Essere felici

Essere felici

“Essere felici” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale

Avrei voluto raccontare di altre cose, forse di un successo inaspettato, di un colpo di fortuna, di un lascito testamentario che stravolge la vita in positivo.

La felicità è come la morte: ti prende all’improvviso e non sai mai a che ora verrà. Come tutti, la inseguo anch’io, considerandola un diritto inalienabile, ma, come tutte le cose umane, anche la felicità, in quest’epoca di rattoppi virtuali e di filtri, è diventata un dovere.

Il dovere di essere felici è, prima di tutto, una dimostrazione perpetua del proprio passaggio nel mondo. Un attraversamento che ci rende consumatori di emozioni e di beni sentimentali. Quando finisce il momento di estasi, resta la stasi, ciò che non si muove e che appare come eternità. Così diventiamo statue.

Nella lotta tra “essere” e “non essere”, tutto si materializza in disquisizioni vaghe, vuote, prive di coerenza con l’odierno status. La felicità diventa libertà di azione, ma nessuno vede che il recinto si stringe sempre di più. Sarà colpa della nebbia della ragione che offusca lo steccato nel quale ciascuno di noi è confinato?

È felice chi può coltivare un hobby nel tempo libero. Come faceva notare già nel secolo scorso Günther Anders, anche il cosiddetto “tempo libero” è uno spazio che va riempito con le nostre passioni. Ciò ci rende produttori che trasformano le loro genuine passioni in mezzi che ci aiutano a sentirci vivi e pulsanti. In sostanza, lavoriamo per apparire vivi, affiancando il tutto alla quotidiana occupazione con cui sopravviviamo.

In questa dimensione si sposta l’ago della felicità, senza però tenere conto che ciò collassa verso quella zona d’ombra chiamata “esaurimento”. Il dovere di essere felici è il “Super Io” freudiano reificato, ossia una “cosa che ci frusta”, che ci impone di fare a meno di noi stessi pur di essere in linea con gli standard sociali. Il vero dramma è il seguente: siamo tendenzialmente spinti a credere di aver scelto volontariamente questa strada di sacrificio e tribolazione.

La vocazione a questa “santa ascesa” verso la felicità sociale è una vera e propria discesa negli abissi della coscienza. Come tutte le nevrosi che hanno origine nella discrepanza tra “sentire proprio” e “regola sociale”, quella della “ricerca della felicità” è la più subdola, perché nessuno sa cosa sia davvero la felicità al di fuori dell’odierna mondanità.

Ecco, io avrei voluto scrivere di altro, magari di una grossa vincita milionaria, ma non so se questa sia davvero la felicità.

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