Le intermittenze

“Le intermittenze” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale
Le intermittenze erano tante: ovunque si ammucchiavano ricordi; le dissolvenze erano immediate: si passava da un sogno all’altro e ci si ritrovava sempre in cucina.
Si era accasciato presto sotto l’impulso di un sonno opprimente. Alle nove di sera, appena terminato di cenare, si era gettato sulla poltrona con l’anima e lo stomaco sazi. Poi le palpebre cominciarono ad abbassarsi, intorno a lui il silenzio. La televisione proiettava l’ennesimo talk politico. Lui si sentiva tra quei parlamentari. Si stava addormentando, poteva quindi decidere delle sorti della nazione. Come loro assaporava il sonno della ragione.
Il passaggio verso l’oltre era prossimo. Vedeva la soglia che separava la realtà dal miraggio: una porta viola spalancata. Ebbe però paura di andare, voleva restare un altro po’ dove tutto poteva essere sotto il suo dominio. Attuò una sorta di autocontrollo, ma invano, perché ora sentiva che stava scoppiando, che dal suo corpo uscivano pezzi di sé simili a lui.
Sentiva che si stava sgretolando molecola dopo molecola. Avvertiva il richiamo del passaggio. «La veglia è un inganno, la realtà è come questo momento. Girati e apri gli occhi», sussurrò la sua coscienza. Lui obbedì e gli sembrò che potesse vedersi, che fosse davanti a lui. Sentì di essere salato come il mare, liquido come l’acqua, solido come la crema.
Le intermittenze erano tante: ovunque si ammucchiavano le sue paure. C’era una donna che agitava un coltello mentre faceva avanti e indietro su un davanzale. Rideva e sussurrava che avrebbe spiccato il volo. C’era una stanza vuota, sul pavimento un tappeto di calce bianca su cui erano impresse delle orme. Lui le seguì, portavano davanti al bagno nel quale qualcuno vomitava. C’era qualcuno di faccia nel water. Grugnendo sembrava che stesse cantando una nenia. C’era lui allo specchio, in un corridoio illuminato da una luce rosso rubino. Era impalato davanti al vetro, come se fosse affacciato su un altro mondo.
«Le intermittenze erano tante, una vita non basterebbe per raccontarle. Ecco il puzzle della vita», disse inginocchiandosi come se avesse avviato una preghiera. Lui si avvicinò e guardò nello specchio. Si vide mentre dormiva sulla poltrona della cucina. Tutto si era fermato: una mosca era immobile a mezz’aria, sua madre era una statua seduta su una sedia, l’immagine della televisione era bloccata.
L’alter ego inginocchiato davanti allo specchio era un mucchio di sabbia. Lui era l’unica cosa viva e in movimento. Si guardò intorno. Cercava qualcosa… le parole per raccontare, per sfuggire alla paralisi di ogni cosa. Provò a dire qualcosa, a pronunciare una sillaba. Non ci riusciva. «Svegliati», pensò, e si ritrovò sulla poltrona, tra il fumo denso, in una stanza avvolta tra le fiamme, il suo personale inferno.
