Pier Paolo Di Mino: alla ricerca dello splendore

L’intervista a Pier Paolo Di Mino è stata realizzata da Elisa Zumpano, direttore artistico del Centro culturale Connessioni. Le foto sono state fornite dall’autrice
Ho seguito da vicino il percorso di Lo splendore e mi sembra che questo libro possieda quasi il potere di un talismano. In qualche modo la sua esistenza trascende la dimensione letteraria e mette radici nella realtà, aggregando persone e idee. Da dove nasce per te questo incantamento?
È forse quell’incantamento di cui parlava Platone, quello che si fa coi bei ragionamenti. Penso si possa dire che vale per un racconto ciò che vale per il sapere: in un momento solitario, separato dal resto del tempo e dello spazio, si forma un’immagine e piove in testa a qualcuno; ma è istantaneo che quel racconto, quel sapere, diventi subito concepito da e per gli altri. Solo avendo coscienza di questo si può dare espressione alla realtà attraverso un racconto. Parlando de “Lo splendore”: credo sia l’immagine stessa dello splendore ad avermi giocosamente forzato, per dare un’espressione allo splendore, a utilizzare un dispositivo tecnico quale il romanzo che, grazie alle sue diverse retoriche (il drammatico, il realistico, il fantastico, il comico, l’erotico, il tragico, l’orroroso, e via dicendo), e alla sua naturale promiscuità, tanto facilmente può ardire all’identità con il reale: quindi, chiunque senta ancora (e non sono in molti) un’attrazione verso la realtà è ovvio che abbia cercato nel romanzo un vincolo reale in termini umani, culturali, spirituali. Lo splendore, inoltre, mi ha anche forzato a un altro gioco: far diventare reali, attraverso un’azione artistica perenne, i libri inventati che contiene. Parlo, in particolare, del libro azzurro, che esiste da prima, ed esisterà dopo il romanzo, e che con le sue parole fatte di immagini, coinvolge da tempo diverse persone.
Il libro azzurro è uno dei tre libri inesistenti che sostengono la trama di “Lo splendore”, nel romanzo è descritto come una chimera in cui le parole sono immagini che mutano senza sosta, nella realtà è un libro virtuale di cui Veronica Leffe cura l’iconografia, in cosa consiste quello che altrove hai definito il gioco del libro azzurro?
Il gioco, nel suo complesso, coinvolge anche gli altri due libri immaginari di “Lo splendore” (“Acque morte” e “Il re degli zingari”), ed è il gioco stesso della realtà colta nella sua essenziale e fisiologica natura di creazione attraverso le parole: la parola è l’azione della creazione e la creazione è la realtà. E dunque è stato irresistibile la tentazione di prelevare dalla vita di Hans, a cui normalmente non si attribuirebbe uno statuto di realtà, ciò che meno è reale. Sono tre libri che non esistono in una vita che non esiste. E non potrebbero mai esistere: “Il libro azzurro” è fatto di parole che sono immagini che mutano sempre; “Acque morte” è fatto di parole che cambiano, scambiandole, la realtà; “Il re degli zingari” è fatto di parole che sono scritte solo mentre, in qualsiasi punto del tempo, vengono scritte. Quindi non potevo non fare esistere questi libri fuori da “Lo splendore”: prima e dopo di lui.
Lo splendore è un libro dal riverbero filosofico-teologico; la filosofia punteggia l’intreccio come un luccichio sull’acqua, senza zavorrare l’impianto narrativo, ma al contrario, dandogli slancio. La riflessione non imbriglia la materia vivente ma la consacra e la consegna al terribile stupore dell’esserci. Come sei arrivato a questa visione, qual è il tuo rapporto con la filosofia e la teologia?
Della filosofia mi piace che è così umana e struggente: amare il sapere, qualcosa che nessuno può possedere. Il sapere, dunque, è una bella donna. Per comodità possiamo chiamarla Sofia. E c’è questo uomo che è uscito pazzo per lei, e la cerca dappertutto, a scanso di pericoli insormontabili. Si spacca la testa per capire come conquistarne le attenzioni. Dice parole grandiloquenti, fa gesti estremi, concepisce imprese insensate. È commovente nel nostro uomo la mescolanza di eroismo e ridicolo: tanto più che lei, Sofia, sfugge sempre. Quanto alla teologia, l’adoro; non c’è nulla di più bello: il racconto sugli dèi. E, in effetti, “Lo splendore” nasce proprio dal desiderio di raccontare una storia d’amore ambientata in un mondo abitato dal divino; ed è scritto da uno innamorato, che vive in un mondo abitato dal divino, e che, per conquistare le attenzioni della donna che ama, passa il giorno a curare le parole che le dice anche se lei sfugge sempre.
