“I quindicimila passi”. Vitaliano Trevisan e l’omaggio a Bernhard

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “I quindicimila passi” di Vitaliano Trevisan, Einaudi, 2007
Ce li ho visti tutti i libri di Thomas Bernhard in questo romanzo di Vitaliano Trevisan, tant’è che “I quindicimila passi” potrebbe essere considerato una rassegna in salsa “vicentina” dell’opera dell’autore austriaco. Allora che bisogno c’è di leggerlo? Domanderà qualcuno. Be’, la risposta è semplice: anche una rielaborazione è sempre frutto di una profonda ricerca e di conoscenze ormai interiorizzate.
Trevisan ha giocato seriamente con Bernhard. Ha sfruttato le sue tematiche, le ha evidenziate e le ha esaltate, rendendole ancora più intriganti. Certo, ciò che lo scrittore veneto nasconde dietro le righe di questo libro salta subito all’occhio di chi ha letto l’opera dell’autore austriaco, di colui che si è appassionato a quella voce ridondante che trasporta paranoie, allucinazioni, scompensi mentali, divagazioni e parossismi.
Consiglio vivamente questo libro proprio a chi ancora non ha letto Bernhard, ma ha intenzione di farlo. Trevisan ha una sorta di fascinazione per romanzi quali Correzione, Antichi Maestri, Il soccombente, La fornace, Estinzione e Amras.
Nel racconto, troviamo quest’uomo che conta i suoi passi mentre si lascia portare per mano dal flusso dei suoi pensieri. Nel mezzo c’è un fratello, forse vero o forse inventato, ossessionato dalla necessità di concludere il suo saggio sul pittore Francis Bacon e dalla gelosia che prova verso la sorella.
Questo fratello, pregno degli stessi pensieri che il lettore bernhardiano può trovare in Correzione e La fornace, vuole costruire una torre nella quale chiudere sua sorella e vuole portare a termine il suo libro; alla fine… no, non svelo più nulla, perché ora voglio omaggiare Trevisan e il suo stile.
Tutto è voluto. Lo si intuisce facilmente, anche perché il protagonista si chiama Thomas. “I quindicimila passi” è l’allegorica dissociazione letteraria dello scrittore Trevisan, che in una crisi di identità si trasforma nel suo “maestro”, al quale ruba l’arte e dimostra “che non c’è differenza tra l’Austria e la provincia vicentina”, un po’ come “non c’è differenza tra chi si sbatte dietro la macchina da scrivere e chi dietro un martello pneumatico”; e siccome ora sono diventato citazionista, perché leggendo questo romanzo mi è venuta in mente quella bella frase “sgrammaticata”, eppure paradossalmente perfetta, contenuta ne “Il soccombente”, con la quale ci viene svelato che “noi non esistiamo, ma veniamo esistiti”, allora penso che questo sia successo anche a Trevisan, il quale si è lasciato “esistere” dall’arte.
Non so se gli editor abbiano dovuto fare interventi eccessivi; non credo. Infatti “I quindicimila passi” è un libro genuino, uno di quei testi che ogni italiano che ama la letteratura dovrebbe leggere e portare in tasca, visto che il formato del manufatto lo permette.
E l’originalità? È proprio qui, in una operazione così piena di rimandi, che in maniera schietta ti dice che tutto è stato detto e inventato, che gli unici eventi riproducibili a ogni nuova lettura sono “lo stupore e l’indignazione”; ma proprio perché li definiamo “eventi”, allora pensiamo che avvengano una volta ogni tanto, ma così non è. Infatti, “una volta ogni tanto” scatta in noi la voglia di riflettere “sui pregi e sui difetti dell’umanità”, ossia sui nostri guazzabugli interiori che ci rendono menzogna travestita di verità.
E ora basta, leggetevi questo romanzo così bello e intrigante, così “caposaldo della letteratura nostrana”, pubblicato nel 2007, con il sottotitolo “resoconto”, e capirete che al termine di tutto, quando le somme vengono tirate, già c’è un nuovo inizio.
