Il dono di Theuth: Platone e la quintessenza del dono di un dio

Il dono di Theuth: Platone e la quintessenza del dono di un dio

Articolo di Giuseppe Cappello. In copertina: “Il dono di Theuth. Platone, la scrittura e i libri” di Stefano Cazzato, Isolario Edizioni, 2026 pp. 80 € 16.00

Stefano Cazzato, con Il dono di Theuth, giunge al suo sesto libro su Platone. Quella di Cazzato su Platone, lo abbiamo già scritto in una precedente lettura della sua opera, è una vera e propria ossessione. Nel significato originario del termine, un assedio! Un assedio che attraverso molti punti di incisione ha un’ossessione nell’ossessione. Quella di ridare a Platone ciò che, secondo Cazzato, Socrate gli aveva tolto. Lo spirito e la veste del poeta sull’altare sacrificale del teoreta. Non che Platone non lo continui ad essere un teoreta e pure, dal dialogo alla dialettica, in una forma molto diversa da quella del maestro.

Epperò Stefano Cazzato, con tutto il suo lavoro ermeneutico, ci vuole dire ancora che, in fondo, il vero parricidio platonico non è poi quello più noto nei confronti di Parmenide. È, quello del Sofista, infatti, un parricidio di idee e anche di idee che, per quanto l’eleate fosse «venerando e terribile», si compie rispetto a un uomo distante nel tempo e nello spazio. No, qui si ha a che fare con un vero e proprio parricidio! Nelle idee, nella carne e nello stesso sangue ateniese.

Platone è alle prese con un dramma che, paradossalmente, ripete quello che gli diede la prima occasione di scrivere: la condanna a morte di Socrate con la stesura dell’Apologia. Cosicché se, per esorcizzare il processo e la morte del maestro, per renderne conto alle generazioni future, Platone dovette paradossalmente cominciare proprio ad allontanarsi dall’irriducibile paradigma dell’oralità socratica, più lacerante dovette essere lo strappo con una scrittura che si faceva via via sempre meno socratica e meno in carta carbone di quel paradigma filosofico del dialeghesthai.

È stato questo il criterio su cui i filologi hanno ricostruito la complessa cronologia dei dialoghi platonici; il criterio stilometrico di una scrittura che testimoniava il procedere di Platone in tanto in quanto questi si allontanava appunto dallo stile dell’Apologia e dei dialoghi giovanili. Non a caso chiamati anche dialoghi socratici.

Ma non fu, ci dice Cazzato, solo una questione di stile. E ce lo dice soprattutto in questa ultima pubblicazione. Nelle sue precedenti opere, il Nostro ci aveva appunto indicato i molteplici punti in cui il poeta Platone dovette compiere il suo parricidio nei confronti del teoreta Socrate. In questo ultimo libro, invece, Cazzato fa i conti con la forma ultima che tiene insieme tutti i tasselli del mosaico contenutistico. Il passaggio dall’oralità alla scrittura. Che non a caso, ci dice l’autore del libro, impone a Platone di costruire l’unico mito che egli non abbia mutuato dalla tradizione, il mito di Theuth. Il mito del dio che fece agli uomini il dono della scrittura.

Il dono di un dio o l’inganno di un genio maligno? Su questo riflette Cazzato dentro quella grande trasformazione della espressione e della trasmissione del sapere che si compì ad Atene fra il sesto e il quarto secolo a.C.; una trasformazione che riguardò peraltro il punto dirimente su cui Platone dovette riflettere lungo tutto l’arco dei suoi dialoghi: il rapporto fra il potere e il sapere. Che la scrittura significava, al livello politico e più diffusamente spirituale, la democrazia; lì dove Platone formulò e tenne fermo, dalla condanna di Socrate all’equazione tra i governanti e i filosofi della Repubblica e della Lettera Settima, l’ideale noocratico.

Forse non si è riflettuto mai abbastanza quanto la grandezza smisurata di Platone sia direttamente proporzionale agli sconvolgimenti e ai traumi che egli dovette sentire sulla propria pelle e nella propria carne più di ogni altro nella storia. Non lo si è mai guardato, Platone, come si guarda ad Agostino o come allo stesso Giordano Bruno. Ne abbiamo accostato la figura all’autorità quanto invece dovremmo guardarlo come colui che sentì il dramma della rivolta, dell’uomo in rivolta.

È questo sguardo, sull’homme revolté, quello che ci restituisce la lettura che Stefano Cazzato sta facendo con il suo lavoro. Un lavoro che, entrando con questo libro nella colla che tiene in maniera unitaria tutti i pezzi del mosaico di un Platone artista universale, ci mette di fronte a un paradigma che può essere immaginato dentro una delle trasformazioni esistenziali del nostro tempo.

Platone dovette sentire – si percepisce da questo ultimo libro di Cazzato – tutta la forza dirompente che nella storia implicò il passaggio dall’oralità alla scrittura. Veniva vista, quest’ultima, come una sorta di memoria artificiale che andava distruggendo la memoria naturale.

E si tenga ben presente che, nella semantica greca e latina, quello della memoria è strettamente sostantivo intrecciato con il sostantivo mens, la mente. Non è un caso che, proprio nello stesso Platone, conoscere ed elevarsi al ben dell’intelletto e dell’Idea del Bene sia il ricordare. Si dovette temere, insomma, quasi una distruzione della mente.

Dovettero temere, i Greci, in questo passaggio dalla memoria naturale alla memoria artificiale della scrittura quanto oggi noi temiamo in ordine al passaggio fra l’intelligenza naturale e l’intelligenza artificiale.

Ma, ci dice Cazzato, in fondo, con questo lavoro, in cui ci si sorprende per come i libri sbuchino da ogni parte e nei modi più disparati nei dialoghi platonici, che Platone non dovette temere. O, forse, temette più di tutti se, in questo timore, dovette scrivere quei capolavori letterari che infusero nella scrittura e ci lasciano ancora credere più alla quintessenza del dono di un dio che alla parvenza dell’inganno di un genio maligno.

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