Decoro

“Decoro” è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una fotografia tratta dal web
È capitato due volte, da quando vivo in questo palazzo, che qualcuno mi suonasse al citofono alle 23. La prima volta era un rider che cercava un vicino che aveva appena traslocato e non aveva il nome sulla placchetta. La seconda, avrei preferito fosse di nuovo il rider.
Il campanello interruppe la mia spasmodica ricerca di un grillo infiltratosi nella credenza. Mi spiace, ma il loro richiamo sessuale in casa mia non è ben accetto. Con sommo stupore, dallo spioncino vidi Monica e il marito. Vorranno sapere l’indirizzo del vicino nuovo, pensai. Che altro potrebbero volere da me? Mi salutano a stento. Ogni volta che mi vedono, mi guardano come si guarderebbe una nutria investita.
«Buonasera, Laura», esordì lei, con tono greve. Aveva zigomi arrossati e una vena pulsante sulla tempia.
Il marito, dietro di lei, fece un cenno del capo. Erano entrambi in abiti formali, al contrario di me, che indossavo una maglietta fucsia in cui Platone siede a un tavolo con Spongebob, mentre Patrick Stella dietro si diverte a fare ombre.
«Buona…sera», dissi. «Volete entrare? È un po’ disordinato, ma…»
«No», disse lapidaria.
«Se volete, posso offrirvi della grappa trentina.»
«Lo sai cosa vogliamo.» Il marito fece un passo in avanti e mi fissò con sguardo torvo.
«Te l’abbiamo anche detto con largo anticipo», aggiunse Monica.
Ci fu qualche istante di silenzio, in cui ci guardammo, aspettando che l’altro rivelasse qualcosa.
«Sto affinando le mie abilità telepatiche, ma purtroppo non sono ancora efficaci.»
«Signorina, io so dove insegni», ribatté Monica, facendosi ancora più paonazza.
«Anch’io.»
«Domani c’è l’evento di beneficenza organizzato da noi. La strada viene chiusa. Ci saranno alcune persone della televisione», disse il marito, come fosse una minaccia.
«Oh, già.» In quel momento, un ricordo del mese precedente riaffiorò.
Si sentì uno schiarimento glottico: il testone calvo di Mauro, sporto dal parapetto, al piano superiore, con espressione compiaciuta, stava aspettando un istante di silenzio per infilare il suo commento.
«Ci vergogniamo tutti, Monica, non solo voi.» La sua voce riecheggiò per tutto il vano scala. «E questa è pure un’insegnante.» Aggiunse una risata che somigliava a un colpo di tosse.
Monica e il marito lo guardarono come se stesse facendo una serenata.
«Ragazzi, quando avete finito di danneggiarmi moralmente, io andrei a dormire.», dissi io «Domani devo spiegare l’espansione coloniale spagnola, giusto per rimanere in tema.»
«Vedi di farla sparire!» urlò Monica. A questo seguì un diluvio di voci sovrapposte e incomprensibili, in mezzo a gesticolii nervosi che indicavano la finestra.
«Mio nonno è morto nei campi di concentramento, vergognati!», cantilenò Mauro.
Optai per la scelta più codarda: chiusi la porta. Pensavo che avrei potuto piegarli con il ragionamento logico, ma avrebbero piegato me a bastonate, come nel bojutsu.
«Attenta! Abbiamo un regolamento condominiale!», disse il marito, poi un pugno colpì la porta.
«Che vada nei centri sociali ad appendere bandiere», fu l’ultimo commento acuto che sentii.
Silenzio. Poi il grillo riprese il suo frinire. Lo rivalutai, non era più così fastidioso.
Mi diressi verso la finestra in sala e, con gesti automatici, rimossi la bandiera. Non volevo inimicarmi Monica, sapevo che avrei avuto guai se non l’avessi fatto. La distesi sul letto, ben visibile in tutta la sua interezza.
Quella sera non riuscivo a prendere sonno, e, come al solito, mi ritrovai a controllare le notizie. La prima che mi apparve fu:
MASSACRO NEL QUARTIERE DI TAL AL-HAWA.
