L’isola riflessa: la Ventotene di Ramondino

L’isola riflessa: la Ventotene di Ramondino

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “L’isola riflessa” di Fabrizia Ramondino, Nutrimenti, prima edizione 1998

Fabrizia Ramondino, con L’isola riflessa, riproposto da Nutrimenti in un’edizione prefata da Loredana Lipperini, scrive un romanzo-diario concepito dall’autrice durante la sua permanenza sull’isola di Ventotene. Si tratta di una serie di riflessioni legate fra loro dal motivo della sua permanenza sull’isola, ovvero la cura. Ramondino, già preda di alcolismo e depressione, scopre nella piccola isola, celebre ieri per i confinati politici (è qui che Rossi e Spinelli e Pertini diedero vita al famoso Manifesto) e oggi per motivi legati al turismo, i modi per fronteggiare i suoi problemi, dimostrando più di ogni altra cosa quanto la depressione e la luce abbagliante del sole, il riflesso blu bollente del mare e il rumore dei venti siano legati almeno quanto può esserlo l’oscurità. La luce abbacinante è infatti generatrice di dilatazione della percezione; è fonte di camussiana memoria, di perdita del sé, di smarrimento assoluto; è fase prodromica di delirio e allucinazione.

L’isola riflessa è un romanzo intenso, costruito di riflessioni profondissime e acutissime che l’autrice compie durante questo suo difficile momento personale, i cui sviluppi procedono intrecciando la storia dell’isola, gli incontri quotidiani e, appunto, le sue riflessioni. Le figure di Colorni, di Pertini e di altri uomini imprigionati lì durante la Seconda Guerra Mondiale, ritornano, nonostante allora (L’isola riflessa esce nel 1998) quella memoria tendesse a venire nascosta dagli isolani e dai politici, come simbolo generale di un passato lontano, ma non solo, le loro ombre intervengono nei pensieri dell’autrice, trovano spazio, si fanno anime parlanti, fantasmi, spirito, e non si ha mai l’impressione che l’autrice stia raccontando qualcosa che riguarda la sua sola immaginazione, tanta e profonda è la forza che la rende capace di trasformare quelle sue immagini in parole, in storie. Così è per tutti i personaggi che incontra, turisti o abitanti dell’isola, uomini e donne fuori dal tempo, come fuori dal tempo sembra essere la stessa isola di Ventotene, una vera e propria galleria di figure nitide, ritagliate dal sole mediterraneo, eterne e inconsistenti.

Come ombre incontrate nell’Ade si aggirano persone testimoni di un lontano passato, quando il tempo scorreva più lento e uniforme, e impercettibili ne erano le modifiche dall’una all’altra generazione, soprattutto fra i poveri.

Questa condizione è centrale lungo tutto l’arco del romanzo. Si forma una corrispondenza fra scrittrice e isola, un’identificazione che non si può evitare, entrambe solitarie, entrambe sospese fra un tempo passato certo e un futuro indefinito. Ramondino ottiene questo risultato riflettendo lungamente sul rapporto fra modernità e questo luogo, su come e quali siano diventati i desideri degli isolani, su come sia impostato il rapporto fra gli abitanti e l’esterno, riconducendo questi pensieri su un piano storico più generale, ricco di aneddoti e di sguardi particolari su abitudini antropologiche e sociologiche, in un movimento centrifugo, che dall’isola spinge verso il fuori per poi ripiegare indietro, una sorta di eterno ritorno alle origini doloroso e inevitabile che combacia con lo sguardo interiore della scrittrice, uno sguardo spietato e per nulla indulgente.

La violenza che provavo contro gli altri e quella che di riflesso mi invadeva, e quella che ovunque girassi lo sguardo mi vedevo intorno, di guerre e delitti, la rivolgevo contro me stessa. Perché mi sentivo non solo oggetto, ma anche soggetto di violenza. Io stessa e il mio nemico.

Questa vita da outsider che Ramondino trascorre sull’isola riproduce con sforzo l’ordito della solitudine. Le strade del paese nelle quali passeggia mostrano parti diverse della sua anima, alla quale si rivolge ora con astio ora con compassione. Le persone sono pezzi della sua, ciascuna con i propri desideri di fuga e i legami con quella terra, quelle pietre sospese nel grande mare, i pochi punti fermi che con fatica difendiamo. Le storie si fanno storia più grande, un gesto, un’abitudine e una parola possono diventare emblema dell’umanità intera.

In quest’isola di generoso lavoro, di competenza modesta e di condivisione illimitata del dolore, mi sento a casa più che in ogni altro luogo.

 

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