Claudia Sarritzu: Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale

Articolo di Sacha Rosel. In copertina: “Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale” di Claudia Sarritzu, Catartica Edizioni, 2026
In questo breve ma densissimo saggio Claudia Sarritzu, giornalista specializzata in linguaggio e politiche di genere, intervista una serie di esperte per vedere come il sistema patriarcale continui ad attuare multiple forme di dominio sulle donne (ma senza dimenticare le soggettività non binarie ed LGBTQAI+) a varie latitudini del mondo.
Ponendo a confronto paesi con tradizioni fra loro diversissimi come ad esempio il Venezuela, la Palestina, l’Italia, la Federazione Russia, la Cina e la Siria, facendo spesso un excursus su come i diritti delle donne siano cambiati nel corso del tempo in un dato paese, Sarritzu e le esperte da lei intervistate ci parlano di intersezionalità. Il tutto mira a dimostrare come la liberazione delle donne di un luogo passi anche attraverso il riconoscimento dell’importanza delle lotte di tutte le altre donne che vivono e resistono altrove, scontrandosi in maniera analoga anche se declinata con varianti locali con le leggi ataviche del patriarcato.
L’appello dell’autrice è quello di “volersi bene fra donne anche se non ci somigliamo, perché sotto ai vestiti di tutte ci sono gli stessi corpi umiliati e oggettivati.” Il libro si apre, di certo non casualmente, con due riflessioni personali dell’autrice sulle donne palestinesi, in particolare su come il loro indossare il velo sia spesso visto (anche da donne occidentali) come atto di sottomissione. “La resistenza”, ci spiega invece Sarritzu, “è anche in quel velo, simbolo politico di esistenza di un popolo.
È un simbolo anche di genere contro il patriarcato, sia interno che coloniale.” E a chi, con tipiche chiacchiere da supermercato, si erge dall’alto della sua superiorità di donna privilegiata bianca e occidentale, sparando a zero sulle donne palestinesi che continuano a fare figli, l’autrice spiega: anche questo è un atto di resistenza, perché un popolo che rischia l’estinzione “può solo resistere con le nascite.”
E, insieme all’appello a riconoscere, capire e fare propria l’intersezionalità e vedere sé nell’altra (e nell’altrə), Sarritzu lancia anche un grido di allarme: bisogna purtroppo constatare come il patriarcato sappia ormai rinnovarsi, affidandosi anche all’aiuto di ‘ancelle’ di genere femminile. Si tratta di donne che fanno del sistema che opprime altre donne il proprio credo assoluto, non contribuendo a smantellare stereotipi ma anzi rinvigorendoli, ad esempio non attuando nessuna politica che incentivi l’occupazione femminile per ridurre il gender pay gap né incentivando una maggiore presenza femminile nei ruoli di leadership. Solo considerando l’Italia, ad esempio, il gender pay gap è arrivato negli ultimi anni a livelli spaventosi e gli stereotipi continuano a essere tramandati di generazione in generazione senza che si faccia mai nulla per cambiare le cose.
Anzi: con il DDL Valditara (di cui Sarritzu non parla, perché è stato approvato mentre il libro era in fase di stampa), il primo governo italiano della storia repubblicana guidato da una donna dimostra di voler cristallizzare ancora di più gli stereotipi di genere, affidando l’unica responsabilità di educazione all’affettività e alla sessualità delle e dei giovani alla famiglia nucleare, istituzione spesso sinonima di oppressione delle libertà del sentire individuale.
Lungi dallo scomparire dietro le risposte delle sue eminenti interlocutrici, Sarritzu ci mostra chiaramente il proprio pensiero nei contenuti delle domande poste alle varie esperte, dando una direzione ben precisa alla sua ricerca. Lo stesso sottotitolo del libro, “Responsabilità delle leader donne e machismo femminile”, ci rimanda ad una delle questioni fondamentali dibattute nel corso del saggio: per poter cambiare le cose quando si è al comando essere donna non basta. Di per sé, l’appartenenza al genere femminile e l’identificarsi come ‘donna’ non sono infatti indicatori della volontà di gestire il potere in maniera diversa da quella proposta dal sistema patriarcale.
