capitale francese. Aveva una venerazione per suo zio, <strong>Ernesto</strong>, componente di un gruppo terroristico di estrema sinistra; da adolescente ha sfidato il destino e si è scottato; poi, tutto è svanito. La vita ha portato Antoine in Italia, lo ha gettato nel mezzo di <strong>Milano</strong>, città in cui ha vestito i panni del <strong>broker finanziario</strong>. Le scelte che ha fatto lo hanno allontanato dalle sue idee, dal suo modo di vivere e soprattutto da suo zio, che a sua volta ha fatto perdere le sue tracce.</p>
<p dir="ltr">Venti anni più tardi, con una lettera giunta da <strong>Marrakech</strong>, in <strong>Marocco</strong>, Antoine viene avvisato che Ernesto è morto e che una cospicua eredità lo aspetta. Lui andrà e scoprirà tante verità con le quali potrà riordinare il caos, forse.</p>
<p dir="ltr">Questi i punti cardine di <strong>&#8220;L&#8217;albero del Ténéré&#8221;</strong> in cui sono inseriti sapienti colpi di scena che ci danno la possibilità di costruire insieme ad <strong>Antoine</strong> la ragnatela degli eventi di un passato accantonato e mai analizzato. Proprio il passato, il cui peso viene alleggerito con <strong>Xanax</strong> e altri rimedi, è il grumo che pian piano si scioglie e che permette al protagonista di liberarsi da quella <strong>&#8220;forza oscura&#8221;</strong> che rende la sua vita monotona, ripetitiva. Ma, come spesso capita, questo andirivieni lungo le vie della memoria e dell&#8217;inconscio non è sempre il modo migliore con cui risolvere i conflitti.</p>
<p dir="ltr">C&#8217;è un altro aspetto interessante di Antoine, la sua <strong>apparente indifferenza</strong> con cui tiene a distanza sensazioni ed emozioni. Insegue anche lui un amore perduto, quello di <strong>Francesca</strong> che gli aveva chiesto un figlio. Ma forse Francesca è stato solo il riflesso di un amore adolescenziale, di un <strong>trauma rimosso</strong> e impossibile da superare, perché pieno di <strong>violenza, morte e rimorso</strong>. Il fatto che Antoine neghi, prima a se stesso poi alla sua compagna, la possibilità di far nascere dall&#8217;amore di coppia un figlio, è frutto dell&#8217;idea, inculcatagli in gioventù, di essere parte di una progenie malata che dovrebbe aspirare all&#8217;estinzione.</p>
<p dir="ltr"><strong>La beata rassegnazione di Antoine</strong>, che così appare agli occhi degli altri, lo rende un personaggio alienato, impaurito dalle sue reazioni, preoccupato della possibilità che il passato possa risvegliare i suoi dolori. Alla fine tutto ciò succederà, perché gli eventi non possono essere anestetizzati per sempre. Così il romanzo di <strong>Andrei</strong> sa essere tanto un resoconto, quanto un racconto dinamico caratterizzato da una forte matrice psicologica.</p>
<p dir="ltr">Prima della trama, infatti, è il modo in cui viene sviluppato il <strong>&#8220;tema&#8221;</strong> di uno spaesamento che è sempre sintomo di una ricerca confusa <strong>dell&#8217;origine, delle radici, delle cause prime</strong> che molte volte sono inspiegabili. Non è un caso che, proprio nel momento in cui Antoine smette di &#8220;porsi domande&#8221;, le risposte arrivino dal suo &#8220;rimosso&#8221;, da ciò che in fondo era sempre stato in lui.</p>
<p dir="ltr">Resiste a ogni colpo del destino Antoine, <strong>come un albero che riesce a mettere radici nel deserto. </strong></p>
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		<title>Rumore rosso in quel settembre</title>
		<link>https://www.borderliber.it/patti-smith-rumore-rosso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 01:10:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo e foto di Daniela Grandinetti. In copertina: &#8220;Rumore rosso&#8221;, di Goffredo Plastino, Il Saggiatore</strong></p>