Decine di edifici rasi al suolo dall’IDF.
Mi alzai, presi un lenzuolo bianco, un pennarello indelebile e delle forbici. Trasformai il lenzuolo in uno striscione e scrissi a caratteri cubitali:
Se questa bandiera ti disturba, è perché:
Sei disinformato
Sei un individuo moralmente riprovevole
Sei entrambe le cose
Appesi il risultato alla finestra, poi rimisi la bandiera a posto.
Lasciai le finestre aperte, mi sedetti sulla poltrona e guardai i lembi delle bandiere agitarsi al vento di mezz’estate; con quell’immagine scivolai in un sonno inquieto.
L’indomani mi svegliò una cacofonica musica pop dalla strada. La via era già transennata e decine di persone erano all’opera, montando banchetti e palco. Guardai l’orologio: 10:17.
Abbandonai la maglietta di Spongebob e Platone, bevvi un caffè e uscii. Sopra lo zerbino c’erano un pacco di fogli ingialliti, graffettati, una lettera e un post-it: rispettivamente il regolamento condominiale, una richiesta formale di rimozione e un “sappiamo dove insegni”, scritto in un corsivo da dottore della mutua.
Alzai la testa e vidi Mauro, appostato al parapetto, che mi scrutava, silenzioso come uno Shinobi. «Compagno!», gli dissi, alzando il pugno.
Mentre mi dirigevo verso le scale, il telefono squillò: GIULIO BASSETTI.
«In presidenza», disse senza preamboli.
Uscii dal palazzo; Monica tentò di richiamarmi, ma io proseguii. Ero già abbastanza in ritardo e satura di seccature gratuite.
Bassetti mi aspettava impettito davanti al cancello: mani in tasca, sguardo fisso all’orizzonte, sembrava fosse uscito da un romanzo di Cormac McCarthy.
«Vada pure a casa.»
«Con “casa’’ lei si riferisce alla 5B?»
«L’hanno già sostituita.»
«Posso entrare?», dissi, avanzando.
Si voltò verso di me, dilatò le narici e trasse un respiro profondo, come a bocciare la mia richiesta. Poi, mentre si avviava verso l’ingresso, si girò di scatto:
«Ci manca appena che pensino che qui sosteniamo il terrorismo… lei ha un ruolo pubblico.»
«Non ho mica esposto la bandiera Israeliana.»
«La aggiornerà la segreteria.»
Troncò la conversazione e se ne andò a passo svelto.
Rimasi a guardarlo finché sparì dal mio campo visivo. Il mio primo impulso fu di alzare il pugno e colpire la cassetta della posta, ma lo abbassai vedendo uno studente uscire in quel momento.
Mi ripetevo una citazione di Marco Aurelio: “Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti.” In quel momento, però, non aveva il potere calmante che solitamente esercitava su di me; avevo solo voglia di colpire il dirigente.
Lo studente passò e mi disse qualcosa di ironico. Feci un cenno del capo, senza staccare gli occhi dalla porta.
Tornai a casa. Mentre ero in metro ripetevo mentalmente la lezione, fingendo che i passeggeri fossero tutti miei alunni.
«Ragazzi, fate sparire i telefoni. Ho qualcosa di più interessante delle serie che guardate su Netflix. Dunque, ripartiamo da Bartolomé de las Casas…»
Nel quartiere, il clima di festa era palpabile: il profumo di cibo fritto aleggiava nell’aria. Mi feci largo tra la folla e le bancarelle, e li vidi, Monica, il marito e Mauro, fissare la facciata del palazzo. Una scala era appoggiata alla mia finestra, e un tizio dalle braccia enormi stava salendo. Corsi come un pendolare che sta per perdere l’ultimo treno. Entrai in casa, trafelata e con una micro goccia di sudore che scendeva lenta dal naso che mi stava incattivendo. Mi sporsi dal davanzale; il tizio nerboruto stava già allungando la mano verso la bandiera. Tolsi i due magneti che le impedivano di prendere il volo, e la afferrai. Spalancai entrambe le finestre, in modo da rendermi ben visibile.