Figure come Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen, in effetti, non fanno altro che perpetrare una visione del potere oppressiva e indifferente alle istanze femministe. Non a caso, Giorgia Meloni, che pure definì se stessa durante la campagna elettorale del 2022 usando le seguenti parole: “sono una donna, sono una madre”, ha scelto di farsi chiamare il Presidente del Consiglio al maschile, cancellando la differenza del proprio genere non solo perché vista come incompatibile con il ruolo da lei ricoperto, ma anche perché non funzionale alla gestione machista del potere da lei scelta. Come precisa la sociolinguista Vera Gheno, fra le esperte intervistate nel libro, il linguaggio di Meloni non prevede “una caratterizzazione di genere nel modo di esprimersi […]. Il fatto che sia una donna è tangenziale, un dato […] meramente biologico ma non ideologico”.
Che il modello di donna machista stia guadagnando sempre più consensi a livello internazionale, perché funzionale al perpetrarsi del patriarcato e a legittimare la retorica della “internazionale nera” (l’espressione è di Vera Gheno) presentandola con ‘rassicuranti’ sembianze femminili, è dimostrato anche dall’assegnazione nel 2025 del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, politica venezuelana allineata al movimento Maga.
Non a caso, Machado si è poi recata personalmente a consegnare la statuetta del premio a Donald Trump, a voler ribadire il ruolo di “re” del tycoon americano, a cui il mondo intero deve inchinarsi e rendere omaggio per ottenere una legittimazione. Con l’aiuto di Claudiléia Lemes Dias, scrittrice e giornalista, Sarritzu analizza in maniera puntuale i contenuti del discorso tenuto da Machado in occasione del conferimento del premio.
Il capitolo, a mio avviso uno dei più affascinanti del libro, mette sotto accusa anche gli stessi organizzatori del Premio Nobel, per aver deciso di premiare una donna che chiede di fatto l’intervento delle forze militari internazionali (principalmente statunitensi) per sbarazzarsi del dittatore Maduro. Una donna che dunque non auspica un normale processo pacifico di democratizzazione del paese, con elezioni e un diretto coinvolgimento della popolazione, ma un atto violento e imposto dall’alto, prevedendo per di più l’invasione del paese da parte di forze esterne per risolvere una situazione di stagnazione politica ed istituzionale.
Nel premiare Machado, gli organizzatori del Nobel hanno dimostrato di considerare “la forza militare come l’unico mezzo per raggiungere la liberazione democratica” e questo, afferma Lemes Dias, è ancora più grave delle affermazioni di Machado stessa. Fra l’altro, la decisione degli organizzatori del Nobel contraddice la natura stessa del premio, precedentemente assegnato a figure sudamericane di tutt’altro tenore. Basti pensare a Rigoberta Menchú, insignita del Nobel “per la sua lotta contro l’oppressione militare e la difesa delle radici indigene” senza auspicare l’uso della violenza. Esibendo un atteggiamento di onesta umiltà, Menchù mostrò di non ritenersi la vincitrice di un premio, ma piuttosto la voce di un popolo.
Con l’assegnazione del Nobel a Machado, invece, gli organizzatori del premio profanano quell’onesta umiltà sostituendola con l’arroganza. La decisione della giuria avvalla sul piano culturale ciò che si sta nel frattempo delineando a livello geopolitico: una superpotenza statunitense che, incurante del multipolarismo creatosi negli ultimi anni, vuole imporsi come unica arbitra delle vicende mondiali autocelebrandosi come ‘forte’ e ‘vincente’, imponendo la propria presenza (invasione) militare in territori che non le competono.
Questo avvallo culturale ad un’invasione politica fino a poco tempo fa impensabile rappresenta il definitivo tramonto della diplomazia, ormai liquidata come ‘debole’ e ‘perdente’. Premiando una donna che propone un modello di ‘pace’ basato sull’aggressione, gli organizzatori del Nobel hanno di fatto creato le condizioni ideali per giustificare un attacco da parte della CIA e della marina statunitense pur di rovesciare il regime di Maduro, cosa poi avvenuta puntualmente pochi mesi dopo della cerimonia.
Un’altra intervista particolarmente acuta è quella con Ester Cois, ricercatrice di sociologia presso l’Università di Cagliari. L’esperta spiega di cosa parliamo quando parliamo di patriarcato: “un sistema di organizzazione sociale il cui il potere politico, economico, simbolico e riproduttivo è storicamente concentrato nelle mani degli uomini, e in cui le norme culturali e istituzionali definiscono comunque il genere maschile come riferimento privilegiato per l’autorità e per la legittimità.”