<p>Il 10 settembre 1979 mi trovavo a <strong>Firenze</strong>, il mio primo, memorabile, viaggio da sola. Non ero lì per lo stesso motivo che accomunava migliaia di giovani provenienti da tutta Italia:<strong> il concerto evento di Patti Smith</strong> al quale con rammarico non avrei preso parte. Ricordo le strade inondate da una folla variopinta, orde di giovani che bivaccavano nel salotto buono tra <strong>Piazza della Signoria </strong>e<strong> Ponte Vecchio</strong>. Bruciava la sensazione che avrei mancato un’occasione unica e irrepetibile. Ed è stato così.</p>
<p>La storia dei due storici concerti di <strong>Patti Smith</strong> in quell’anno in Italia, a <strong>Bologna </strong>e a<strong> Firenze</strong>, così come ci viene consegnata da <strong>Goffredo Plastino</strong> nel suo <strong>Rumore rosso</strong> (edito da il Saggiatore) ricostruisce un intreccio che a distanza di più di quarant’anni ha dato una visione nuova a quella giovane diciottenne innamorata della politica e della musica: ho letto “la” storia con l’entusiasmo di allora e la consapevolezza di oggi. Su <strong>Il Venerdì di Repubblica</strong> in una delle tante recensioni uscite per questo saggio, a firma di <strong>Alberto Piccinini</strong> si dice che quello “fu molto più di un concerto: politica, cultura e immaginario ebbero in quei giorni di settembre l’ultimo giro di danza di un’epoca e il primo di un’epoca nuova.”</p>
<p>Siamo in un momento topico della storia di quegli anni: non si era spento l’eco dell’assassinio di <strong>Aldo Moro</strong> e il <strong>1997 aveva segnato la rottura tra il PCI e la sinistra extraparlamentare.</strong> Quell’anno <strong>Lama</strong>, segretario della <strong>CGIL</strong>, deve abbandonare l’aula della Sapienza in mezzo ai fischi e alle proteste e subito dopo il sindaco comunista di Bologna, <strong>Renato Zangheri</strong>, prende l’audace decisione di inviare carri armati in via Zamboni, centro universitario della città, per porre fine ai disordini seguiti alla morte di <strong>Francesco Lorusso</strong>, studente di <strong>Lotta Continua</strong> ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere di leva.</p>
<p><strong>Goffredo Plastino – musicologo presso la Newcastle University</strong> – ricostruisce con minuzia di particolari il dibattito di quel momento (sostenuto da un corposo apparato di note) che vedeva un <strong>PCI</strong> che volle organizzare i due eventi per riagganciare consensi perduti nei movimenti, nonostante le dichiarate diffidenze di esponenti di punta e intellettuali storici nei confronti del rock. Dall’altro con quei concerti c’è il ritorno in <strong>Italia</strong> della musica dal vivo che inaugurò la stagione dei grandi concerti a pagamento negli stadi cui ancora oggi si assiste.</p>
<p>Quei due storici concerti, organizzati dall’<strong>ARCI</strong>, ebbero un incasso di 150 milioni, una cifra abbastanza modesta, che andarono tra PCI, Arci e Patti Smith, per il valore di un biglietto di 3.000 lire, ma come succedeva allora dopo l’inizio del concerto furono aperti i cancelli anche ai non paganti, tant’è che non esistono stime certe di quanti effettivamente parteciparono sia a Bologna che a Firenze.</p>
<p>Patti Smith cantò, entusiasmò e deluse: la sacerdotessa del rock urbano, la poetessa di <strong>New York</strong>, l’icona in Italia della musica rock in quel momento, a metà concerto intonò versi per <strong>Papa Luciani</strong> (aveva per lui una vera e propria venerazione, il Papa che ride, lo definì nelle interviste) e a coloro che la volevano a sostegno dei movimenti in un periodo “caldo” di scontri, lei rispose con la bandiera americana e l’esecuzione dell’inno americano alla fine dei concerti “Io sono un’artista americana, non so nulla della politica italiana, sono cristiana e non comunista”. Dichiarò. Cori e lanci di oggetti e zolle di terra furono il tumulto che accompagnò l’esibizione nei concerti.</p>
