Dicono Vai

Dicono Vai

“Dicono vai” è un racconto di Cristina Pasqua. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale

Del grigio che c’è, dei lampioni ancora accesi pensa niente. Solo l’azzurro delle strisce che segnano i posti auto gli dicono qualcosa. Dicono Vai!, dicono che la merenda l’ha presa e tanto basta. Indossa lo zaino al contrario, gli chiude il petto, l’affossa, quasi che non respira, ma va, e mentre va, vede sparire nell’ovatta i fanalini di coda della Simca di suo padre.

Suo padre non aspetta il suono della campanella, non parcheggia, lo fa scendere e lo lascia davanti al cancello mezz’ora buona prima dell’apertura, altrimenti rischia di fare tardi al lavoro, rischia che lo licenziano. Dai campi s’alza e addensa una nebbia grumosa. Sua madre, con gli occhi scoscesi davanti ai fornelli, rimesta nel pentolino dove ha messo a scaldare la farina lattea per suo fratello, bianco sporco, gli stessi grumi che si porta dietro il mattino.

Anche l’odore che infesta il cucinino ritorna, se non fosse per l’acre del sambuco, per la terra smossa dai lavori nello spiazzo erboso che segue la scuola, la scavatrice gialla come la vestaglia di lana di sua madre, ancora addormentata. Il campetto da calcio è sparito, la scuola è sparita, la nebbia apre la bocca e ingoia. Resta il parcheggio, le strisce azzurre, il cancello azzurro della scuola, il pullman a strisce bianche e grigie.

Grigia anche la divise dell’autista, grigia la sciarpa e i guanti della professoressa Martini, grigio e basso il cielo. Ovidi, il professore di Filosofia lo riconosce, alza una mano, abbozza un saluto, si tira su il bavero e prosegue verso l’entrata. Terenzi parcheggia l’utilitaria poco più in là e raggiunge la professoressa Martini, che per il freddo struscia le mani guantate sulla gonna prima di portarsele al collo e acconciarsi meglio la sciarpa. Terenzi indossa una giacca a vento gialla e una tuta di acetato dello stesso colore delle strisce del parcheggio, ai piedi calza ginniche. Insegna educazione fisica, ma non ha un fisico atletico, insegna educazione fisica ma si muove in modo disarmonico, le gambe nodose, il corpo tozzo e sgraziato.

Dicono che guardi le ragazzine, ma nessuno vuole andare a fondo, la preside chiude un occhio, nessuno si lamenta, quelli che si lamentano cambiano scuola. A passi brevi, percorre le strisce azzurre che delimitano i posti auto facendo attenzione a non uscire mai dai confini tracciati – la punta sfiora il tallone, il tallone tocca la punta. Intanto salgono uno dopo l’altro, in disordine prendono posto.

Terenzi li ha contati come avrebbe fatto con il gregge che pascola dietro l’istituto, come le pecore della notte prima, ché non riusciva a prendere sonno, e milleuno milledue milletre… fino a che la sveglia non si è messa a suonare e sua moglie si è girata dall’altra parte soffiando fuori il fiato. La Martini ha preso posto alle spalle dell’autista per proteggersi dall’umidità, un accidente per i suoi reumi, siede davanti perché soffre l’auto, siede davanti e tira fuori un blister, siede davanti e manda giù un paio di pasticche. «Il viaggio è lungo» dice a nessuno e nessuno risponde.

Salgo anch’io e mi siedo in fondo, dietro dietro, così non mi vedono, salgo a testa bassa e mi siedo vicino a Rizzi. Tutti lo conoscono, tutti sanno che si chiama così, tutti lo prendono in giro perché non ci sta con la testa, tutti s’allontanano perché quando parla sputa. Appena mi vede inizia a mugugnare, dice no, agita le mani, dice scendi e la s si tira dietro la saliva, sputa e dice vattene, dice no ancora e ancora lo ripete.

«Rizzi, silenzio» Martini torna a guardare avanti e si rivolge all’autista. «Si parte, allora?» Ha la voce di un uccello, il naso adunco e le labbra sottili.
«Si parte si parte» sbadiglia quello, e con uno stonfio lo sportello si chiude. Terenzi prende posto vicino a Laura B. della IF. «Si sieda qui» lo richiama la professoressa e pare un ordine.

«Davanti mi dà il voltastomaco» risponde lui, gli occhi al finestrino. Della strada si vede solo la linea di mezzeria. Libetti e Rosi si sono addormentati di colpo, testa a testa. Laura B. rimpicciolisce, stringe le spalle, toglie il gomito dal divisorio, accavalla le gambette corte. Terenzi si stiracchia, le braccia tese, la bocca spalancata, le palpebre calate, ma solo per poco. Boldrini e Finelli sparano cartoccetti con le cerbottane. «Basta voi!» li sgrida la Martini scocciata. «Non vi vedo, ma so chi siete» ripete con la voce che s’affina e si fa stridula, quasi un gracidare.

«’ssoressa, mancano due, Sermonti e Ludovica Pizzini» strilla dalla metà del pullman Previtali. Tutti pensano sia un secchione invece non studia mai, le cose le sa e basta, ma questo lo dico solo io, anche se non siamo in classe insieme. Ci vediamo di pomeriggio, al doposcuola, io faccio i compiti, faccio i compiti e fatico, Previ mi guarda e m’aiuta, io fatico, lui, come può, m’aiuta e riesce. È gentile, ci fa caso che io le cose non le capisco, mica lo faccio apposta, non le capisco e basta.