Un sistema iniquo, dunque, in quanto “ordine di potere che gerarchizza i generi” e che nel corso della storia umana si è rivelato particolarmente abile nel rimanere intaccabile/intoccabile, visto che “opera indipendentemente dalle intenzioni individuali”, andando ad agire a livello inconscio sulle persone e condizionandone le azioni e i pensieri. Sostituire il patriarcato, prosegue Cois incitata dalle domande di Sarritzu, sarà possibile solo se le persone andranno a scardinare la gestione gerarchica e monopolista del potere, per costruire società basate sulla redistribuzione del lavoro, della cura e delle responsabilità.
Ma combattere il patriarcato vuol dire innanzitutto riconoscerne i segnali deleteri che agiscono sulle coscienze, cambiando anche i modelli culturali smascherandone le iniquità, ad esempio andando ad agire sul modo in cui alcune figure archetipiche o personagge letterarie femminili vengono tramandate nei libri. Le cosiddette rivisitazioni femministe di narrazioni mitologiche e letterarie, diventate molto popolari negli ultimi anni, trovano una valida rappresentante anche nel panorama italiano con Marilù Oliva, anche lei fra le intervistate del libro. Partita da adolescente da un senso di “rassegnazione che le donne fossero solo una cornice attorno alla quale si stagliava qualcosa di grande e autorevole”, ossia il canto o l’impresa dell’eroe maschio, una volta diventata scrittrice Oliva ha deciso di usare il suo talento per “riscattare le donne”.
Ad esempio, ha dato nuova linfa alla figura di Didone, realmente vissuta nel nono secolo avanti cristo e dunque non contemporanea di Enea, come volle invece Virgilio per la sua Eneide. Una donna che nella realtà non solo era esperta di navigazione e “a capo di una flotta maschile”, ma che inoltre fondò Cartagine, diventando regina di un popolo che fino a quel momento non esisteva. Poi, una volta costretta a sposarsi, decise di uccidersi per non rinunciare alla propria libertà. Una figura complessa, insomma, di cui era necessario celebrare il coraggio.
Sarritzu si chiede anche quanta responsabilità abbiano gli autori maschi nel perpetrare certi stereotipi in quello che scrivono, e lo fa intervistando un unico uomo, Ciro Auriemma, cofondatore della scuola di scrittura creativa Baskerville. Gli stereotipi, afferma l’autore, corrodono anche gli uomini, basti pensare alla figura del principe azzurro delle fiabe, che “non dà la possibilità di sperimentare forme di relazione non conflittuale e non competitiva”, perché un principe deve conquistare, non cooperare ed essere “forte, ricco, coraggioso”.
I maschi, insomma, crescono con l’idea di “dover essere la parte che salva e protegge (o peggio, che ha la spada e quindi esercita il potere)” finendo quindi per costruire relazioni non paritarie. Per cambiare veramente le cose, afferma Auriemma, gli uomini dovrebbero compiere delle scelte decisive, ad esempio rifiutandosi di partecipare a convegni se i convitati sono unicamente maschi, viceversa pretendendo che ci siano anche donne, perché quell’escludere la voce e la presenza femminile nasconde sempre “una sacca residuale di violenza”.
Stabilire la tua assenza vuol dire infatti delegittimare la tua presenza e quindi in definitiva cancellare la tua stessa esistenza. La violenza sessuale e il femminicidio sono solo la punta di un iceberg pesantissimo che si fonda sul non voler vedere il proprio privilegio di essere maschio. Ma, conclude Auriemma, bisogna proprio partire dal riconoscere che nascere uomini vuol dire “nascere con un immeritato vantaggio” per poi spezzare le condizioni che rendano il nascere donna uno svantaggio.
Una parte non secondaria del libro rivestono inoltre le interviste ad esperte di universi culturali e geografici “altri”, proprio in virtù del fatto che, come annunciato nell’introduzione, la battaglia di una è la battaglia di tutte e viceversa, senza creare gerarchie fra la lotta delle femministe in Italia e tutte le lotte delle donne presenti nel resto del mondo. Colpisce la scelta effettuata dall’autrice, nel suo voler dare conto della possibile evoluzione della lotta femminista transnazionale e internazionale, di alcuni paesi oggi particolarmente cruciali per il loro ruolo nell’attuale assetto geopolitico mondiale, quali ad esempio la Russia e la Cina, due fra i paesi chiave di quel multipolarismo di cui si accennava in precedenza.
