Strega

“Strega” è un racconto di Doris Bellomusto. In copertina una foto di Anton Atanasov, tratta da Pexels per uso gratuito
Era nata nella luce di fine estate, era stata concepita a Santa Lucia. Un amplesso morbido e sordo al mondo aveva innestato quel grumo di vita nel grembo minuto di sua madre. Il corpo di una donna racchiude l’universo: oceani e galassie; lune e meteore; piogge e venti. Era stata concepita nel cuore della notte. Era un 13 Dicembre. Si portava addosso odore d’arancio e neve; il freddo sulla pelle le sussurrava poesie da scrivere sui vetri appannati; il retrogusto del caffè lo tratteneva sulla lingua indugiando sui ricordi. Non credeva ai santi, ma Santa Lucia con quegli occhi strappati al cielo a Dicembre le strappava i capelli, ma poco, le graffiava la pelle, ma con dolcezza, le nascondeva tanto buio nella gola e un po’ di luce sotto le suole.
I suoi passi d’inverno erano sempre sicuri, sapeva dove andare, dove restare, la vedeva solo lei la tana del lupo, ci andava tutti i giorni, i suoi sogni se li mangiava la bestia, glieli offriva lei, dalle sue stesse mani. Perché a dar da mangiare agli affamati si fa del bene. Però i sogni più veri sapeva farli a occhi aperti e quelli non li mangiava nessuno, sono ancora tutti tra le sue ciglia e più sogna e più i suoi occhi sanno andare altrove, lontano, lontano dal male.
Nella tana del lupo si ostinava a cercare briciole di memoria. Camminava a passo lento, attenta ai respiri, alle folate di vento, alle nuvole, ai fili d’erba. Sul ciglio della strada cercava i sogni caduti dalle tasche dei vecchi, su scontrini stropicciati o tra liste della spesa leggeva di amori perduti per sempre e li salvava dall’oblio, mescolando i ricordi ai sogni, e a chi soffriva di demenza concedeva il conforto di deliri appena accennati. Era una strega votata alla compassione, la sua vocazione era saziare a poco a poco i cuori resi asciutti dalla vita, dargli da bere, rinvigorirli.
Raccoglieva dalle spiagge cocci di vetro levigati, li ammucchiava in vasi di vetro trasparente, poi versava l’acqua e vi immergeva un rametto di qualche sua pianta d’appartamento. Adorava le talee tenute in acqua, le piaceva vederne spuntare le radici e osservarle in controluce, le guardava con stupore, come fossero le vene di un corpo umano.
Sapeva poco di sé, molto delle persone che amava, si cercava nel loro sguardo e non si trovava mai intera. Non è mai intero, né integro l’amore e chi guarda vede solo frammenti.
Al lupo non chiedeva niente e il lupo le leccava le ginocchia, le portava in dono rami di alloro, bacche, pezzi di legno, sassi neri e pigne.
In silenzio rispondeva all’amore con l’amore e quando lei scivolava via dalla fiaba lui tornava alla sua forma umana, dimenticava l’amore, ma non le sue conseguenze.
Ricordava quell’uomo maldestro di aver ricevuto carezze e sguardi ma non sapeva raccontarsi niente di esatto.
Era un uomo senza qualità, lei una strega senza ambizioni, aveva bisogno di un rifugio e di indugiare nel tepore di un abbraccio, stanca del mondo aveva scelto di agire da strega, avere un lupo tutto per sé, trasformando un uomo in animale.
E il miracolo era accaduto in silenzio, bastano occhi e sangue per amarsi e darsi, senza la pena di dirsi “ti amo”.
Senza la pena di dirsi “Ti amo” si può andare ovunque, essere pettirosso oppure gatto; nuvola, onda, fiamma accesa nel camino; sale sulla ferita, brina su filo d’erba. Ma se l’amore si dice diventa ghiaccio bollente, un ossimoro banale e si ammala di stupidità.
La strega non dichiarava mai amore a nessuno. Solo ai bambini si dice l’amore, poi si tace, si nasconde sotto la lingua, non si mastica, non si ingoia, si tiene in bocca, sa di caffè.
Che poi l’amore, a pensarci bene, non è altro che un ricordo remoto, sfumato in un tempo imprecisato e vago. Si cerca il sapore del latte di madre, la mano che ci ha intrecciato i capelli, il primo sguardo estraneo, quello che taglia e recide il primo strato di pelle, ti consegna al tuo nome proprio e ti sottrae all’appartenenza. Che questo è l’amore, un viaggio di ritorno verso un posto che non sappiamo esattamente dov’è, un girovagare tra stanze vuote e voci in lontananza. Si sente l’eco, l’odore, si intravede l’ombra, ma resta senza corpo.
E se una strega addomestica un lupo può accadere che un piccolo sole imploda nel petto della bestia e piccole stelle con fioca luce, come gatti randagi, trovino posto tra la gola e gli occhi, accovacciate e assorte. Nella gola le parole da non dire, custodite con prudenza; negli occhi sguardi avidi e tutta la bellezza da tradurre in baci, mute parole d’amore che non sanno mentire. Fa sempre bene l’amore se ci ricorda che somigliamo alle cose che passano e restano: al cielo, alle nuvole, ai sassi sul letto del fiume, all’acqua, alla terra, alle braci sotto la cenere, alle meteore, alla neve, ai battiti del cuore, al tempo ingannevole dei minuti, al seme che diventa frutto, al frutto che contiene il seme, alle carezze lievi.
Eppure gli amanti da tutti i cieli si dicono che sarà per sempre, inchiodano il cuore al tempo eterno e pende dalla croce il loro amore. Non vola, non trascende, pesa, ha corpo, sangue, ossa e dà dolore e muore ad ogni passo l’amore eterno.