Terenzi si alza e avanza di due passi. Il pullman sbanda, lui per poco non perde l’equilibrio. A Calandri della IB scappa una risata e il professore lo fulmina con uno sguardo che lo azzitta.

«Che storia è, Previtali? Non dire cose sciocche».
«Manca Pizzini e pure Luca Sermonti. Li chiami, così vede» dice un po’ polemico.

Previ ha una pagella da far invidia. Al primo quadrimestre ha preso tutti nove e dieci. Se la metto a confronto con i voti miei capisco bene che quella non è la mia strada. «Prendi il diploma e te ne esci» dice mio padre mentre si lava le mani, il getto della cannella sbilenco, il grasso che non viene via. «Ci metto io una buona parola col direttore, ve’ che entri subito in catena, è un soffio».

Io ci penso su è un po’ mi spavento. Non mi piace la faccia a spigolo di mio padre, non mi piace la mamma, è troppo pallida, i capelli sempre in disordine, non mi piace nemmeno il piccolo Nicola, si stava meglio prima, non fa che piangere e piangere, anche per questo non riesco a starci dentro casa e me ne esco. Per questo sono salito sul pullman. Per questo spero che Previtali tenga la bocca chiusa, che Rizzi non mi sputi addosso per tutto il viaggio, così mi faccio due giorni al mare che ci sono stato una volta sola e faceva freddo.

«Allora?» se ne esce Terenzi. È aggressivo, avanza con il petto in fuori, fa altri due passi verso il fondo del pullman e perde di nuovo l’equilibrio, si tiene in piedi a fatica. «Vuol fare attenzione a come guida, lei? Ci sono dei ragazzini qua sopra non delle bestie». Milleuno milledue milletre conta e cerca di ritrovare il baricentro.

«Mica è colpa mia, dotto’, co’ ’sta nebbia nun ce se fa pace, ’o vede pure lei, no?»
«Che fa, risponde?»
«Io? Per carità, me sto zitto» dice quello e si concentra sulla strada masticando amaro.
«Allora, Previtali, spiega bene».
«Spiego che non ci sono. Ha fatto l’appello?»
«L’appello? Vieni a dirmi quello che devo fare io?»
«No, professo’, ma non ci sono».

Non ci sono. E ha ragione. Non c’è Sermonti e nemmeno Pizzini. Pensare che io ero salito pensando di sedermi accanto a Ludovica. Mi regala sempre un pezzo della sua merenda e a ricreazione con me ci parla. Parla pure con Rizzi, parla con tutti.
Terenzi torna davanti.

«Accosti e si fermi».

La Martini lo guarda storto. «Cosa le prende adesso?» dice tornando tra noi, si era assopita per dimenticare curve e nausea.

«Mi prende che ne mancano due».
«Due cosa?»
«Due di classe».
«Non dica fesserie».
«Non so’ fesserie, professore’. Che famo?»
«Accosti e si fermi alla prima piazzola» squittisce la Martini all’autista.

Questi non ci stanno con la testa, pensa l’autista. Curva, s’accosta, si ferma, apre con uno stonfio lo sportello, scende, s’accende una sigaretta e intanto tira giù quello che per primo gli capita sottomano. Stronzi che sono. Si lamentano d’a strada e manco sanno conta’, ’sti due. Fortuna che nun c’ho fiji, si dice.

«Qua qua» biascica Rizzi e sgomita. Provo a calmarlo «Zitto, Ri’, sta zitto che te do ’na cosa».
«Qua, ’ssore…»
«Sta bono che te faccio ’n regalo» dico, ma quello niente. Parla e sputa, mi pulisco con l’avambraccio, mi pizzica il naso a contatto con la lana infeltrita. Cerco di tenerlo fermo ma non ci riesco. Non so cosa fare. «Chiudi la bocca, la devi tene’ chiusa, hai capito?»

Rizzi è grosso, è forte, molto più grosso di me, è solo lento. Vedo il cappotto. Ancora porta il loden. Mio padre pure ce l’aveva, ma ora lo tiene nell’armadio, ora porta il montone rovesciato che gli ha regalato la moglie di un collega suo che è morto l’anno scorso non ho capito come. Rizzi invece lo porta ancora. Odora di pioggia, di umido e canfora, puzza allo stesso modo delle palline bianche che mia madre semina nell’armadio e che una volta, quando ero piccolo, convinto fossero confetti, ho rischiato di mangiare.

Ecco che gli metto il loden sulla faccia. Non mi vede nessuno. Ho un muro davanti a me, si sono alzati tutti per rispondere all’appello della Martini. Presente!, sento dire, e penso che ci sto pure io, che sono di un’altra classe, che mi sono infilato nel pullman perché – faceva freddo, il cancello era chiuso, volevo dividere il posto e la merenda con Ludovica che manco è venuta. Mi siedo sulla faccia di Rizzi, mi siedo sul suo loden, così sta zitto e, se sputa, sputa sul loden, sputa sul suo loden e dice niente, sputa sul suo loden e io vado in gita, sputa sul suo loden, niente dice e io vedo il mare anche se pure stavolta è inverno, niente dice, sputa sul suo loden fino a che non sputa

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