La morte a Torino

La morte a Torino

“La morte a Torino” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale

«Fuggire da tutti gli affetti, abbandonare di punto in bianco ciò che ci ha illuso con una permanente serenità. Bisognerebbe avere questa forza per mettere sotto esame lo spirito, per ringraziare la vita, per allontanare la tranquillità della ripetizione. Cercare, cercare senza meta fin quando la morte non verrà a cancellare tutto».

Volle raccontarmi gli anni del suo apprendistato, quando la gioventù sembrava infinita e ogni giorno innescava il suo fervore. Era stanco, pallido, consumato, suo malgrado sapeva ancora parlare con autorità. Lo ascoltavo come se fosse un profeta, anche se mi appariva ubriaco, disfatto, ingrato verso la fortuna che lo aveva baciato un sacco di volte.

Erano per me gli anni di un silenzioso andirivieni romano, diviso tra il lavoro e lo studio. Volevo come lui assaporare di ogni giorno qualcosa che restasse immune dalla permanenza, che si rivelasse fulminea e perfetta. Ciascuno trova il “senso” in banali spiegazioni, io cercavo l’eccesso, come tutti coloro che disprezzano la morbidezza e la tranquillità.

«Non fidarti di chi ti dà la sicurezza, una parola che somigli a un “per sempre”. Non esistono queste cose e in quelle persone non c’è che menzogna. Chi dice che esistono e che vanno preservate, tradisce alla prima possibilità, va alla ricerca del tempo perduto. Chi resiste alle tentazioni muore di una convinzione che lo appassisce, pentendosene quando intorno non trova più nessuno».

Quel treno avrebbe portato lui a Torino e me nella Capitale. Vedevo scorrere gli alberi e le strade. Si amalgamavano delusioni e sogni, volontà e desideri. Avrei voluto in quegli anni seguirlo, farmi suo discepolo, comprendere cosa lo avesse spinto a fuggire da ogni affetto permanente. Magari esiste un morbo o una patologia psicologica che spinge a scomparire, a farsi prima ombra e poi fumo.

Sentivo di assomigliargli, eppure respingevo quella sua voce grossa e grassa, allevata da stecche e stecche di sigarette. Sembrava tanto Mangiafuoco di Pinocchio, mentre io mi sentivo Lucignolo, pronto a rompere con l’ordine costituito e con le autorità. Sognavo il ritorno di una accecante violenza, il totale disprezzo per una massa che prometteva di volere donare a ciascun individuo “la felicità”.

«Per troppo tempo sono stato vittima delle attenzioni di genitori che con il matrimonio avevano perso troppo sé stessi, tanto da trovare in me qualcosa di diverso. Sono stati gli anni in cui mi educavano con preghiere e doveri. Il mio dovere era obbedire, il mio diritto era quello di eseguire in silenzio. Era questo il bene? Sono fuggito quando decisi di seguire me stesso. Ogni fallimento è stato come una liberazione. Oggi non ho nulla, quindi ho tutto il tempo per trasformare le cose in qualcosa di non definitivo e di passeggero».

Il suo ricordo è rimasto su un foglio a quadretti, riposto in una cartellina accatastata con altre. 23 luglio 2006, più che una data è stata un presagio che io ho fissato con accuratezza, come se il tempo avesse cominciato a scorrere da allora. A quell’appunto ho dato il titolo “La morte a Torino“.

«Morirò a Torino – disse – mi sembra una città perfetta per salutare il Mondo». Aveva dormito per anni sotto il cielo di tante città italiane. Non era un barbone, né un accattone, lui ha voluto sperimentare la strada, la precarietà. È stato un gioco. Non so se per lui, la morte è giunta a Torino. Tengo questo foglio con me, come ricordo di un maestro passeggero che, un giorno, in un treno mi ha fatto sentire meno solo.

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