Quindi, in questa ricerca incessante, non possiamo possedere né l’amore né la filosofia ma possiamo solo esserne posseduti? Come diceva Seneca? Non siamo noi ad avere la febbre è la febbre che ha noi. Ma ci rimane la più grande delle libertà: è vero che non posso decidere quando e dove nascere, se nascere uomo o donna, ricco o povero; che non posso scegliere i miei gusti sessuali o gastronomici, le miei idiosincrasie e predilezioni; che mi è assolutamente impossibile decidere degli accadimenti esterni e che, al di là degli accidenti e incidenti, la dirittura del mio destino è scritta nel mio carattere, che non ho scelto: però posso determinare l’essenza di questo destino, decidendo se cadere nell’orrore o precipitare nello splendore.

Hans Doré rappresenta una promessa per tutti quelli che ha intorno, l’alleanza per un cambiamento possibile, la fede nella palingenesi sociale. La salvezza. Tutti i personaggi ne presentono l’avvento, in lui ripongono non solo le speranze, ma la Speranza per il mondo che sarà. Tu in cosa hai sperato di più nella tua vita? E oggi in cosa speri?
Concepisco la speranza come l’attesa certa di ciò che è e non può non essere, e dunque posso affermare che, nella vita, oggi come ieri, spero nella vita. L’ideologia dominante respinge la vita come possibilità reale per i soggetti della nostra società contrattualistica, ma le ideologie passano e, spesso, vengono sostituite dalle idee; e passano anche le società contrattualistiche, e spesso vengono sostituite dalle civiltà.
Wallace ha scritto che la letteratura o smuove montagne o è noiosa. Tu credi di averle smosse? E tra gli scrittori viventi, quali per te sono in grado di farlo? Quali ti esaltano?
Non ne ho idea. Quello che io come altri scrittori, o artisti, o scienziati viventi stiamo facendo lo sapremo fra trent’anni. Ancora meglio fra cinquanta. Fra cento anni si potrà perfino dire qualcosa che suoni come certo.
Allora tra i classici? Quali per te quali hanno smosso montagne? A quali libri sei più legato?
Tutto è partito, da adolescente, con Eraclito: che uomo possente! Da grande volevo essere come lui; e lo guardavo come un figlio guarda un padre inarrivabile. E, quindi, come un figlio pieno di ammirazione sono subito cominciati i tradimenti: ed ecco l’amore per Omero (che lui odiava); ed ecco Platone e Aristotele, Sofocle e Aristofane. Sono seguiti Plauto e Lucrezio e Cicerone. Con la lettura di quel libro così difficile e così semplice che è il Vangelo è cambiato il mio sguardo sul mondo. È con Seneca e Petronio che ho però trovato l’alimento necessario per dire certe cose. Boezio e Isidoro da Siviglia: a loro si deve sempre tutto. Senza Dante nella vita non puoi trovare coraggio per fare nulla. Ma, per capire qualcosa di quel segreto sul peccato e la redenzione contenuto in ogni storia, ho letto e letto e riletto, con fremente piacere: “le mille e una notte”, Boccaccio, Cervantes e Potocki. E, raggiunta la cima dei tempi terminali e aurorali che viviamo, ho imparato a misurarmi con i nostri giorni grazie a Manzoni, a Dostoevskij, a Melville, a Joyce, a Mann, a Musil, a Broch, a Canetti.
E il tuo lettore? Come lo immagini? Quale effetto vorresti che la tua scrittura avesse su di lui?
Non immagino mai il mio lettore. Però, mi piace conoscerlo di persona. A quel punto, quello che vorrei da lui, dopo che gli ho raccontato una storia così lunga, e che ricambi: e che insieme, a forza di raccontarci storie, non facciamo mai finire la vita.