«Monica», gridai, feci sventolare per un po’ la bandiera attirando l’azione degli astanti. Il tizio sulla scala borbottò qualcosa di incomprensibile con una voce cavernosa.
«Ti dico solo che a 10 anni ho steso un ragazzino più grande di me con un colpo alla tempia, non mi fare incazzare», dissi.
Presi anche l’altra bandiera, mentre il tizio muscoloso mi fissava come se stesse tentando di scuoiarmi con lo sguardo. Mi venne spontaneo infilarle nella borsa, e quel gesto mi suggerì che dovevo far ritorno a scuola. Così feci.
Stavolta vicino al cancello d’ingresso c’era solo un gatto bianco, con il pelo insudiciato e zoppo. Smise di avanzare, fissando il mio passo rapido. Mi abbassai per non essere vista dalle segretarie. Fortunatamente erano tutte ipnotizzate dallo scrolling compulsivo, quindi potei procedere, accovacciata. Il corridoio era deserto e puzzava di disinfettante al limone. Mi infiltrai nel primo bagno disponibile.
Mi spogliai, infilai pantaloni e camicetta nella borsa. Mi avvolsi nella bandiera, la fissai con una spilla che trovai in borsa. Uscii, dirigendomi verso la 5B.
«Laura, come stai bene!», sentii la voce squillante della bidella.
«Grazie cara», dissi, facendo un inchino, «pensa che sei la prima che mi fa i complimenti.»
Feci un paio di rampe di scale, poi giunsi alla porta blu, da cui entravo ogni giorno. In cui nell’angolo c’era una scritta ‘’Holiday in Cambogia’’, la fissai qualche secondo. Spalancai la porta di colpo.
«Fuori di qua, questa è la mia lezione», dissi a Giordani, strizzandogli l’occhio. Il mio sostituto era cintura nera di pavidità: abbandonò la cattedra senza opporre resistenza. Rimase sotto l’atlante, con la bocca semichiusa, ad osservarmi. Gli alunni avevano tutti la stessa espressione inebetita di Giordani. Srotolai lo striscione sulla cattedra, poi estrassi il manuale di storia.
«L’ultima volta, stavamo affrontando la colonizzazione sul territorio americano…» dissi, mentre cercavo la pagina.
I presenti erano pietrificati. Si risvegliarono allo scalpiccio di Bassetti, che arrivò con la giacca piegata sull’avambraccio. L’espressione si era fatta ancora più dura. Incrociai le braccia, ricambiai lo sguardo cupo.
«Se vuole ascoltare anche lei c’è il posto di Lisi libero», dissi, indicando la sedia vuota in prima fila.
Il dirigente e Giordani si guardarono, i loro volti dicevano «ho sentito bene?». I ragazzi iniziarono a bisbigliare e ridacchiare.
«Vai a dire a Maria di chiamare i carabinieri», disse Bassetti a Giordani, che scomparve in pochi secondi.
«Loro dovranno ascoltare in piedi», dissi «i banchi sono esauriti.» Le mie parole vennero accompagnate da un ‘’uuh’’ provocatorio dei ragazzi, che provavano a sostenermi.
Arrivarono carabinieri e giornali locali, e la mia lezione finii. La mia carriera fu messa in pausa.
«Io questa bandiera non la tolgo proprio da nessuna parte, è bene che la vediate. Dobbiamo ricordarci dell’orrore che i Palestinesi vivono quotidianamente come ricordiamo ai nostri alunni di commemorare le vittime dell’Olocausto.» Queste furono le ultime parole che dissi prima di venire allontanata dall’istituto, in quel lontano settembre 2025, periodo in cui era stato approvato il piano per l’occupazione totale di Gaza.
Mi è venuto in mente questo triste episodio di 25 anni fa oggi pomeriggio, mentre sfogliavo il manuale nuovo. Non sono stati introdotti cambiamenti sostanziali, però è stato inserito un nuovo buio capitolo: Il genocidio Palestinese.