<p>All’autore “va il merito di aver ricomposto, attraverso il recupero di frammenti e documenti (articoli di quotidiani, di periodici e fanzine, oltre a una grande quantità di fogli volanti pubblicati tra le pagine del libro), una vicenda non banale, anzi eloquente, rivelatrice, quella dell&#8217;entusiasmo, dell&#8217;innamoramento e poi dell&#8217;incomprensione e dell&#8217;odio che migliaia di giovani italiani provarono per Patti Smith”.<strong> (Ivan Carozzi su Esquire)</strong></p>
<p>Ancora oggi sono molti quelli che dicono “io c’ero”, ma quella che potrebbe apparire un pezzo di storia della musica (e della storia della musica dal vivo in Italia) leggendo Rumore Rosso si comprende fu molto di più: forse un pezzo della nostra storia con la quale, nel bene e nel male, non abbiamo mai fatto pace veramente,</p>
<p><strong>Riporto da pagina 18 di &#8220;Rumore Rosso&#8221;</strong></p>
<p>“Una storia aperta:</p>
<p>A Bologna e a Firenze vanno in scena non solo un gruppo di musicisti e una cantante rock, ma anche uno scontro tra l’egemonia politica e culturale. Non è la sola contrapposizione di quei giorni. Patti si trova di fatto al centro di molteplici contrasti. Simbolici: tra movimento, Autonomia, PCI e FGCI su ciò che lei rappresenta. Politici: tra PCI, FGCI, movimento e Autonomia sull’organizzazione di concerti; tra il PCI, il Partito Socialista Italiano, la Democrazia Cristiana e la destra sulla gestione dei concerti, dei luoghi nei quali si sono svolti e sul loro successo. Economici: tra il PCI, le sue associazioni di riferimento, l’impresario musicale e il pubblico del circuito alternativo della musica dal vivo sull’allestimento e la conduzione dei concerti, sulle loro spese, sul profitto per il management e sul suo compenso. Musicali e artistici: tra gruppi diversi di fan e ascoltatori sul rapporto tra Patti e determinati generi musicali, sui suoi successi recenti. Culturali e sociali: sul significato dei sue spettacoli per la società italiana, sulla partecipazione e il comportamento dei giovani, sull’esibita religiosità di Patti.</p>
<p>Si tratta di eventi complessi, fluidi, che determinano comportamenti reali mutevoli, dinamici. Si può andare al concerto di Bologna nonostante si sia contrari alla sua gestione da parte del PCI e manifestando in molti modi questa opposizione (rifiutando di pagare il biglietto, entrando allo stadio dopo aver sfondato gli ingressi), apprezzare Patti per le sue canzoni del passato e contestarla rumorosamente per le ultime, reagire contro l’organizzazione per le carenze tecniche, manifestare il proprio dissenso politico contro di lei per ciò che sta interpretando sul palco.</p>
<p>Per ricostruire la complessità, la multidimensionalità di questi eventi musicali dal vivo, per provare a capire cosa è successo durante quelle giornate di settembre del 1979, si può raccontare una storia aperta a una pluralità di storie personali e collettive, di voci, di immagini, di fonti: la storia non lineare di un passato non interamente raffigurabile, di una vicenda italiana di ieri che risuona ancora oggi e che va narrata ripartendo dall’inizio.”</p>
<p>Goffredo Plastino ce la racconta egregiamente, anche attraverso un ricco apparato di immagini, in un saggio di grande pregio che ho “divorato”, un’”opera mondo” come l’ha definita Paolo Morando su Domani.</p>
<p>Patti Smith: «Se mi capita di camminare per strada, in Italia, c’è sempre qualcuno che mi si avvicina, e può essere un cuoco o un rappresentante del governo, e mi dice: Patti, io ero a Bologna. Sembra che tutta Italia, quella sera, fosse a Bologna&#8230;».</p>
<p>E l’autore: «In un certo senso è proprio così: c’eravamo tutti e ci siamo ancora, continuiamo ad ascoltare il rumore rosso di quei giorni, di quegli anni»</p>
