Omero

Omero

“Omero” è un racconto di Filomena Gagliardi. In copertina una foto tratta dal web. Questo racconto è inserito nel volume antologico “Marche d’autore”, Infinito adriatico edito nel 2025

Secondo una versione poco nota, Omero, il cantore per eccellenza, il non vedente più famoso della letteratura, non visse prima del IV secolo a.C. Secoli e secoli di questione omerica sarebbero stati risparmiati a generazioni di studenti se qualcuno avesse avuto la pazienza e il coraggio di far fede a tale versione tramandata in epoca più recente.

Stando ad essa, dunque, Omero visse a Siracusa nel periodo in cui la città cercava spazio nel Mediterraneo e in Italia, attraverso l’occupazione di punti strategici dell’Adriatico. I siracusani erano greci di stirpe dorica: i dori erano antichissimi. Si erano insediati in Grecia nel 1200 a.C. e sotto il loro dominio era nata la gestazione orale dei “poemi omerici”. Si dovette aspettare il IV secolo a.C. perché nascesse colui che li avrebbe scritti materialmente.

Nel 387 a.C. un carico di coloni siracusani decise di spostarsi verso il Nord della penisola, proprio in quella zona costiera dell’Italia centrale in cui si formava quasi un gomito, un angolo: Ankon si chiamava il sito ed erano gli stessi Greci ad averlo nominato così nei secoli precedenti. Anche i dori erano greci. Ankon in greco significa infatti gomito. Come si era soliti procedere nel rito della colonizzazione, bisognava scegliere un ecista. In quell’occasione non si riuscì a trovare facilmente qualcuno che intraprendesse il viaggio.

La scelta cadde, in modo forzato e insolito, su un giovinetto poco più che ventenne, che aveva intrapreso il praticantato di aedo e che, come se non bastasse, era non vedente: Omero, per l’appunto. Ovviamente Omero fu un fondatore simbolico. Come avrebbe potuto lui, da cieco, fare il timoniere della nave? Nessuno voleva affiancarlo in quella strana avventura. Ma lui aveva il suo asso nella manica: si trattava della Musa Calliope.

I coloni erano inizialmente scettici: uno pseudo-ecista, cieco e poeta, una guida effettiva donna e dea…come era possibile? Eppure bastò che essi, saliti sulla nave, ascoltassero il duetto di Omero e di Calliope, l’uno che chiedeva ispirazione, lei che si prestava a raccontare mentre guidava il timone, per sciogliersi alla bellezza del canto. La Musa anticipava il poeta che le veniva dietro ripetendone le parole in modo cantilenato ma dolce. Accompagnava la performance un giovane suonatore di cetra.

Da Siracusa erano partiti di notte in una sera primaverile: il mare profumava di consolazione…per la terra che si lasciava, per il futuro, per il benessere che avrebbe raggiunto quegli audaci. Oltrepassarono il Mare Ionio costeggiandone le articolate sponde fino ad entrare nel Mar Adriatico dove dovettero fronteggiare i pirati: ma pian piano risalirono il mare stretto e attraccano al porto di Ancona. Fu facile la conquista o meglio l’assimilazione delle popolazioni preesistenti.
Per qualche istinto recondito il venerabile aedo intuì che si sarebbe trovato bene in quel braccio di terra, a tal punto che cominciò a farsi chiamare Omero, l’Adriatico.

Passò dove oggi dimora il museo a lui omonimo e vi depositò un cumulo di pietre prese insieme ai suoi coloni. Poi insieme a Musa e al giovane musicista risalì tutta la città. Durante l’anabasi i suoi compagni di viaggio si spartirono il territorio, ognuno stabilizzandosi dove l’istinto, o il dio li ispirava; altri, invece, restarono con i tre.

Risalendo la città, il cantore aveva studiato gli abitanti del posto, che non erano indigeni ma Piceni, una popolazione arrivata da regioni vicine del Centro Italia. Erano tutti operosi, o nelle attività marittime, o commerciali o in quelle artigianali; le donne sapevano ornarsi, gli uomini amavano le armi. Amavano bere il vino e coltivare la vite. A loro modo erano devoti e religiosi, ospitali e rispettosi degli altri.

Arrivarono sulla sommità della collina e qui, con quelli dei coloni che non si erano accontentati di restare nella comoda pianura, ma che coraggiosamente si erano spinti verso l’altura dura e aspra, fondarono la città vera e propria, la polis con i monumenti, i templi, gli edifici nuovi che si sarebbero andati a sostituire a quelli delle precedenti fasi.

Un giorno Omero andò a sentire il mare da una piccionaia: era il tramonto di un giorno mite, un tramonto che sapeva di tutti quei profumi tipici di una città di mare, di pesca, di cucinato, di rumori e grida di passanti, pescatori, commercianti, cantanti di strada, prostitute e di bordelli. Percepiva il profumo delle notti d’estate e la leggerezza della vetta…sentiva di essere a casa e gli pareva di scorgere, oltre la costa, la Madrepatria, la Grecia vera e propria, quella di cui aveva sentito raccontare storie sulla guerra di Troia e sui ritorni di Ulisse e che lui stesso aveva imparato narrare.

Si rese conto di avere un compito: scrivere quelle storie. Ora aveva trovato la pace per farlo… Ma, dopo un attimo di entusiasmo, si ricordò di essere cieco e una tristezza lo attraversò…rimase in silenzio. Musa lo guardava altrettanto silenziosa, tutto conoscendo dell’anima di lui, ma aspettò che lui parlasse, fino a che le loro menti si incontrarono. Anche se non poteva vederla le disse:

“Musa, stai pensando la stessa cosa?”
“Certamente”,

I due entrarono in un tempio. L’aedo recitò tutta l’Iliade e l’Odissea davanti alla dea che si prestò a scrivere su fogli di papiro messi a disposizione dai sacerdoti del tempio. Ne nacquero due volumi piuttosto grossi che sarebbero stati poi ricopiati in altri esemplari.

Musa rimase nel tempio come custode dei poemi, mentre il cieco, con il suo bastone e con il citarista, tornò in pianura. Qui, con l’aiuto dei coloni lasciati in precedenza, costruì una casupola piccola ma accogliente e passò il resto del suo tempo cantando le imprese, ricordando Siracusa, immaginando la Grecia. Il ragazzo gli faceva compagnia.

Si dice ancora oggi che il Museo Tattile Omero, nato molto tempo dopo attorno a quel nucleo, e dedicato a tutti coloro che, pur ciechi, vogliono fare esperienza dell’arte, conservi da qualche parte le spoglie e l’anima del poeta.

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