Nel caso della Cina, la sinologa Giada Massetti, autrice fra l’altro del volume La Cina è un’aragosta, precisa come nella Cina dell’antichità la cultura rappresentasse per le donne dell’élite l’unico modo per apprendere le norme di comportamento sociale per evitare di essere giudicate negativamente dalla comunità. In tal senso si colloca la pratica, tristemente conosciuta anche in Occidente, della fasciatura dei piedi che, come precisa Massetti, era un vero e proprio rito di passaggio. Esso infatti segnava “il percorso di realizzazione dell’identità sociale e morale femminile.” Il fatto che fossero le madri a sottoporre le proprie figlie a tale rituale lo rendeva particolarmente efficace e dunque difficile da eliminare (cosa che avverrà solo nel corso del ventesimo secolo, anche a causa di articoli di denuncia sia da parte di missionari occidentali che da parte di intellettuali cinesi moderni).
Interessante il paragone, a mio avviso molto azzeccato, che Sarritzu propone fra questa pratica e quella dell’uso/obbligo del corsetto per le donne occidentali, che provocava “la riduzione della capacità polmonare e la costrizione degli organi interni.” Entrambe le pratiche in effetti stavano a simboleggiare “quale e quanto spazio” potesse occupare una donna nelle rispettive società di appartenenza. Uno spazio che in Cina si è fatto sempre più esiguo, passando dagli anni del maoismo con il cosiddetto “femminismo di Stato”, caratterizzato da una partecipazione equa delle donne alla produzione ma di fatto tradotta in una mascolinizzazione dell’ “altra metà del cielo”, per poi assistere alla sessualizzazione dei corpi femminili attuata dagli anni ‘80 in poi, arrivando alla situazione attuale di ribellione sotterranea delle donne al ruolo obbligatorio di mogli e madri stabilito ufficialmente dal leader Xi Jinping nei suoi discorsi.
Un piccolo difetto che mi sento di segnalare di questo bel saggio è nell’introduzione. Personalmente, ho trovato un po’ infelice sottolineare come il nostro paese si trovi al sessantatreesimo posto del global gender gap, “sotto Uganda e Zambia”, come se due paesi del continente africano siano per definizione inferiori e incivili rispetto a un ‘glorioso’ paese europeo. Mi è sembrato che questa precisazione contraddicesse l’idea di una visione pluralista e transnazionale e dunque priva di gerarchie fra un’entità nazionale e l’altra posta alla base del libro. Inoltre, visto il sottotitolo così specifico, l’emersione del ‘machismo femminile’ e delle ‘ancelle’ nella politica internazionale contemporanea avrebbe forse richiesto un approfondimento maggiore sulla responsabilità delle leader donne nel perpetrare il modello patriarcale attraverso la loro gestione del potere, non necessariamente sempre apertamente misogino ma comunque escludente (antiabortista e/o anti-immigrazione e/o anti-LGBTQAI+).
Analizzare figure come Marine Le Pen (Francia), Rikka Purra (Finlandia), Siv Jensen (Norvegia), Alice Weidel (Germania), Pia Kjaersgaard (Danimarca) o Beata Szydło (Polonia), invece che solo Meloni e Machado, sarebbe stato più esaustivo (ma c’è sempre tempo per un secondo libro, no?). In ogni caso, Il patriarcato nel Nuovo Ordine Mondiale è un volume ricchissimo di informazioni e riflessioni, utile sia per chi sa già qualcosa di argomenti come l’intersezionalità o sulle situazioni culturali specifiche dei paesi analizzati sia per chi ancora non ha le idee chiare sui femminismi del mondo. Una sorta di bussola per orientarsi e per aumentare la propria consapevolezza, che si può costruire solo con la conoscenza. Perché, come direbbe Michela Murgia dall’epigrafe posta all’inizio del libro: “Essere femminista significa sapere che non è colpa tua, ma tua è la responsabilità di cambiare le cose.” Perché conoscere, e informarsi, sono il primo passo per assumersi tale responsabilità.