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		<title>Brisel, Briciole di Bologna. Una presentazione dell&#8217;antologia della Battaglia edizioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 May 2023 01:46:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Brisel, briciole di Bologna&#8221; è l&#8217;antologia pubblicata dalla casa editrice indipendente Battaglia edizioni. Al progetto hanno partecipato alcune delle voci più interessanti della narrativa emergente italiana, tra cui Stefano Bonazzi (Polidoro), Graziano Gala (Minimum fax), Francesco Spiedo (Fandango), Francesca Mattei (Pidgin), Luca Tosi (Terra Rossa), Maria Silvia Avanzato (Fazi), Giovanni Bitetto (Voland). &#8220;L&#8217;obiettivo &#8211; ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><em><strong><a href="https://www.battagliaedizioni.com/libro/biassanot/">&#8220;Brisel, briciole di Bologna&#8221;</a> è l&#8217;antologia pubblicata dalla casa editrice indipendente Battaglia edizioni. Al progetto hanno partecipato alcune delle voci più interessanti della narrativa emergente italiana, tra cui Stefano Bonazzi (Polidoro), Graziano Gala (Minimum fax), Francesco Spiedo (Fandango), Francesca Mattei (Pidgin), Luca Tosi (Terra Rossa), Maria Silvia Avanzato (Fazi), Giovanni Bitetto (Voland). &#8220;L&#8217;obiettivo &#8211; ci ha spiegato l&#8217;editore Lorenzo Battaglia &#8211; era quello di raccontare la città, scegliendo un contesto simbolo della cultura giovanile e universitaria come Bologna, e riflettere sulla necessità di accettazione e di riconoscersi in un luogo diverso da quello in cui si è nati&#8221;.</strong></em></p>
<p align="JUSTIFY">Il protagonista dell’antologia “urbana” <em>Biassanot</em> si chiama Marco. È un giovane della provincia bolognese. Vive a Vergato, un paesino fra gli appennini emiliani.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-7086 " src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=434%2C434&#038;ssl=1" alt="" width="434" height="434" srcset="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=1024%2C1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=768%2C768&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=1536%2C1536&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?resize=2048%2C2048&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?w=1600&amp;ssl=1 1600w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/05/Biassanot-cover-sito-1-1.png?w=2400&amp;ssl=1 2400w" sizes="(max-width: 434px) 100vw, 434px" data-recalc-dims="1" /> Un giorno, Marco coglie il segnale inequivocabile che è giunta per lui l’ora di andarsene in città, a Bologna, e assorbire la vita di coloro che si danno appuntamento nel cuore della notte, nelle osterie e le animano con le loro storie.</p>
<p align="JUSTIFY">Con la testa fra le nuvole e i piedi per terra, il taccuino sempre in tasca e un sacco di domande, Marco produrrà un reportage che è la foto indelebile di Bologna: una città perennemente ricattata dall’amore e con un bisogno d’amore impossibile da corrispondere. A ogni autore e autrice il compito di raccontare una storia, un incontro e un’osteria, ovvero la Bologna “by night”, o dei <i>biassanot</i> (i “masticanotte”) che dir si voglia. Ne risulta un ritratto di una città non politica, mai arrivista, che si maschera da città politica ma non ha fabbriche né aziende cosmopolite: Bologna non è (e non sarà mai) Torino o Milano. Bologna è il-vuoto-e-il-pieno sentimentale: un lungo, lunghissimo romanzo di formazione senza fine.</p>
