La voce del mare: un racconto calabrese

La voce del mare: un racconto calabrese

“La voce del mare” è un racconto di Daniela Grandinetti. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale

Da bambino qualcuno gliel’aveva raccontato. “È grande“. Aveva detto. Grande. Si era sentito parte di un mistero. “È grande.”

Quindi sai dove comincia ma non dove finisce. È grande. È grande. Grande. La parola risuonava nella testa. Sentiva lo stomaco contrarsi e non sapeva cosa fosse. Forse rabbia, perché proprio non riusciva a immaginarlo. “È blu. E brilla”. Blu è anche il cielo.

Quante volte, disteso sotto la quercia con la pancia per aria e le braccia incrociate sotto la testa, aveva fissato il cielo pensando a quanto fosse grande? Quello era un blu che conosceva. Ma il cielo non brilla. O meglio, a volte nelle notti chiare puoi vederci brillare le stelle, ma di giorno il cielo non brilla.

“Brilla anche di notte?” Aveva chiesto.
“Di notte è scuro. E fa paura”. In un secondo aveva fatto due conti: “Grande. Notte. Nero.”
Sì, doveva fare molta paura. Un nero grande fa davvero paura.

Poi c’era stata quella volta di Annetta. L’aveva incontrata mentre usciva di casa, indossava dei pantaloncini bianchi a pallini rossi e una maglietta rossa a pallini bianchi. Se lo ricordava perché poi gli aveva insegnato che quelli si chiamavano pois, non pallini.

“Ciao… sto partendo, vado al mare”. Aveva detto con la faccia felice. Era sparita nella grande macchina blu – una delle poche che circolavano in paese – lui aveva puntato gli occhi sui capelli biondi raccolti nel nastro bianco e l’aveva seguita con lo sguardo fin quando non era stata un punto lontano: più il punto si allontanava, più qualcosa gli mordeva lo stomaco: Annetta avrebbe visto il mare.

Quel giorno se n’era tornato a casa, non aveva voglia di andare a dare due calci a un pallone in un campetto assolato con due ragazzini stupidi come lui. S’era disteso sul letto e aveva chiuso gli occhi.

“Ma quanto sarà  lontano?”. Aveva preso da sotto il cuscino la cartolina spiegazzata, fissando per la milionesima volta la statua con la fiaccola alta in mano stagliata su una massa blu indistinta.

Anche suo padre diceva sempre di non averlo visto mai. Poi un giorno aveva detto: “Parto. Quando mi sarò sistemato verrete anche voi.”
“Vedrai il mare?” Lui gli aveva chiesto.
“Sì, e presto lo vedrai anche tu”.

Qualche settimana dopo era arrivata quella cartolina. Poi più niente. Aveva sempre immaginato che si fosse perso là dentro, in quel grande,  da qualche parte.

Col tempo suo padre era rimasto un punto inghiottito da quella massa blu sulla cartolina. Era cresciuto con quel desiderio, ma lo temeva come si temono gli insetti, o le ombre, o i fantasmi. L’aveva sepolto nel fondo e non aveva cercato, neanche una fotografia, che gli raccontasse qualcosa del mare che si era mangiato suo padre.

Finché un giorno accadde, nel bel mezzo di un pomeriggio d’estate  mentre sua moglie Lisa dormiva nel letto grande con i bambini accucciati sul seno.

Aveva scritto un biglietto, preso la macchina, ed era partito. Aveva guidato senza fretta, lo sguardo fisso alla strada. Era ormai quasi buio quando su una statale aveva individuato il segnale. E all’improvviso, nella testa, erano rimbombate parole antiche: “È nero. E fa paura.”

Si fermò, chiedendosi se non valesse la pena aspettare. Vederlo per la prima volta di giorno. Ma di colpo poi avvenne. Qualcosa, in lontananza. Un odore salmastro, pungente, denso. Il vento soffiava nel canneto, poteva scorgere il lento sollevarsi della piante e il loro lento ripiegarsi. Fiere, maestose, le canne si alzavano e si abbassavano come un respiro che andava e tornava. Il fruscio delle canne ne conteneva un altro, in lontananza.

C’erano gli ultimi bagliori del sole, uscì dalla macchina e si incamminò verso il canneto, sotto i piedi la terra era molle. Sabbia tiepida, morbida.

Chiuse gli occhi e la sentì. La voce. Questa è la voce. Questa finalmente è la voce del mare: scrosci lievi che avanzavano e scemavano in un ritmo lento, come un respiro che andava e tornava.

La voce del mare. Quando riaprì gli occhi il bambino spaventato se n’era andato, così come il ragazzino arrabbiato, povero e invidioso. E suo padre non c’era mai stato. C’era il mare. Vivo. Grande. Blu. Si liberò dalle scarpe, il vento lo incoraggiava sospingendolo delicatamente.

Aveva camminato fino a sentire la sabbia sotto i piedi farsi bagnata, poi finalmente l’acqua, trasparente, pulita, fresca. Potevi vedere il fondo.

Intorno non c’era nessuno, solo degli uccelli, accanto, a volare, sulla superficie dell’acqua. Come aveva fatto a vivere senza? Si bagnò le mani e il viso, ingoiò quell’acqua salata. Il petto si squarciò  e quel che ne uscì  fu un pezzo di luce e furore.

Si immerse.
Era grande. Era blu. Era immenso. Disegnato da bagliori infiniti fino all’orizzonte del sole
Era bello e si sentiva felice.
La paura era svanita.

Post correlati