Er: colui che non vuole dimenticare

“Er: colui che non vuole dimenticare” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale
Ho smarrito lo sguardo nei miei occhi riflessi in una pozza che la pioggia aveva composto. Sul ciglio di una strada, tra materassi abbandonati, cercavo una margherita da cogliere. Volevo tenerla in tasca. L’avrei regalata alla prima occasione solo per stupire, per ripensare all’amore.
Reincarnato, ma senza aver dimenticato ciò che ero stato, mi dileguavo nel campo che costeggiava la strada statale. Mentre l’asfalto ringhiava per il passaggio delle auto, io annusavo l’aria cercando un profumo antico, o forse il puzzo del corpo in cui precedentemente avevo dimorato. Speravo che esso non si fosse decomposto, che ogni organo così come ciascun millimetro di pelle fossero lì, al loro posto.
Eppure un tormento, uno spaesamento, qualcosa che nascondeva la mia natura si erano impossessati di me. Mi ero avvicinato laddove ancora il fiume fiorisce e corre, e straripa, e distrugge. Gorgogliavo anch’io come l’acqua del Lete, come l’eternità di Er.
Era il delirio che camminava sulle mie gambe? O era un ricordo lontano, necessario, per testimoniare, per non lasciarsi travolgere dalla dimenticanza. Assonnato, passo dopo passo, andavo nonostante fosse giorno, nonostante il sole fosse ben impresso nel mezzo del cielo.
«Tutti gli uomini scelgono loro stessi prima della nascita. Nessuna colpa appartiene per intero al Creatore di ogni tragedia». Così spaventosa risuonava una voce nella mia testa. Sentivo a fatica il mio peso, la mia massa, la mia consistenza. Ero in dissolvenza, forse morto come Er in una battaglia consumatasi in quel luogo secoli fa.
«Scegliere una vita, un corpo, per tormentarsi e per tormentare, per esistere tra le illusioni dell’Universo, per soccombere tra ciò che è già stato deciso da capricciosi giochi del destino. Perché?». E continuavo ad allontanarmi, a sentire freddo lungo le mie ossa, a camminare in qualcosa di denso.
Ero nel fiume. Avvertivo il corpo addormentarsi, annusavo l’odore del sangue rappreso. Io non ero più tra le cose del «presente», ma tra rumori di spade e urla di dolore. Era giorno, c’era il sole, cinguettavano gli uccelli. Mille corpi si azzuffavano brandendo spade e asce, mille voci gridavano bestemmie.
Ero un’ombra. Er sulle sponde del fiume Lete che non voleva dimenticare sé stesso in cambio del nulla e dell’eternità.