<p align="JUSTIFY">Hanno scritto per l’antologia: Gianluca Morozzi, Maria Silvia Avanzato, Stefano Bonazzi, Graziano Gala, Francesco Spiedo, Giulia Oglialoro, Gabriele Galligani, Francesca Mattei, Giovanni Bitetto, Luca Tosi, Camilla Fabbir e Stefano Bonsi. <a href="https://www.battagliaedizioni.com/authors/brisel-briciole-di-bologna/">Camilla Fabbri e Stefano Bonsi</a>, fondatori della pagina social <a href="https://www.instagram.com/brisel_bologna/">Brisel – Briciole di Bologna</a> ne sono anche i curatori.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Lo sapevo che quel disgraziato, vestito come un gentiluomo ma che gentiluomo non era, non sarebbe tornato a letto. Più probabile trovarlo alla prossima osteria intento a offrire altro vino a qualche disgraziato come me che resta tutta notte a non far niente, a raccontare storie che a furia di raccontarle, a consumarsi sul fondo di un bicchiere, stropicciate sulle tovagliette, pagate ogni volta sempre meno, finiscono per diventare leggende.”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/briciole-di-bologna-antologia/">Brisel, Briciole di Bologna. Una presentazione dell&#8217;antologia della Battaglia edizioni</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Giovani adulti, adulti bambini e Tso</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giovani-adulti-psicologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2023 02:32:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Giovani adulti, adulti bambini e Tso&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto scattata dall&#8217;autore Un po&#8217; di anni fa avevo scritto un racconto con una “visione” dei nostri giorni, era più o meno il 2008, e dicevo che i nati dagli anni ‘70 in poi sono “condannati” al 270 bis, se [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Giovani adulti, adulti bambini e Tso&#8221; è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto scattata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Un po&#8217; di anni fa avevo scritto un racconto con una “visione” dei nostri giorni, era più o meno il 2008, e dicevo che i nati dagli anni ‘70 in poi sono “condannati” al 270 bis, se sono troppo vivaci e frequentano o militano in gruppi anarchici insurrezionalisti, oppure sono condannati al <strong>Tso, Trattamento Sanitario obbligatorio. </strong></p>
<p>In quel periodo abitavo a Bologna, avevo assistito (sia nel senso di vedere dal vivo, sia nel senso di stare vicino) a giovani che venivano arrestati con l’accusa di 270 bis del codice penale, per motivi risibili, cioè di <strong>“associazione sovversiva con finalità di eversione dell’ordine democratico”</strong>, e avevo vissuto per pochi mesi con Antonio, un ragazzo (allora aveva 25 anni circa) che aveva subito un <strong>TSO in piazza Santo Stefano a Bologna</strong>, per il fatto di aver bevuto una birra in più e perché urlava in piena piazza, e forse era un po&#8217; molesto, cose per cui fino a dieci anni prima al limite ti dicevano, gli amici, di calmarti, o i vigili urbani se ti vedevano ti intimavano di “circolare”.</p>
<p>Sempre in quel periodo, per allargare un po&#8217; lo sguardo, musicisti di strada, a Siena come a Milano, a Bordighera come a Barcellona (spesso ho assistito a episodi e a volte ne sono stato vittima in quanto cantante di strada) venivano multati e allontanati, a volte subivano il sequestro dello strumento musicale, solo per aver iniziato pochi minuti prima dell’orario fissato dal permesso o per essersi spostati di pochi metri rispetto allo spazio concesso: <strong>è un delirio sottile e poco visibile, per chi non lo vuole vedere, uno stravolgimento antropologico</strong>, una vera epidemia della repressione e della criminalizzazione della vita di strada, della dimensione non mercificabile dell’agire umano e di chi non si sottomette a questa mercificazione (spesso di tutto ciò, e questo è un altro punto importante, non ne sono coscienti neanche le vittime, come quel “cantastorie” toscano che alla domanda se avvertisse sempre più criminalizzazione nei confronti degli artisti di strada, mi disse che a volte gli era capitato anche a lui, “ma io mi cerco altri posti, non credo sia così grave”, e questo è semplice narcisismo molto diffuso anch’esso negli ultimi decenni nel nostro occidente cristiano, <strong>ne parla Cristopher Lasch in La cultura del narcisismo</strong>, pubblicato nel 1978).</p>
<h3>Giovani, adulti e Tso: un balletto</h3>
<p>Ma torniamo al TSO “quotidiano” o sotterraneo sempre più diffuso tra giovani e adulti. <strong>Conosco Serena, ha quasi 25 anni, ho seguito la sua vicenda personale da quando era bambina.</strong> Fin da quando aveva 13 anni ha dimostrato una lucidità e un coraggio nell’esplicitare consapevolezze circa le storture della famiglia di sua madre che ancora oggi, sua madre e alcuni suoi fratelli (zii di Serena) fanno fatica a esplicitare. <strong>In tutto ciò Serena, negli anni, ha iniziato a frequentare psicologi, eppure la sua lucidità e consapevolezza personale e familiare, e finanche sociale, è sempre più “adulta” degli adulti che la circondano.</strong> Ha scritto e pubblicato un libro in cui, in terza persona, racconta e sviscera questioni importanti dei rapporti tra suoi coetanei, tra lei e gli adulti che la circondano in famiglia ecc. Insomma, dimostra che dovrebbe essere lei a fare da psicologa agli adulti che la circondano, eppure da più di un anno continua una terapia presso psicologi e psichiatri.</p>
<p>Ne viene fuori questo quadro: <strong>uno degli aspetti più aberranti e inquietanti del nostro tempo è questa psichiatrizzazione di giovani</strong> che mostrano lucidità e coraggio intellettuale come fossero adulti, mentre invece la “bambinizzazione” di molti “adulti” è tollerata e malcelata. Lo so, potrebbe sembrare uno dei tanti e antichi aspetti perversi della borghesia, però guardando indietro con lo sguardo del granchio di <strong>Kuchembach</strong>, viene da dire che fino a qualche decennio fa, i “giovani” si davano alla lotta armata e alla droga, al narcisismo, e non venivano criminalizzati e psichiatrizzati, oggi stiamo psichiatrizzando giovani che non hanno modo di commettere atti così fuori dalle regole da risultare passibili di repressione, però vengono psichiatrizzati quasi in modo preventivo, non solo (spesso) senza un motivo plausibile e oggettivo, ma vengono sprecati e buttati al macero energie e creatività, lucidità e risorse enormi di cui una comunità dovrebbe fare tesoro, invece le butta in psichiatria facile e “leggera”?!</p>
<p>Riprende questo discorso <strong>Il Messaggero di Sant’Antonio di maggio 2023, a pagina 16, l’articolo è di Giulia Cananzi, il titolo La grande diserzione.</strong> Cananzi cita Colamedici, filosofo e coautore del libro <strong>Ma chi me lo fa fare?</strong>, dedicato a tanti giovani che non ambiscono più al lavoro fisso (anche Serena è coinvolta in questa tendenza), partecipando al movimento delle grandi dimissioni: più di 2 milioni di italiani hanno lasciato il proprio lavoro nell’ultimo anno, volontariamente.</p>
<p><strong>Colamedici, riferendosi alla generazione cosiddetta dei Neet</strong> (“3 milioni di giovani che non studiano né lavorano”), dice che si tratta di una great resignation, nel senso più letterale del termine, di una grande rassegnazione, un grido sordo di dolore” (…) “Evidente che per questi ragazzi, lavoro e formazione, così come vengono proposti, non hanno senso. E hanno ragione. La società sembra dire a questi giovani: ‘Non mi interessa la vostra vita, né il vostro futuro’” (…) “Il mondo dà loro degli inetti, degli incapaci, dei deboli rispetto ai loro genitori. E loro che fanno? Disertano, si ritirano, rispondono con la stessa moneta: non ci interessa”. L’articolo di Cananzi conclude sempre con le parole di Colamedici: <strong>“Le persone stanno oggettivamente dicendo ‘io non ce la faccio’ e il cambiamento comincia dal riconoscimento del problema</strong>, dal dare un nome al proprio malessere, dal parlarne con gli altri, dal riscoprire che il senso della nostra vita è relazione”.</p>
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		<title>&#8220;Binocoli a gettoni&#8221;. La raccolta di racconti di Antonio Laurino</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 01:54:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Laurino ci presenta il suo libro &#8220;Binocoli a gettoni&#8221; edito da Scatole Parlanti. Pubblichiamo una breve sinossi, uno dei racconti presenti nell&#8217;opera e alcuni cenni biografici. Buona lettura I binocoli a gettoni sono oggetti affascinanti e impietosi. Ci permettono di avere una vista eccezionalmente chiara e tangibile di ciò che si offre al nostro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Antonio Laurino ci presenta il suo libro &#8220;Binocoli a gettoni&#8221; edito da Scatole Parlanti. Pubblichiamo una breve sinossi, uno dei racconti presenti nell&#8217;opera e alcuni cenni biografici. Buona lettura</strong></p>
<p>I binocoli a gettoni sono oggetti affascinanti e impietosi. Ci permettono di avere una vista eccezionalmente chiara e tangibile di ciò che si offre al nostro sguardo, ma per un tempo crudelmente limitato. Ed è questa esperienza di visione tanto nitida quanto fugace, traslata sul piano delle vicende umane, ad accomunare i protagonisti delle diciotto storie che compongono la raccolta. Ogni racconto, infatti, si sviluppa attorno a un istante definitivo, un momento di consapevolezza in cui il personaggio chiave vede le cose per quello che sono.</p>
<h3>&#8220;Il riparatore&#8221; racconto tratto da &#8220;Binocoli a gettoni&#8221;</h3>
<p>Gli avevo lasciato un videoregistratore messo piuttosto male e me lo aveva sistemato. Quando andai a ritirarlo ci trovai attaccato un post-it su cui c’era scritta una data. Esattamente nel giorno indicato, mentre guardavo un film, dal videoregistratore iniziò a uscire del fumo. Mi affrettai a staccare la spina, ma non restò che constatarne il decesso.</p>
<p>Era stato un mio conoscente a parlarmi di lui e del suo talento. «È come se sapesse quando un aggeggio smetterà di funzionare» mi disse. A mia volta, raccontai l’accaduto a Gianni, che si mostrò incuriosito. Ci demmo appuntamento quel sabato mattina davanti al negozietto. Portai con me un vecchio giradischi che iniziava a perdere colpi. «Posso provarci io?» mi chiese indicandolo, quando stavamo per entrare. Appena dentro, lui prese in consegna l’apparecchio, lo esaminò con cura, ci lavorò per un po’ e lo rimise nelle mani di Gianni. Dopodiché annotò alcuni numeri su un foglietto e glielo diede. Pagammo, uscimmo e prima di salutarci facemmo una scommessa: se davvero il giradischi si fosse rotto il sette novembre di quell’anno – questa era la data riportata sul pezzo di carta –, mi avrebbe offerto una birra. In caso contrario, l’avrei fatto io.</p>
<p>Il giorno arrivò. Rientrato dal lavoro, misi su un disco. Ascoltai la prima traccia, poi la seconda e via via le altre. Tutto sembrava a posto. Fino a che il telefono non squillò. Gianni era in coma. Arresto cardiaco. Il defibrillatore che aveva nel petto non era entrato in funzione.</p>
<h3>Chi è Antonio Laurino?</h3>
<p>Antonio Laurino è nato nel 1986 a Napoli, dove si è laureato in Scienze della comunicazione, prima di trasferirsi a Bologna e specializzarsi in Semiotica. È docente a contratto di scrittura funzionale all’Università di Bologna e all’Università di San Marino e tutor di digital marketing all’Università “Uninettuno” di Roma. Suoi articoli sono stati pubblicati in riviste scientifiche e culturali; suoi racconti sono apparsi in antologie e blog letterari. Ha un sito, in cui raccoglie sia gli uni che gli altri: www.antalur.it.</p>
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